Freedom writers - il valore della scrittura di getto


Raccontare la tua storia ti rende libero.
(dal film Freedom Writers)

Premetto che questo articolo non è una recensione: il film di cui vi parlerò mi è servito soltanto come spunto di riflessione. Ieri sera mi è infatti capitato di rivedere dopo molti anni Freedom Writers, con la bravissima Hilary Swank. Siccome non sono brava con i riassunti, di seguito la breve sinossi proposta da My Movies:

Erin Gruwell è una giovane insegnante di lettere al suo primo incarico in un liceo. Siamo a Los Angeles nel 1992, poco dopo gli scontri razziali che avevano messo a ferro e fuoco la città. Erin si vede affidare una classe composta da latinoamericani, cambogiani, afroamericani e un unico bianco. Provengono tutti da realtà sociali in cui il degrado e la violenza costituiscono parte integrante della vita quotidiana. Le istituzioni li vedono come un peso morto da "parcheggiare" in attesa che tornino nella strada. "La Gruwell" (così prenderanno a chiamarla i ragazzi) non si arrende né di fronte all'istituzione né di fronte agli allievi che inizialmente la respingono convinti che sia l'ennesima insegnante disinteressata al loro vissuto. Riuscirà a convincerli ad uscire dalla gabbia delle gang e a guardarsi dentro scrivendo dei diari che diverranno un libro.

La trama è ispirata a una storia vera: la raccolta di brani tratti dai diari dei ragazzi è stata pubblicata nel 1999. Successivamente, Erin Gruwell e i suoi studenti hanno fondato un’associazione finalizzata a ricreare la stessa esperienza in altre scuole del paese.
Penso sia un vero peccato che questo film non sia mai arrivato nelle sale cinematografiche italiane ma sia stato distribuito solo in DVD e online. Oltre a commuovere ed emozionare, contiene molti messaggi positivi e mette in evidenza il potere terapeutico della scrittura di getto.



Nel film la Gruwell consegna i quaderni ai ragazzi esortandoli a portarli sempre con loro. Le scene successive mostrano gli studenti intenti a scrivere nei luoghi più impensabili. Ho trovato molto affascinante l’immagine di un ragazzino che redige il proprio diario con la schiena appoggiata al pilone di un ponte, in una periferia degradata. Io l’ho interpretata così: l’arte è un guscio di luce che ci protegge dallo schifo che abbiamo intorno; quando scriviamo, il mondo scompare e non rimane niente, se non il rapporto onesto e sano con la nostra creatività.
Una decina di anni fa, la scrittura per me rappresentava proprio questo.
Avevo l’abitudine di gironzolare per Milano prendendo nota di tutto ciò che attirava la mia attenzione. Non so quante ore abbia trascorso seduta sui gradini davanti al Duomo o in parco Sempione, senza nessun intento se non quello di assimilare sensazioni e riportarle sulla pagina.
Qualche giorno fa, ho ritrovato uno di quei taccuini e l’ho letto dall’inizio alla fine: sono rimasta sorpresa dalla profondità e dalla purezza delle mie parole.
Riporto ciò che ho scritto poco dopo sulla mia bacheca di Facebook a proposito di un brano che risale al 2004:

Ai primi di ottobre, mi trovavo a Milano nell'attesa di conseguire la laurea triennale e iscrivermi ai corsi per la specialistica: non facevo un cazzo tutto il giorno, se non scrivere.
Fra le mie farneticazioni c'era un brano vomitato di getto sul valore della noia: l'ho letto tre volte perché non riuscivo a credere che fosse opera mia. L'onestà disarmante con cui esprimevo un disagio mi ha lasciata spiazzata, perché le mie corde vocali non erano ancora state inchiodate dalla paura, dal conformismo e dal politically correct. 
Ma soprattutto mi ha colpito una frase: "questa è una di quelle giornate che mi dimenticherò, perché non mi è servita a nulla." 
E invece no: la ricordo benissimo. Ricordo la lunga passeggiata in centro da me descritta, e il vagabondaggio nel negozio di "cazzate" in cui avevo comprato un sacco di oggetti con disegnati i girasoli. Ricordo la fila alle poste per pagare le bollette, l'anziana con i capelli tinti di viola e le calze a rete.
Tutto questo mi ha fatto capire il valore profondo della mia scrittura, che serve a rendere eterni anche i momenti apparentemente privi di senso, a far diventare bello ciò che è brutto, a trovare la poesia anche nelle routine quotidiane apparentemente più banali, a riportare alla memoria i momenti che, pur nella loro apparente semplicità, hanno generato un cambiamento.

Non sono intervenuta su questo brano perché una sola parola cambiata potrebbe rovinare l’immediatezza delle mie impressioni, ma so che ne avete colto il senso.

Quando scrivo la mia pignoleria è quasi compulsiva, ma penso che a volte la ricerca della perfezione formale debba essere messa in secondo piano perché tira in ballo il mentale, e il mentale ci blocca. È bello ogni tanto scrivere senza mettere dei paletti alle parole, impedire loro di scorrere su binari predefiniti e semplicemente osservare ciò che accade. Un tempo, questa per me era la cosa più facile del mondo: una volta entrata nel flusso creativo, non riuscivo più a fermarmi. E quando la sessione giungeva al termine mi  sentivo gioiosa, pulita, incredibilmente libera.
Perché non riesco più ad abbandonarmi a una scrittura fine a se stessa?
Sia la stesura del romanzo sia la gestione del blog mi consentono un ampio margine di improvvisazione, ma c’è sempre una tematica dominante, una traccia da seguire. L’estro forse è tutta un’altra cosa: io voglio concedermi di nuovo il lusso di impazzire.
Forse a livello inconscio mi sono fatta imprigionare dalle convenzioni sociali, che considerano il tenere un diario un’attività da adolescente: “non ho più tempo per questo genere di cose”, mi dico. E tendo a indirizzare le mie parole verso scopi più concreti. Quando scrivo, è per dire qualcosa a qualcuno, che siate voi followers o i futuri lettori del mio romanzo. Sono tanti anni, ormai, che non scrivo più per me stessa, che non mi abbandono a quell’estro creativo anarchico e puro che un tempo mi faceva stare così bene. 

Sono state date molte definizioni del concetto di scrittura di getto.
Molti associano questo concetto anche a un romanzo che non è stato progettato nel dettaglio del suo autore. Io prima di iniziare la stesura avevo una scaletta striminzita con quattro eventi in croce e mi sentivo dire “oh, brava, scrivi di getto!”
No, quella non era una vomit-draft: pur non essendo una fanatica della pianificazione maniacale (che considero un grande limite) avevo già un’idea della storia, seppur sommaria.
La scrittura di getto per me è un’altra cosa, perché, innanzi tutto, non conosce cancellature o ripensamenti. Quando ci affidiamo all’ispirazione, non abbiamo alcun bisogno di controllare le parole: la loro energia ci guida, il cervello è escluso da questo processo e l’anima vibra sulla pagina.
 In questi momenti non è lecito pensare, persino la grammatica passa in secondo piano. La correttezza formale non deve essere il nostro obiettivo. Tutto ciò che siamo chiamati a fare è dare voce alle nostre emozioni, per quanto evanescenti ed effimere possano essere.
La scrittura di getto è catartica, è pura terapia. Non deve avere un valore per il lettore, ma per noi. Tuttavia ci siamo abituati a scrivere per un pubblico. E l’idea di chi siede al di là dello schermo, del libro o del kindle legittima ciò che facciamo. Abbiamo bisogno degli altri per esistere. Ci hanno insegnato questo, no? E un’attività, se non indirizzata verso uno scopo, diventa inutile agli occhi dei più. Ciascuno di noi scrive per essere letto, è inutile raccontarsi frottole. Eppure a volte sarebbe bello poter dialogare solo con noi stessi.

Natalie Goldberg caldeggia fortemente questo tipo di scrittura e lo considera un esercizio a cui nessun autore dovrebbe mai rinunciare: saper ascoltare se stessi è una caratteristica fondamentale per portare avanti un progetto narrativo complesso.
Un testo, prima di essere revisionato e impacchettato, è energia pura. Il suo valore è diverso da quello di una pagina finalizzata a ottenere più lettori possibili, perché ci siamo solo noi, il foglio e la penna (o la tastiera). Il resto del mondo rimane fuori da questo spazio di libertà assoluta.
Forse ciò che ci fa paura è proprio il contatto con noi stessi.
Ci vuole un grande coraggio, a scrivere di getto. Ci vuole coraggio perché non sappiano cosa uscirà dalla nostra gola: come in un sogno, possiamo vedere mostri orripilanti o colline in fiore. Tutto dipende da ciò a cui inconsciamente abbiamo dato attenzione.
Un tempo, ero in grado di sopportare tutto ciò. Ora, un grumo di timore mi rimbalza nei neuroni, come se il prezzo da pagare per essere una brava persona consistesse nel tenere a bada tutte le mie ombre. Ho tante parole d’amore rinchiuse nel cuore, ma anche di rabbia e di dolore.  Forse varrebbe la pena di pronunciarle: in fondo, mi appartengono. Se rifiuto loro, rifiuto anche la parte di me stessa che le ha generate. Ma è un limite che voglio superare, e credo che prima o poi ricomincerò.

Noto infine che molti considerano la scrittura libera e la scrittura pianificata in termini esclusivi: se c’è una, non può esistere l’altra. Ma chi ha stabilito ciò? Queste due pratiche non possono forse coesistere, nell’attività di uno scrittore? Sono due tecniche diverse, che appartengono a momenti diversi e sono chiamate in causa per scopi diversi: perché continuiamo ad accostarle?

Questa chiusura è un ufficioso lancio della patata bollente: scrivete pure quello che vi pare. Sarebbe assurdo buttare giù 1600 parole sulla scrittura di getto e poi cercare di incanalare le vostre risposte!


A giovedì prossimo, miei cari freedom writers! :) 

Commenti

  1. Per me coesistono, a volte nella stessa pagina! La meccanica degli eventi è calcolata, se il personaggio riflette o discute, lo lascio sproloquiare in libertà. Magari devo tornare a dare coerenza, ma ho trovato molto soddisfacente scrivere alla velocità del sentimento invece che del pensiero,in determinati casi. Soprattutto perché il sentire è di fatto un atto irrazionale, e non credo alla metafora suggerita: la pagina DEVE piangere, o ridere, o solleticare il piedino di qualcuno.

    E' anche vero che ho una sorta di "libro aperto" e segretissimo, soltanto mio, che raccoglie quel che sento quando ho voglia di dire. Non qualcosa, solo dire. E' strano dover ammettere che sono le mie pagine migliori, ma non hanno struttura o coerenza narrativa... ma è il solo testo che mi segue ovunque, da era ad era.

    (E per i fenomeni di sincronicità: giusto stanotte un black out si è portato via un improptu di fantascienza scritto di getto che mi stava piacendo da morire... lacrimoni e parole non belle per conseguenza)

    Mi è piaciuto molto questo articolo, te lo garantisco.

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    1. Ciao Gas, bentornato! Mi fa molto piacere che il post ti sia piaciuto! :)

      Anche io, quando scrivo il romanzo o il blog, lavoro come te: ho un'idea di quelli che saranno i contenuti della scena/articolo, ma quando mi siedo al pc non sono vincolata ai presupposti iniziali, mi lascio guidare dai personaggi, dall'ispirazione.

      Tuttavia, il tipo di scrittura di getto di cui parlo qui è qualcosa di assolutamente diverso: è qualcosa che si muove al di fuori di un argomento prestabilito, una volontà espressiva intangibile che non segue alcun binario, ma rimane focalizzata sull'atto stesso della scrittura e non - come dici tu - su COSA scrivere.

      è tanto tempo che non mi concedo a questo tipo di scrittura, ma ci ritornerò. :)

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  2. La scrittura di getto ha una suo valore individuale, anzi individualissimo per l'autore, ma onestamente la vedo non riconducibile alla narrativa in senso stretto. Scrivere di getto può dare vita a diari, autobiografie, poesie sperimentali, raccolte di pensieri. Tutte opere che possono comunque essere altamente suggestive ma prive di un disegno di base, di un "progetto" che le sostenga. Da questo punto di vista è sicuramente più autentica, più sentita, più emozionale di qualunque narrativa. Io non scrivo più di getto da parecchio tempo, quando ero ragazzo mi capitava spesso, in quell'epoca scrissi appunto "di getto" delle poesie che sul piano letterario sono patetiche, e tuttavia altamente significative per me (quando le rileggo è come se mi si riaprissero decine di vecchie cicatrici che ormai non ricordavo più di avere disseminate sul mio corpo).
    Prima o poi devo riprovarci, anche se l'età giovanile aiuta molto, la maturità un po' meno (non a caso i surrealisti e altri artisti hanno che tentato scritture di getto si sono spesso "aiutati" con sostanze stupefacenti).

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    1. Io forse sono più giovane di te, ma credo non di molto, e penso la stessa cosa.
      è come se l'età adulta avesse creato una sorta di barriera che ci divide dalle sensazioni più autentiche e pure, impedendoci di lasciarle uscire. Io vorrei abbandonarmi di nuovo a questo tipo di scrittura, ma a volte è come se non potessi più concedermela.
      Come facevo notare a Gas, per quanto ci si faccia guidare dai sentimenti nella stesura di un romanzo, non è la stessa cosa. La scrittura in libertà serve a noi, non al lettore. :)

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  3. Alcuni miei pezzi di scrittura di getto, molto emotiva proprio buttati giù per compensare un disagio forte e fermare le relative emozioni mi sono tornati utili per il romanzo che sto scrivendo, quando la mia editor mi ha chiesto di dare al lettore un poco del mio cuore, approfondendo sentimenti che avevo solo lasciato in superficie. Ebbene quelle pagine non hanno subito grosse modifiche, anzi praticamente nulla, giusto inezie funzionali alla storia più ampia nella quale andavano inserite. In questi casi credo molto nella scrittura di getto. Un bacio Sandra

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    1. Dal momento che il mio romanzo è molto psicologico, potrei fare la stessa cosa. Magari sui miei vecchi diari ci sono riflessioni e pensieri che - con le opportune modifiche - potrebbero tornare utili. Certo, il rischio che perdano la loro freschezza esiste, ma la scrittura è anche sperimentazione. Grazie per l'idea, un bacio a te! Chiara
      P.S. Domani sono a Mi. :)

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    2. Prego, mi fa piacere se l'idea ti piace e magari riuscirarai ad applicarla. Noooo, io parto per la montagna sta sera. Scappo dal caldo che è tremendo. Senti però tu dimmelo eh quando vieni, che prima o poi ci si vede di sicuro. Bacione S.

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    3. Guarda, se devo essere sincera non ho proprio voglia di andarci con questo caldo...proprio per questo motivo ho deciso stamattina. Mi dispiace far andare mio marito a trovare i suoi da solo, ma credimi che fino alle 7:00 l'intento era quello. Ho accettato perché abbiamo trovato il compromesso di andare domani e non stasera. :)

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  4. È raro che scriva di getto, nel senso che dai tu al termine in questo bel post, ma qualche volta succede. È una necessità (di solito capita dopo qualcosa di davvero grave), sono scritti privati, che rimangono per me. Proprio l'altro giorno per caso ne ho ritrovato uno, scritto in un momento di crisi: avevo appena lasciato il mio ragazzo di allora e mi avevano appena rubato il computer con dentro, tra l'altro tutto il lavoro preparatorio per un romanzo (che si sarebbe salvato se mi avessero rubato solo in computer e non tutto il mio bagaglio, comprensivo di disco esterno con copie...). Mi sono quasi messa a piangere leggendo, anche perché alcune cose erano assolutamente vere: mi sarei dimenticata, a distanza di dieci anni, del contenuto di alcuni scritti andati perduti, come se tutto un mondo fosse ormai inaccessibile e avessi perso la strada per tornarci.
    Non ho mai usato direttamente gli scritti di getto in un romanzo, ma mi sono serviti come traccia, questo sì. Sono parole a caldo, messe giù sul vivo delle emozioni. Quando scrivo narrativa posso rievocare quelle emozioni e le parole usate d'istinto per esprimerle e scrivere qualcosa che si adatti al vissuto dei personaggi. Sopratutto i particolari a cui ho fatto caso in quel momento. Quando siamo in crisi o sconvolti, mi sono resa conto che notiamo cose diverse che ci rimangono impresse...

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    1. A me capita, nella stesura del romanzo, di partire con un'idea e poi, strada facendo, di cadere in balia di emozioni e pensieri coerenti con il vissuto dei personaggi nella scena che sto scrivendo, passando da una scrittura pianificata a una scrittura più libera.
      Tuttavia, non si può parlare di scrittura di getto: i meccanismi di identificazione e le intuizioni possono guidarmi, a volte stravolgo completamente la scena che avevo progettato, però quel tipo di scrittura ha un fine.
      Anche io ho pianto rileggendo il brano che ho citato. Ho pianto perché mi sono ricordata di ciò che riuscivo a fare, e soprattutto di ciò che riuscivo a SENTIRE....

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  5. Non ho mai visto questo film, tuttavia mi incuriosisce tantissimo e voglio assolutamente vederlo (roba che avrei sempre voluto avere un'insegnante come quella!).
    Per quanto riguarda la scrittura di getto credo che si tratti non tanto di scrivere un intero romanzo senza averlo prima programmato, più che altro di scrivere brani senza pensarci troppo, seguendo l'istinto. Un brano scritto di getto, secondo me, è quello che leggeremo anche anni dopo e ci sembra perfetto così, perché lo riterremo frutto di un processo naturale, giusto, che non ha bisogno di ritocchi, un po' come la fotosintesi clorofilliana: è complessa, utile allo scopo, ma avviene in maniera naturale.
    Qualche tempo fa scrivevo moltissimo di getto, ora però mi succede solo con i post del blog. Credo che sia perché non seguo dei giorni prestabiliti per postare quindi, quando ho voglia di scrivere un post o una recensione, la scrivo perché ho voglia di farlo e non perché devo. Quando scrivo le mie storie invece mi metto davanti al pc e penso: "Allora, basta cazzeggiare Patty, concentrati". E tutto ciò che è naturale si accartoccia al servizio di ciò che sento di dover fare.

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    1. Sembrerà scontato, ma ovviamente te lo consiglio: è un film veramente bello. Il tema è gestito all'americana, ma in modo egregio.

      Sono d'accordo sul fatto che spesso, anche nell'ambito di un romanzo progettato, le parole escano da sole. Succede quando si riesce ad essere connessi con la propria energia creativa e la mente è in stand-by. Del resto, è normale che sia così: dopo tutto siamo scrittori, non ingegneri. Io credo nel consiglio di fare la prima bozza con il cuore e la seconda con la testa, ma non sempre ci riesco: a volte il revisore è in agguato.

      Anche con il blog cerco di scrivere nel modo più libero possibile, ma spesso la vetrina non consente di dire tutto ciò che si vuole: tante volte ho cancellato parti di post perché temevo di offendere qualcuno! :-D

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  6. Di questo film infatti non ho mai sentito parlare, e naturalmente mi metterò a cercarlo. Mi sembra di capire che appartiene al filone dei film educativi (come "Ti va di ballare?" la vera storia di Pierre Dulaine, maestro di danza per ragazzi sbandati in una scuola), solo che è incentrato sulla scrittura.

    Secondo me la scrittura è comunque terapeutica, intesa come prima stesura.

    Diventa qualcosa di diverso se vogliamo far leggere i nostri scritti a qualcun altro, che sia il nostro migliore amico, il nostro analista, il nostro psichiatra o una piccola cerchia di lettori. E' lì che subentra il cosiddetto lato tecnico della scrittura, che diventa più pressante man mano che la nostra cerchia di lettori si allarga. L'importante però è non snaturare mai il cuore profondo di ciò che abbiamo scritto.

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    1. Ho visto "ti va di ballare molti anni fa" e se non ricordo male ha dei toni più da commedia rispetto a freedom writers, che invece è molto drammatico. Comunque sì, l'intento é simile. :)

      É vero che la prima stesura è fatta di getto, però dietro c'è sempre una riflessione. Non è come nella situazione in cui ci si trova da soli davanti alla pagina bianca. La Goldberg per esempio era solita chiedere a qualcuno di dirle una parola e dal nulla tirava fuori una storia. :)

      Credo che scriverò ancora sull'argomento. :)

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  7. Bellissimo il punto in cui scrivi "che la scrittura serve a trovare la poesia anche nelle routine quotidiane apparentemente più banali, a riportare alla memoria i momenti che, pur nella loro apparente semplicità, hanno generato un cambiamento" trovo che qui ci sia il senso più vero della scrittura di getto.
    A me personalmente può capitare, anche nella mia quotidianità, che un pensiero profondo e fugace mi attraversi la mente assieme all'impulso irrefrenabile di scriverlo. Mi rendo conto che spesso questi pensieri riescono a esprimere la mia vera essenza.

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  8. E mi piacerebbe vedere questo film ;-)

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    1. È questo il lato puro della scrittura, quello che serve all'autore e non al lettore. La tecnica é qualcosa che viene dopo. In origine c'è solo il puro desiderio di esprimere se stessi. :)

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  9. Per me alla fine è sempre di getto la scrittura. Puoi pianificare la trama e le scene quanto ti pare, ma quando poi devi mettere tutto nero su bianco non stai forse scrivendo di getto?

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    1. Assolutamente Sì. Però a scanso di equivoci nel post ho scritto che, in questo specifico caso, intendevo la scrittura puramente espressiva. :)

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  10. Il film non l'ho mai visto, e la scena che hai descritto l'ho immaginata come una foto, un quadro...
    Sono d'accordo con te sul piacere che si prova nello scrivere per se stessi... Ho tenuto un diario fino ai 19 anni, poi ho smesso. Non so nemmeno perché, ho smesso quando mi sono fidanzata e ho finito la scuola. E' successo tutto insieme e non ho più ripreso. Mi capita spesso di pensare delle cose da scrivere, ma poi non prendo appunti e quelle riflessioni svaniscono nel nulla... Quanto allo scrivere per gli altri, beh non mi applico molto. In passato ero molto brava, ora è come se la mia testolina non si concentrasse abbastanza...
    Chissà se riuscirò mai a far tornare tutto come prima...

    Maira

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    1. Ciao Maira, benvenuta! :)
      Credo che le difficoltà a "scrivere per se stessi" nascano perché crescendo perdiamo la capacità di ascoltare la nostra anima. è come se, involontariamente, tendessimo ad anestetizzarci, a renderci immuni dalle sensazioni sia positive sia negative. E, se ci pensi, è una cosa molto triste. Una persona diventa vecchia nel momento in cui perde la sua capacità di percepire e di creare.
      Chiara

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  11. Ciao Chiara, ammetto che la trama del film mi sembra un po'quella anche di altri american movie: quello sulla danza, quello sul canto, dove alla fine dei ragazzi di strada riuscivano ad emergere, nonostante tutto.
    Molto molto belle, invece le considerazioni che hai fatto sullo scrivere per se stessi. In altre occasioni, infatti, ho sottolineato come spesso chi scrive un blog si focalizza sul successo dei propri post, sui commenti o visite ricevuti, sull'analisi di questi dati utili (forse) a capire il perchè un post ha avuto più o meno successo. E in certe situazioni abbiamo voglia di scrivere tanto per poter fra due o tre anni sfogliare l'archivio dei nostri post e ricordare quella sensazione/considerazione/racconto. E chissenefrega se quel post ha avuto 2 lettori e 0 commenti.
    Proprio come il tuo quaderno, che si apre e si chiude solo quando vuoi tu.

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    1. Senza dubbio le modalità narrative sono sempre le stesse, però questo film non scade nel buonismo: il fatto che si tratti di una storia vera, seppur romanzata, impone il mantenimento di un certo realismo.

      Con il blog, solitamente mi lascio pungolare da un argomento finché non mi sento pronta per affrontarlo. Allora, la stesura diventa spontanea. Certo ci sono dei brani più semplici e altri più complessi. Ma in linea di massima la stesura non mi crea difficoltà. Renderlo in una forma accettabile per il lettore è già più complicato. ;)

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