Lo scrittore bipolare e la sua ricerca dell'equilibrio


L'illuminazione è nella via di mezzo.
(Siddharta Gautama)

L’aforisma che ho pubblicato in apertura del post è tratto dal film “Il piccolo Buddha” di Bernardo Bertolucci. Si presume che appartenga a Siddharta, per questo l’ho attribuito a lui. Mi interessava pubblicarlo in quanto espone in modo estremamente semplice un concetto di cui, in una società occidentale che tende all’eccesso, si è un po’ perso il significato.
Secondo le filosofie orientali esistono due energie, contrapposte ma al contempo complementari, che permeano ogni creatura vivente ed originano tutte le polarità presenti nell’universo. Lo yin è il principio femminile, riflessivo, emotivo e notturno. Lo yang invece è il principio maschile, attivo, razionale e diurno. Il sole e la luna sono gli astri che simboleggiano questa dualità consentendoci il passaggio dal sonno alla veglia, dal raccoglimento all’azione. Solo un sano equilibrio fra le forze può garantire il benessere psicofisico dell’individuo ed il raggiungimento dell’illuminazione.  
L’esistenza umana è piena di conflitti. Lavoro e vita privata. Passione e dovere. Amici e nemici. Mondi apparentemente inconciliabili che vorremmo far convivere in santa pace, sedendoci sugli allori di una silenziosa via di mezzo. Ci proviamo in tutti i modi, ma continuiamo a penzolare pericolosamente da un eccesso all’altro senza riuscire a fermarci nel punto in cui vorremmo. Ci sentiamo sballottati come le palline di un flipper, confusi come un bambino che ha appena sorpreso i genitori a fare sesso.
Credo che per scrivere occorra una sensibilità che vada oltre l’immediato ed il tangibile. Non ho mai conosciuto uno di noi che abbia una personalità quadrata e lineare. E nemmeno un musicista, un pittore o un attore. I creativi creano. Questo li rende diversi da chi maneggia soltanto numeri e dati oggettivi. Noi lavoriamo con idee, con impulsi immateriali. Ogni volta che ci dedichiamo alla nostra arte, entriamo in un mondo in cui può esistere tutto o il contrario di tutto. In cui le varie polarità si confondono, i confini sfumano e noi non sappiamo più riconoscere la verità.
L’effetto tappo è micidiale: la testa pesa, il corpo si blocca e i neuroni continuano a triturare dubbi su noi stessi, sugli altri e sulla società in cui viviamo.
Chi non si sente mai tagliato in due, scagli la prima pietra. Io sono per natura oscillante, in ogni campo della vita. Ma è nella scrittura che le polarità danno il meglio di sé. Vediamo le principali.



“Sono un genio” Vs. “Sono un’incapace”.
A volte mi sembra di essere come il Dottor Jakill e Mr Hide. Ci sono giorni in cui penso di scrivere da dio:  forse è la facilità con cui le parole escono dalla mia anima a farmi pensare di aver fatto un buon lavoro. Quando un brano è vomitato dal cuore mi riesce molto meglio. Le decisioni prese intuitivamente, senza che la paranoia mi prenda per il collo, spesso si rivelano corrette. Se invece rimugino troppo significa che c’è qualcosa che non va nel modo stesso in cui ho progettato la scena. E qui entro in una fase di scoramento. Mi viene voglia di dar fuoco a tutti i miei scritti e trovarmi un’altra passione. Ultimamente va di moda la Zumba. Ma anche una partita di scacchi va bene.
La scrittura è rischiosa, lo sapete? Eh sì, amici miei: molto rischiosa, se per rischio si intende l’effetto dell’incertezza su un risultato atteso (definizione delle norme UNI EN ISO).
È difficile stabilire matematicamente l’effetto e la riuscita di una determinata scena soprattutto per chi come me spesso si lascia fagocitare dall’impulso creativo e non riesce a seguire alla lettera i vari passi definiti in fase di progettazione. A volte mi siedo al computer pensando che il personaggio andrà in piscina e poi me lo ritrovo in discoteca. Il mio protagonista, poi, è abituato a fare tutto ciò che vuole. A volte ho quasi l’impressione che mi prenda per i fondelli…
L’impossibilità di prevedere tutto alla lettera a fa sorgere profondi dubbi sulla mia capacità. Mi sembra di non avere il controllo su nulla, di essermi lanciata in un’impresa molto più grossa di me. Ogni sessione di scrittura inizia con una fatidica domanda: quando avrò scritto le mie 500 parole giornaliere mi sentirò esaltata o depressa? Prevarrà il Dottor Jackill o Mister Hide? Lo scopriremo solo vivendo!

Socialità Vs Misantropia.
Io mi ritengo una persona amichevole. Mi piace stare fra la gente e, quando mi sento a mio agio, divento una gran chiacchierona. Considero la possibilità di viaggiare – anche solo per pochi giorni – un’occasione per trovare nuove ispirazioni, sia assaporando l’energia dei luoghi sia parlando con coloro che incontro durante il cammino.
Questa caratteristica è coerente con la mia passione per la scrittura: i contatti alimentano la creatività. Senza interagire con gli altri, non avremmo storie da raccontare. Potremmo parlare soltanto di noi stessi.
Ci sono però momenti in cui l’unica presenza che tollero è quella dei miei personaggi. So che i miei familiari sono in buona fede quando mi interrompono, però non si rendono conto del danno che fanno non solo al mio umore ma anche, a volte, alla riuscita della scena. In questi casi, preferirei essere in una baita di legno sulla cima di un monte, ma mi conosco e so che non reggerei la mancanza di dialogo. Dunque continuo ad arrampicarmi sugli specchi per assecondare sia il piacere di stare con gli altri sia la necessità di avere gli spazi che mi servono per poter “creare” in santa pace.
Da circa un mese il mio compagno sta lavorando a Milano e ci vediamo solo al weekend. È brutto dire che la mia scrittura ne ha giovato? Non voglio sminuire una relazione che dura da anni, però è la verità. Quando tornerà a vivere con me probabilmente dovrò creare una routine diversa. Non che mi dispiaccia, ma in queste serate il romanzo è andato avanti parecchio.
Se la stessa situazione si fosse verificata un anno fa, probabilmente l’avrei vissuta come una sorta di abbandono. Avrei sofferto da morire per questa separazione momentanea e mi sarei chiusa a riccio rinunciando a scrivere. Ben venga, quindi, la mia ritrovata capacità di stare da sola: per me, è il frutto della guarigione da una ferita piuttosto profonda. Grazie alla scrittura, la presenza degli altri ha smesso di essere un bisogno. È diventata un piacere. E questo mi riempie di gratitudine nei confronti della mia arte. Certo è che non sarebbe affatto male trovare l’equilibrio fra questi due diversi impulsi!

Razionalità sul lavoro Vs Creatività nella scrittura
.
Il lavoro che svolgo per otto ore, cinque giorni su sette, è tutt’altro che creativo e richiede molta attenzione. La precisione, talvolta, sconfina nella rigidità.
All’inizio, imparare a lavorare in modo così razionale e meticoloso mi costò un grandissimo sforzo perché avevo sempre fatto cose diverse ed in modo diverso.  Mi sembrava quasi di tradire il mio modo di essere. Ora, invece, sono soddisfatta di quello che ho imparato negli ultimi due anni e mezzo. Penso che tale approccio abbia giovato anche alla mia scrittura: mi ha insegnato ad essere ordinata e metodica, nonché ad avere l’occhio di falco per i refusi. Uno degli autori a cui faccio da cavia mi ha soprannominata beta-radar, ed io ne sono fiera!
Nel quotidiano però non è facile bilanciare il raziocinio e la disciplina richiesti dal mio lavoro con la passione e la libertà che trovo nella scrittura. Quando i due ambiti si contaminano, diventa un gran casino.
Difficilmente il mio metodo di scrittura condiziona negativamente il mio lavoro (al contrario, avvantaggia il problem solving) ma spesso avviene il contrario. Se in ufficio mi sono abituata a rileggere un documento mille volte, non posso fare altrettanto con ogni singola scena, altrimenti il romanzo rischia di essere concluso cent’anni dopo la mia morte. Se mi metto a spostare anche le virgole, la prima stesura è rallentata tantissimo. Ed è anche un lavoro inutile, dal momento che ogni brano potrebbe essere tagliato in fase di revisione.
Separare il creatore ed il revisore è un compito arduo, ma me lo sono posto come obiettivo. Credo che queste due nature possano coesistere. Quando arrivo a casa mi tolgo il vestito e mi metto la tuta: perché non posso fare un anche un cambio di cervello?

“Come te nessuno mai” Vs “Se esistessi davvero ti prenderei a schiaffi”
Io adoro i miei personaggi. Li adoro tutti quanti. Li ho creati facendo in modo che fossero il più realistici possibili. I più importanti hanno una scheda di circa cinque pagine. Quelli secondari non erano stati definiti nel dettaglio fino a poche settimane fa perché mi ero limitata a descriverne i tratti generali ma, dopo aver dato al mio protagonista una madre che non mi piaceva, mi sono messa a scavare più in profondità anche con loro ed il risultato è piuttosto soddisfacente.
Paradossalmente le figure minori sono più facili da gestire. I protagonisti e i comprimari, invece mi danno delle grandi gatte da pelare, perché gli voglio bene. Ci sono affezionata. Sto bene in loro compagnia e vorrei che uscissero dalla mia penna nel modo giusto. È importante valorizzarli al meglio. Purtroppo, però, non sempre succede.
Proprio come le persone vere, ciascuno di loro ha pregi e difetti.  A volte, mi trovo a calcare un po’ la mano evidenziando più gli uni piuttosto che gli altri. Di conseguenza ho paura che il lettore non possa capirli fino in fondo, che non colga la loro vera natura.  Inizio a domandarmi se vadano bene così, oppure sia necessario modificare alcuni tratti per metterli meglio in evidenza. E, da vera schizofrenica, invece di prendermela con me stessa che non ho gestito bene la scena me la prendo con loro. Proprio ieri, dopo essermi barcamenata per ore con una lite di coppia, ho chiuso lo schermo del portatile borbottando “fate un po’ quello che vi pare: mi avete rotto le palle!”
                                    
Rispetto delle regole Vs. Lotta per la libertà.
Io leggo i manuali. Studio le tecniche di scrittura. Imparo a progettare la trama e a fare le schede dei personaggi. Ma a volte mi sento quasi vittima di un'anarchia interiore che mi porta a scardinare questi capisaldi. Inseguo la libertà di espressione e lo faccio in modo un po' strano, mettendo in discussione tutto ciò che mi è stato insegnato.
Qualche giorno fa, ad esempio, mentre stavo raccontando il dialogo interiore della mia co-protagonista con punto di vista interno, mi sono trovata a scrivere frasi da una sola parola, talvolta intervallate dai puntini di sospensione. Il risultato mi è piaciuto molto perché era realista ed intenso. L’andamento della narrazione rispecchiava perfettamente lo stato di incertezza e di affanno in cui lei si trovava. Dopo aver riletto il brano, ero nella frase “sono un genio” di cui al punto uno.
Oggi l’ho riletto e mi sono sentita nuovamente soddisfatta, però si anche è insinuato in me il tacito timore di aver osato troppo. Questo è ridicolo, dal momento che mi sono sempre accusata di avere il freno a mano tirato sulle emozioni e di essere talmente fissata con la forma da rendere alcune scene un po’ ingessate e statiche.
A volte, ho davvero difficoltà a lasciarmi andare. Eppure i brani più belli del mio romanzo sono stati scritti in completa autonomia, al di fuori dalla mia zona comfort. Vorrei non avere tanta paura di perdere il controllo. Dopo tutto, la scrittura è espansione. Perché devo chiuderla in gabbia ed imprigionarla in qualcosa che non sento mio? Quando spezzo gli argini e mi lascio travolgere dalle emozioni dei miei personaggi arrivo al lettore in modo potente. Se reprimo le mie intuizioni, anche il testo ne risulta impoverito.
Vi ritrovate in queste polarità? E voi… quanto siete squilibrati?



Commenti

  1. Sei proprio una Bilancia!
    Mi ritrovo perfettamente nelle tue oscillazioni, ho apprezzato molto le riflessioni proposte.
    1) Da quando hai scritto dell'uncinetto e del bricolage, continuo a pensarci seriamente.
    2) Concordo, certi giorni vorrei tanto vivere nel mio romanzo.
    3) Bellissima l'immagine del mettersi in tuta, è una dei momenti più belli della giornata. A parte oggi, che rimarrò in pigiama! Chissà se indossare sempre gli stessi indumenti quando si scriva possa aiutare la concentrazione... ci proverò.
    4) I miei personaggi sono tutti belli e simpatici. Secondo te è preoccupante? Serve l'antieroe per creare una trama decente?
    5) Libertà, sempre. Ma sempre rimuginandoci all'infinito!

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    1. Io non ho un antagonista vero e proprio , solo un paio di rompiballe qua e là. Mi sono posta il problema poi ho pensato che per il tipo di storia non sia strettamente necessario.
      Non conosco i tuoi personaggi e non ti so dire. Se vuoi mandami qualcosa... beta radar a rapporto ;)
      Io ho creato personaggi forti ma con grosse ferite che bloccano le loro potenzialità e me la gioco con l'evoluzione.
      P.s. tutti dicono che la bilancia è equilibrata. In realtà noi cerchiamo l'equilibrio. .. ma da qui ad averlo ne passa :)

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    2. Io e l'equilibrio abbiamo un rapporto molto altalenante. Non ci siamo mai incontrati su un piano stabile... e non conosco nessuna bilancia "matura" e coi piedi in terra. Beta radar prenotata! Grazie per la disponibilità.

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    3. Ottimo! Anche io ti scriverò per chiederti un consulto su quel personaggio che ti dicevo ... quello che si droga ;) Appena ho un attimo di tempo lo faccio. Magari oggi stesso, prima di andare via!

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  2. Autrice bipolare presente! C'è da dire che col tempo si impara a convivere con la cosa, almeno un po'. A me spaventa il senso di esaltazione che si prova in fase di ideazione della trama e per i primi capitoli, quando sembra che vada tutto bene. Arrivata alla fine mi fa tutto schifo e questo mio atteggiamento di non poterne più non aiuta ad ottimizzare il testo e la fase di revisione.
    Non so se ci si possa fare qualcosa. Forse possiamo solo rassegnarci alla nostra bipolarità più o meno manifesta e conclamata.

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    1. Io già tremo pensando a quando dovrò organizzare alcuni capitoli scritti in ordine sparso.. ho in mente un montaggio delle scene un po' strano e spero che il risultato finale sia buono. È vero che all 'inizio si parte in quarta e poi ci si scoraggia strada facendo. Sentirlo dire da te che sei una professionista un po' mi consola. Forse non sono crisi isteriche da principiante ma marchi di fabbrica. Imparerò anche io a conviverci :)

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    2. Persino il Persiano si è messo a ridere leggendo "professionista" (però grazie del pensiero)...

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  3. Hai pubblicato due romanzi, vinci concorsi, partecipi ad eventi vari, ti chiamano anche in giuria ed hai una competenza tecnica incredibile... se non sei professionista tu! :)

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  4. Il Taijitu è il mio simbolo preferito, io vivo di dualità. Mi piacciono le contraddizioni, ricordi? Tuttavia, per qualto riguarda la vita, le scelte, i gusti, le passioni... man mano che passano gli anni oscillo sempre meno. Sono sempre più focalizzato sui miei gusti e le mie esigenze e cerco di sforzarmi in quella direzione. Nessun individuo può essere mai davvero quadrato e non credo neanche che in fondo sia una bella cosa. Al di là della creatività, tutti gli esseri umani hanno dubbi e incertezze. Tutti oscillano. Un individuo semza mai perplessità sarebbe molto simile a un robot o a un dittatore.

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  5. Io penso che le oscillazioni rappresentino l'essenza stessa della creatività.
    Mi viene in mente l'astrologia che, recentemente, ha cambiato il concetto di "aspetti planetari negativi" in "aspetti planetari dinamici" in quanto è stato osservato che i transiti apparentemente più pericolosi sono quelli che spingono le persone ad agire, le stimolano ed esortano a cercare nuove strade. Il bipolarismo dello scrittore ha lo stesso effetto: genera riflessioni su se stessi e spinge a cercare nuove strade. Anche le critiche servono a questo, aiutano a diventare migliori.

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  6. Macché squilibri, io sono metodica e prevedibile come una mucca, salvo eccezioni (ma magari le mucche hanno una seconda vita che ciao...). Scherzi a parte, non sono molto schizofrenica. Le mie "anomalie" sono più spalmate nel quotidiano che localizzate nella scrittura. Anch'io adoro i miei personaggi e poi ho la tentazione di metterli nel tritacarne alla fine della revisione, ma credevo fosse normale...

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    1. Però credo molto nella crescita personale che nasce dal sentire sempre presenti e attivi gli opposti. Senza questa (ahi!) consapevolezza è anche difficile pensare di inventare una storia.

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    2. Io vedo la presenza di opposti come il motore principale dell'evoluzione personale. è un tipo di energia che spinge le persone a mettersi in discussione ricercando nuove strade. A tal proposito ti consiglio un bellissimo libro, "The shadow effect" di Deepack Chopra. L'ho letto nel 2010 ed è stato veramente illuminante! :)

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  7. Anche io a volte avverto qualcosa di simile. Scrivendo, quasi sempre mi sento soddisfatto, orgoglioso del mio lavoro. Poi rileggo il testo, e mi sovviene il dubbio che forse quella lettura sia piacevole e significativa solo per me, che in realtà si regga su uno scheletro così scoliotico da rischiare di suscitare solo confusione. Mi domando perché la mia scrittura si stia evolvendo in questo senso; e mi rispondo dicendomi che probabilmente è a causa di ciò che il tipo di studi che faccio mi chiede, ossia appunto rigore, precisione, razionalità. Quindi è come se nello scrivere si realizzasse una sorta di contrappeso, capace di riportare un minimo di equilibrio in un animo che l'ha perso da un po'.

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    1. Io credo che per ciascuno di noi la scrittura debba essere una sorta di "mondo parallelo" nel quale realizzare ciò che altrimenti non sarebbe possibile, ovvero quelle caratteristiche di fantasia e creatività che ciascun essere umano possiede, ma che spesso vengono fagocitate dal vivere quotidiano. Secondo me è questa la vera sfida, per ogni scrittore: cercare di essere "fuori" da un mondo che ci vorrebbe tutti in fila come soldatini ma, nello stesso tempo, saper convivere con esso per non diventare degli emarginati sociali. In poche parole, dobbiamo essere un po' camaleontici ;)

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  8. Penso di essere un grande squilibrato. In tutti i binomi che hai descritto, almeno per come sono io, è normale essere un po' Jekyll e un po' Hyde. Trovo interessante più delle altre la parte sulla relazione. Non convivo e non ho una relazione, ma mi sono trovato, tanti anni fa, a non avere tempo per leggere e questo non mi piaceva.
    Quindi, se e quando verrà qualche buona donna a sopportarmi, dovrò tracciare dei limiti da non superare :D

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    1. Ciò che tiene in equilibrio la mia relazione è proprio il fatto che siamo entrambi un po' "orsi", quindi riusciamo a mantenere i nostri spazi e a gioire del tempo passato insieme, senza diventare simbiotici. In passato mi era capitato di essere fagocitata dalla mia storia, ragion per cui avevo rinunciato a tutti i miei interessi. è stato deleterio per la mia psiche! :)

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    2. P.S. Ho visto che sei diventato un follower fisso... che onore avere il guru dei lit-blog fra i miei lettori! :-D

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