Ambientazioni urbane: il fascino impersonale dei non-luoghi


Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure. 
Italo Calvino

Il termine nonluogo è stato coniato nel 1992 dal sociologo francese Marc Augé per indicare quegli spazi, all’interno delle aree metropolitane, che non sono identitari, relazionali e storici, bensì volti esclusivamente all’attraversamento o al consumo, al soddisfacimento di un desiderio o di un bisogno. Prendiamo ad esempio agli aeroporti, i centri commerciali, le palestre, le discoteche: nonostante la parvenza d’interazione umana (spesso superficiale) che qui avviene, sono per lo più ambienti caratterizzati dall’impersonalità e dall’individualismo. La dimensione temporale è annullata: nei supermercati non esistono orologi perché il loro obiettivo è sospendere lo scorrere del tempo e fare in modo che gli avventori si concentrino esclusivamente sull’atto dell’acquisto. Allo stesso modo, quando si è in una stazione o su un autobus la mente è rivolta verso la propria meta. Il momento presente è solo un ostacolo da scavalcare il più in fretta possibile.

Tale argomento mi affascina da anni, al punto che una parte della mia tesi di Laurea – avente per oggetto le pratiche di fruizione cinematografica degli adolescenti milanesi -  era rivolta all’analisi di come i multisala abbiano cambiato le dinamiche legate alla visione di un film. Ho approfondito il concetto leggendo molti manuali al riguardo e, nel momento in cui ho deciso di scrivere un romanzo ambientato a Milano, è stato inevitabile che diventassero ambientazioni irrinunciabili. Questo per tre motivi.


1) I nonluoghi rispecchino perfettamente il senso di spaesamento e di alienazione che intendo evidenziare in alcune scene. Il personaggio, fra le mura di casa, è al sicuro, protetto, riscaldato da sentimenti conosciuti e da persone con cui si sente in sintonia. Nel non-luogo, invece, diventa una pallina da flipper lanciata a casaccio fra le spire dell’universo. Se la storia vuole raccontare un percorso di evoluzione e di crescita, devono anche esserci momenti in cui l’anima è scarsamente illuminata. Location grigie e sporche diventano specchio ed emblema di uno stato esistenziale  negativo che, solo in seconda battuta, si aprirà ad un vissuto differente.
2) Dal punto di vista prettamente tecnico, ho trovato uno stratagemma per gestire i frammenti di narrazione pura necessari per smorzare i toni, veicolare informazioni e consentire le transizioni fra un passaggio e l’altro: uso i momenti in cui il personaggio è in metropolitana, in palestra a fare i pesi, in giro per cercare un regalo di Natale. Non tutto può essere messo in luce attraverso il principio dello show don’t tell, ma i brani puramente referenziali annoiano sia me sia il lettore. Pertanto, pongo l’accento sui suoi pensieri e li filtro con dettagli ambientali per generare, nel lettore, una sensazione di presenza. In questo modo, l’attenzione rimane viva ma la mente si concede una giusta pausa. Certo, c’è il rischio di rallentare troppo la storia, ma sto imparando a dosare questi passaggi. In genere, faccio in modo che siano piuttosto brevi, funzionali e coerenti, ma al contempo ricchi anche grazie all’atmosfera che trasuda dallo spazio esterno.

3) Il mio intento è di narrare una vicenda realistica con diversi richiami all’attualità, nonché di offrire un ritratto, talvolta controverso, della mia generazione. Dunque, l’attenzione al contesto è fondamentale. Conosco benissimo Milano perché ci ho abitato dodici anni. Questo mi consente di giocare con gli spazi e di trasformarla, da semplice sfondo, a vero e proprio personaggio. La città interagisce con i protagonisti, diventa un soggetto vivo.

Mi accorgo, man mano che scrivo, che la differenza fra luoghi e nonluoghi tende progressivamente ad assottigliarsi. I personaggi vivono la metropoli, se ne impadroniscono, la rendono propria. Di conseguenza, il vuoto si colma ed assume un valore. Anche lo spazio apparentemente più grigio ed inutile può assumere caratteristiche identitarie, relazionali e storiche. Assistere a questa trasformazione è bellissimo: è un atto che racchiude in se il significato stesso della creazione. 

Il nonluogo può diventare identitario quando, ad esempio, si lega ad una subcultura. Pensiamo ai locali che diventano spazi di aggregazione per giovani che ascoltano la stessa musica, vestono allo stesso modo, hanno un orientamento politico e religioso chiaramente definito. Oppure lo stadio, che aggrega individui accomunati da una passione a volte sana, a volte violenta, ma comunque accesa in quanto il singolo finisce per classificare se stesso in base ai colori della propria maglietta.

La stessa metamorfosi può avvenire nel caso in cui il nonluogo è legato in modo così profondo alla storia del personaggio, alle sue origini e al suo vissuto da condizionargli l’esistenza ed istaurare con lui un legame inscindibile. Il parco spennacchiato di una piazza di periferia può diventare un simbolo se si racconta che il personaggio, da piccolo, ci ha giocato a pallone per anni ed ora, magari, è diventato un famoso calciatore. Oppure ha fumato lì le prime sigarette, nascosto dietro i bidoni dell’immondizia per non farsi sgamare dai genitori. Vuole smettere. Non ci riesce. Ripensa a quando ha iniziato a percepire se stesso come fumatore e la memoria lo riporta a quel giardinetto.

Potrebbe avere senso, quindi, per uno scrittore, decidere di ambientare in un nonluogo identitario alcune delle scene più drammatiche, in quanto l’anima del personaggio risuona allo stesso ritmo dell’ambiente circostante. Esiste una componente emotiva profonda. Lo spazio acquista valore. Si crea una fusione a livello dell’essere.

Lo stesso parco può essere un luogo relazionale: ipotizziamo che il ragazzino nominato sopra abbia dato il primo bacio alla fidanzatina delle medie, su una delle panchine di legno imboscate dietro i giochi per i bambini. Oppure ha conosciuto il suo migliore amico, ha fatto a botte con i membri di una gang rivale, ha subito un arresto per spaccio.

Insomma: gli esseri umani possono vivere la città in molti modi. Il nonluogo assume funzioni diverse rispetto a quelle per cui è stato concepito, dimostrando che l’individuo è libero di attribuire un senso allo spazio che lo circonda consentendosi rifiutando ciò che il sistema ha scelto per lui. Dici che l’aeroporto serve per arrivi e partenze? Che gliene frega a Tom Hanks, che in The Terminal ci abitava dentro? Lui ha deciso di impossessarsene facendosi un baffo e due belle basette dell’ordine prestabilito.

Proprio per le due ragioni descritte sopra, il nonluogo può diventare storico, perché protagonista, proprio come il personaggio, di eventi significativi che non solo aiutano la vicenda ad evolvere, ma si legano profondamente all’arco di trasformazione generato dal conflitto principale. Ogni ambiente può essere metafora o simbolo di uno stato d’animo, un modo di essere, una decisione.

Io, ad esempio, ho intenzione di ambientare due dei momenti più drammatici della trama su un sovrappasso pedonale che conosco molto bene, in quanto l’ho attraversato più volte quando vivevo a Milano. Se lo scopo di un ponte è quello di portare una persona da una parte all’altra, ben si presta ad essere teatro di una scelta importante. L’esperienza, in posti del genere, diventa totalizzante ed affievolisce la differenza fra i cinque sensi. Si creano sinestesie: si vedono suoni, si respirano immagini, si assapora la consistenza fredda della pioggia. È per questo che mi piacciono così tanto i nonluoghi: la loro evanescenza spaziale consente all’autore di giocare con le sensazioni ed annullare completamente il senso comune, in un gioco estremamente vivido di luci, colori, rumori, odori, sapori, dettagli tangibili.
A voi è mai capitato di scrivere scene significative ambientate in nonluoghi? Li utilizzate nelle vostre storie? Vi piacerebbe se in un futuro post approfondissi l’argomento entrando nel dettaglio delle diverse tipologie di nonluoghi e dei personaggi che li animano? È una cosa che scriverei con piacere, perché come evidenziavo già prima si tratta di un argomento che mi affascina molto. Però è anche impegnativo, dunque voglio essere sicura che possa interessare.



Commenti

  1. Se ti piace scriverne, a me piacerà molto leggerlo, perché credo fare quello che fai tu, ma non avrei saputo definirlo così formalmente.
    Mi hai fatto riflettere su un processo molto molto importante che attuo inconsciamente, cioè il valore stesso del contesto oltre la sua funzione immediata. Che sia una memoria che riemerge, una metafora tridimensionale (che diamine, non mi ero accorto che avevo fatto un pezzo introspettivo su allontanamenti e riavvicinamenti al centro di un labirinto di siepi, ora ha il suo perchè!). Aver citato poi la sinestesia mi avvicina molto ai contenuti. Ma davvero riesci ad essere così tanto consapevole di quello che scrivi quando scrivi?

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    1. Ti rispondo con un diplomatico "dipende". La consapevolezza c'è, e per me è fondamentale. Credo che l'osservazione non-giudicante sia ormai diventata parte integrante del mio modo di essere, anche grazie a pratiche come la meditazione ed il reiki, di cui mi occupo ormai da cinque anni. Tuttavia, essa non sempre è immediata. Quando scrivo una scena per la prima volta non fermo la mano, non cancello, non rileggo. è solo in seconda battuta, quando mi trovo a rivederla e a completarla, che integro e completo con i dettagli necessari.
      Di solito ogni brano è scritto in tre fasi: prima a casaccio, poi in modo più dettagliato e, alla fine, per un controllo generale. Alla fine di un capitolo rileggo tutti i brani che lo compongono e, casomai, aggiusto ancora. Questo rallenta molto la prima stesura, ma è un modo di procedere consono al mio modo di essere. Non voglio arrivare alla revisione con una massa informe fra le mani :)

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  2. Un argomento affascinante.
    Io non ho mai separato idealmente i luoghi: credo di usarli a seconda di ciò che devo descrivere.

    Moz-

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    1. Anche io penso sia un argomento affascinante, così come in generale tutto ciò che è sociologia. è una disciplina bellissima, al punto che in futuro vorrei prendere una seconda laurea ...

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    2. Beh, io qualche esame di sociologia (anche se indirizzato maggiormente ai processi comunicativi) l'ho fatto... è un bel campo^^

      Moz-

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    3. Anche i miei erano molto concentrati sui processi comunicativi intesi anche in senso lato (moda, cinema, ecc) però ho approfondito autonomamente :)

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  3. Ho trovato il post molto affascinante.
    Io sono rurale per vocazione, vivo in un paesello di 3000 abitanti, la "metropoli" in cui ho studiato è Pisa e quando è diventata troppo sono fuggita a fare l'erasmus in quel di Corte, in Corsica, 6000 abitanti, dove i miei compagni di avventura scleravano e io stavo da dio.
    Il massimo del non luogo che si trova nei miei scritti, quindi, è una scena in un supermercato nel romanzo edito. Però credo che in una storia ambientata in città il nonluogo non possa non esserci e che debba avere un valore forte. In questo senso le tue indicazioni sono ottime.

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    1. Ti ringrazio, sono contenta che il post ti sia piaciuto. :)
      Qualche settimana fa, sul tuo blog, avevamo parlato delle ambientazioni. Se non ricordo male, ti dissi di aver prediletto Milano, rispetto a Sanremo, proprio per la sintonia con il tipo di emozioni che vorrei rappresentare. Non è che qui non esistono i nonluoghi, però assumono un valore differente: se vai al centro commerciale incontri il parente, l'amico, il collega, fai due parole. Non c'è quel senso di spaesamento che si può riscontrare a Milano, eppure non è un paesino, ha 50.000 abitanti, ma è troppo "luminosa" per la mia storia, al massimo ci ambienterò qualche weekend fuori porta.
      Prossimamente, anche se non so quando, probabilmente scriverò un post-affine: mi piacerebbe parlare dell'umanità che anima i nonluoghi e Bauman suddivide, se ricordo bene, in vagabondo, turista e flaneur.

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  4. Molto interessante l'argomento, sarei felice se approfondissi. In effetti, non credo che nei miei romanzi ci siano scene significativa in non-luoghi, per lo più li vedo solo come posti di passaggio. Al contrario ho la tendenza a usare ambientazioni familiari al personaggio, che siano in casa o all'aperto. Quindi, mi interessa molto allargare gli orizzonti e capire come farlo! Potrebbero essere un ottimo spunto per creare dissonanze, ansia e disagio... che sadica eh?

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    1. Nessun sadismo, anzi: è una cosa che faccio spesso anche io. Mi piace pensare ad ogni scena come una commistione di elementi diversi, che si compenetrano, per creare un'atmosfera precisa. Man mano che vado avanti mi accorgo di quanti nonluoghi esistono e quante possibilità narrative offrono. Pensa che la prima "uscita" in coppia dei due protagonisti sarà in un centro commerciale.. e forse non è il massimo, per un amore che sta nascendo, ma è un amore contemporaneo che porterà con sè molte paure postmoderne, dunque ci sta bene! :D

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  5. Anch'io ho trovato molto interessante il tuo post. Credo che questa analisi mi sarà utile nelle mie fantasticherie sulla nuova storia. I nonluoghi li uso, in particolare per sottolineare certe atmosfere oppure, al contrario, creare dissonanze, come ha detto Teresa; ma non ho mai letto niente sull'argomento e nemmeno pensato alla disitnzione che fai, molto azzeccata. Se ne riparlerai, leggerò molto volentieri.

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    1. Ti ringrazio molto. è un argomento che può essere affrontato in diversi modi, dunque voglio riflettere bene sulle tematiche da affrontare. Prima, nella risposta a Tenar, ho parlato degli atteggiamenti con cui ci si relaziona ai nonluoghi (vagabondo turista e flaneur) ma forse l'argomento ha poca applicazione narrativa. Per cui, farò qualche ricerchina per vedere cosa ne esce :)

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  6. Davvero un post coinvolgente e, sì, mi interesserebbe leggere dell'altro. Tempo fa avevo visto una mostra fotografica sui non-luoghi a Milano, e ho provato una stretta al cuore: costruzioni d'epoca con giardini invasi dalle erbacce, edifici non finiti, stradine di periferia con erbacce e pozzanghere, centri commerciali anonimi, negozi spersonalizzati... Milano è la città dove sono nata, che amo profondamente, ma è una città faticosa e piena di non-luoghi, appunto. Ma anche certe città satellite, costruite come dormitori, sono piene di non-luoghi.

    Per quanto riguarda i miei romanzi, non ci sono non-luoghi perché sono storici e quindi ogni luogo è ricchissimo di significati sia a livello umano che sociale: ci sono città, palazzi, abitazioni, mercati, laboratori, paesaggi, boschi, montagne, chiese, moschee.... Forse l'unico non-luogo potrebbe sembrare il deserto del Maghreb, ma sarebbe un errore, perché al contrario è il Luogo per eccellenza.

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    1. Esistono anche secondo me molti luoghi ibridi, e forse parlerò di questo nel prossimo post. Ad esempio, Parco Sempione o Piazza del Duomo hanno una storia alle spalle, sono rappresentativi di una città intera, sono relazionali identitari e storici... ma alla luce di certe dinamiche post-moderne, diventano non-luoghi. Pensa ad esempio al milanese che, di corsa, arriva da Via Torino e si imbuca in Corso Vittorio emanuele... transita di lì, il duomo non lo vede nemmeno.

      Il deserto del Maghreb secondo me è un luogo, perchè è naturale: i nonluoghi sono caratterizzati dall'intervento umano finalizzato a connotarli sulla base di funzioni predeterminate.

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  7. Io ho sempre trovato affascinanti soprattutto i luoghi di passaggio: aeroporti, stazioni, autogrill. Questi ultimi li ho utilizzati in un punto cruciale di una storia ancora inedita. Quando mi capita di viaggiare adoro osservare la gente che va e viene per i bar dell'aeroporto o tra gli scaffali degli autogrill...

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    1. Anche a me piace molto osservare le persone in questi contesti poichè trovo che, nell'anonimato, rivelino se stessi. I primi brani "milanesi" li ho scritti in stazione centrale. Ci andavo apposta e mi sedevo nel bar, con una moleskine (altro che tablet, era il 2000 e non avevo nemmeno il computer). Sembravo un po' una stalker, ma ho imparato ad osservare. Un altro giochino che ho sempre fatto è quello di guardare nei carrelli altrui mentre facevo la fila in cassa, all'esselunga, per poi ideare personaggi sulla base della loro spesa: la zitella bio, il single surgelato e così via :D

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  8. Belle queste riflessioni, ti seguo volentieri se decidi di continuare ;-) Mi hai fatto venire in mente un libro di Ian McEwan letto diversi anni fa, intitolato Bambini nel tempo, dove c’è un padre che si reca al supermercato con la figlioletta di tre anni, e questa gli scompare mentre lui si trova alla cassa. Beh, questo non-luogo collegato alla sparizione della bimba mi aveva talmente colpita che quando mio figlio era ancora piccolo, della stessa età della bimba del romanzo, non lo perdevo d’occhio un istante quando dovevo pagare il conto… Questo per dire che una scena significativa ambientata in un non-luogo potrebbe in effetti avere un forte impatto emotivo sul lettore.

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    1. Sono d'accordo, anche se penso che non dipenda tanto dalla scelta del luogo (o non-luogo) quanto piuttosto dalla bravura dell'auto ad attivare meccanismi di ambientazione. Certo, questo è più facile se l'ambientazione è conosciuta (i supermercati, in fondo, sono tutti uguali) e se alimenta sensazioni di solitudine o spaesamento

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  9. Senza dubbio dipende dalla bravura dell'autore ;-)

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