Il Jolly e la Gassosa Purpurea - Il senso di colpa



Non c’è problema così terribile  a cui non si possa aggiungere un po’ di senso di colpa 
per renderlo ancora peggiore.
(Bill Watterson)

(Non sai chi è il Jolly, chi sono i Nani e così la Gassosa Purpurea? Leggi qui)


Siccome nell’ultimo periodo sono arrivati tanti nuovi lettori, è necessario ricordare cosa sia la gassosa purpurea, nel romanzo L’enigma del Solitario di Jostein Gaarder.

Dopo aver adattato il concetto ai miei post sul Jolly, la descrissi così:

[La gassosa purpurea] rappresenta tutto ciò che distoglie l’individuo dalla sua vera natura, distrugge la sua creatività e lo sintonizza su basse vibrazioni.

Con il proposito di analizzare tutti gli “ingredienti” di questa bevanda infernale, ho quindi parlato di religione istituzionalizzata e di conformismo, due argomenti che mi sono serviti da apripista per introdurre una delle emozioni su cui il Sistema fa leva per generare nei Nani senso di inadeguatezza. Quest’emozione si lega sia alla religione (perché l’idea di “peccato” e la paura del giudizio divino orientano le azioni di molti credenti) sia al conformismo: la società crea un sistema di valori e delle definizioni di “giusto” e “sbagliato” spesso arbitrarie, cui le persone sentono di doversi adeguare anche se non sono d’accordo, pena l’esclusione dalle dinamiche del gruppo.

Parlo, ovviamente, del senso di colpa, un meccanismo psicologico che si innesca quando le nostre azioni vanno contro un codice di comportamento ideale, che può essere scelto da noi, oppure assorbito dal sistema. È in questo secondo caso che si corrono i rischi maggiori. Se una persona segue la propria etica, infatti, spesso ha la coscienza in pace e riesce a concedersi il lusso di sbagliare, perché sa che uno scivolone non gli farà perdere di vista ciò in cui crede. Ma quando un individuo si obbliga a seguire principi che non sono i suoi, ha come unico punto di riferimento le aspettative degli altri. Sarà pronto a tutto, pur di non deluderle. Anche a mortificarsi.

Per farvi capire meglio, vi propongo un esempio.

Ormai sapete, perché ne ho parlato tanto, quanto sono stata male, negli ultimi anni, sul lavoro. Il fatto di detestare ciò che facevo, insieme al modo in cui venivo trattata, mi hanno causato un esaurimento dal quale è stato molto difficile uscire. Una delle domande che mi sono state rivolte con maggior frequenza, negli “anni del disagio” è: perché non hai mollato prima?  

La risposta è semplice, addirittura ovvia: perché mi sentivo in colpa.

In un momento di profonda crisi economica, con tanti giovani disoccupati, la gente non faceva altro che ripetermi quanto fossi fortunata ad avere il posto fisso, e io avevo finito per crederci. Quindi, ero convinta che la mia insoddisfazione fosse un errore un capriccio da bambina viziata. Mi sentivo inadeguata, perché non riuscivo a conformarmi alle logiche competitive dell’azienda in cui lavoro e ho sopportato finché non mi sono accorta che la mia salute era seriamente compromessa. Non avevo più gioia di vivere, vedevo il futuro come un immenso buco nero e mi sentivo condannata a un’esistenza infelice. Ci sono voluti anni di psicoterapia per comprendere di non essere io ad avere un problema. Semplicemente, quello stile di vita non faceva per me. Se l’avessi sopportato ancora a lungo, avrebbe finito per distruggere la mia esistenza. Così, ho chiesto il part-time. E il resto è storia nota. Ora ho due lavori, quello che mi dà stabilità economica e quello che mi dà soddisfazioni. Ho trovato il mio equilibrio, e le persone che un tempo criticavano la mia infelicità ora dicono che ho fatto bene, che sono stata coraggiosa. La mia decisione, per quanto impopolare, si è rivelata incredibilmente benefica. Non sono pentita per nulla, se non di aver aspettato così tanto prima di saltare dall’altra parte del muro, solo perché, per la società contemporanea, farsi 60 km di macchina al giorno, timbrare il cartellino e obbedire al capo è un bene. Per me no. E forse è questo che conta: se scelgo di essere libera, dopo tutto, non faccio un torto a nessuno.

Quali sono quindi gli elementi che caratterizzano il senso di colpa?

Lo psicologo Luca Mazzucchelli, sul suo blog, definisce il senso di colpa un’emozione pro-sociale: poiché funziona come un monito, ci spinge a compiere azioni che riteniamo positive e aiuta a mantenere buoni rapporti con gli altri, più per paura di deluderli che per autentico interesse.

“È il compleanno di Mario, devo ricordarmi di chiamarlo, sennò si offende”.

“Mi fermo mezz’ora in più senza segnarmi lo straordinario, che al capo fa piacere.”

“Accetto un lavoro che detesto, per rispetto verso i disoccupati.”

“Non esco con Paolo, perché è l’ex della mia amica, e ci rimarrebbe male…”

In casi come quelli sopra menzionati, il senso di colpa potrebbe sembrare un valore. Ma io penso che le azioni di solidarietà e altruismo vadano compiute con gioia, non perché ci si sente obbligati. Altrimenti, cadiamo in una spirale di ipocrisia che ci rende ancora più “nani”, ancora più distanti da noi stessi. Profondamente infelici, quindi. Vittime di un’etica pilotata dall’esterno.

Uno studio ha rilevato che, se si sommano tutti i momenti in cui settimanalmente ci sentiamo lievemente o moderatamente colpevoli, si sfiorano le cinque ore settimanali.

Sono tantissime, non credete?

Dopo tutto, non siamo assassini, non siamo delinquenti.

Se ciascuno di noi, guardando dentro se stesso, facesse un elenco delle proprie “colpe”, si renderebbe conto di quanto esse siano futili. Io, per esempio, oggi mi sono “sgridata” per aver fumato una sigaretta in più rispetto alla mia tabella di marcia. È servita a qualcosa, questa mortificazione? Ovviamente no. Anzi: è stata uno spreco di energie.
Avete capito, quindi, perché il senso di colpa ci rende nani?

Perché ci indebolisce. Le nostre manchevolezze calamitano tutta la nostra attenzione, facendoci mettere in secondo piano l’efficienza, la produttività e la creatività. In noi, scatta il Dobby Effect (cit: Harry Potter): ci auto-puniamo per i nostri presunti errori e diventiamo riluttanti a goderci la vita. Rinunciamo a comprare un bel libro, a un nuovo amore, a una vacanza, non perché lo desideriamo o ci sono degli impedimenti reali, ma perché crediamo di non meritare la felicità.

Inoltre, voi sapete che il Jolly è tendenzialmente altruista e benevolo, mentre il Nano vive per se stesso, si sente separato dagli altri, giudicato pur giudicando a sua volta, e in perenne competizione. Quando ci sentiamo in colpa, queste caratteristiche si accentuano, perché tendiamo a prendere le distanze sia da chi crediamo di aver ferito o danneggiato, sia da chi, a torto o a ragione, riteniamo colpevole nei nostri confronti. Ebbene sì, amici miei: chi è poco tollerante verso le proprie presunte mancanze, ha difficoltà a perdonare quelle degli altri,  precludendosi così qualunque possibilità di conoscenza e di approfondimento. Non è raro, infatti, che gli errori di un individuo finiscano per screditare tutta la categoria cui appartiene. Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo: 

“Non sono razzista, ma una volta uno di colore mi ha rubato la borsa…”

“Non potrei mai chiamare mio figlio Fabio, come quello che mi bullizzava alle elementari”

“Non lo dico perché Pippo mi ha tradito, ma gli uomini sono tutti degli stronzi…” 

Tante, vero? Ecco.

Quindi, amici miei, il senso di colpa non è pro-sociale! 

L’accettazione di sé, invece, sì. Chi sa riconoscere e perdonare i propri errori (ATTENZIONE: ciò non significa essere giustificazionisti o auto-indulgenti, ma comprendere le motivazioni che stanno dietro le proprie azioni, e usarle come spunto per migliorarsi) non condanna gli altri per il loro passato, ma riesce a vedere oltre le apparenze, perché il suo sguardo non è viziato dal pregiudizio. Questo atteggiamento è l’unico veramente costruttivo, perché crea comprensione e solidarietà, non quel distacco paranoico che ci rende sempre diffidenti verso tutto e tutti. Secondo me, entrare in quest’ottica, porterebbe importanti miglioramenti alla qualità dei rapporti umani. Ma siamo restii, perché troppo abituati a farci del male. Quindi, condannati a rimanere Nani per sempre.

Il lancio della patata bollente
Condividete questa riflessione?
Per cosa vi sentite in colpa?  


(Qui tutti gli altri post dedicati al Jolly)

Commenti

  1. Questo post mi ha mandato in confusione. Non so più ora se le mie azioni siano dettate dalla paura di deludere gli altri, o addirittura di guadagnarmi il loro consenso (anche se poi è un'altra faccia della stessa medaglia) o se siano fatte perché davvero credo in quelle azioni. Oggi ho detto a un contatto di lavoro, quasi in lacrime, che io mi faccio scrupoli morali e che cerco di andare d'accordo con tutti. Il senso di colpa ci fa diventare nani, ma quindi dobbiamo agire in onestà e senza scrupoli verso il prossimo, purché appunto si agisca con onestà.

    Mi ha consolato in parte la considerazione finale: bisogna sapere perdonare i propri errori. Un amico blogger mi disse in un post che mi autocommiseravo un poco: ecco che allora soffrire ed essere abbattuti per i propri errori, ma capire le motivazioni di quegli errori e perdonarsi, ci permette di essere migliori nel rapporto con gli altri. Perdonare se stessi, per poi perdonare gli altri e rendere questo mondo migliore.

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    1. Per capire se davvero credi nelle tue azioni (e io penso di sì) è sufficiente guardarti dentro, in una condizione di silenzio e di tranquillità. Vedrai che starai meglio. Essere onesti, e dire quindi qualche "no", non è un atto di egoismo o di cattiveria, ma di rispetto per sé stessi, perché donare troppo, specialmente se c'è scarsa autenticità, può essere deleterio. Il concetto di "senza scrupoli", però, fa pensare. Perché è difficile definire cosa sia senza scrupoli, e cosa no. In molti casi (siccome qui non stiamo parlando di omicidi e rapine, ma della vita quotidiana di persone comuni quali siamo noi) molto entra in gioco la percezione soggettiva di chi è dall'altra parte. Ciò che conta, secondo me, è agire sempre secondo la propria coscienza, e assumersi la responsabilità delle proprie azioni, sempre, anche quando si sbaglia. è la consapevolezza di aver fatto del proprio meglio, e di non poter agire diversamente, che secondo me protegge dal senso di colpa. Nient'altro. :)

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  2. Io personalmente faccio l'enorme sforzo di adattarmi agli altri come unica possibilità per comunicare con qualcuno perché altrimenti andrei incontro a continui conflitti ed incomprensioni e rimarrei solo.....ma dentro di me sta affiorando l'istinto da jolly che mi suggerisce di andare oltre senza prese di posizione cercando di esprimere la mia autenticità. Credo che dobbiamo riscoprire il nostro magnetismo perché solo così possiamo attrarre persone in via di crescita e non persone con schemi mentali di piombo.

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    1. L'ultima frase del tuo commento, Silvano, è sacrosanta e rappresenta l'esigenza di tutti i Jolly: aver a che fare con persone costruttive. :)

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  3. Credo che, sopratutto, noi donne, siamo programmate per il senso di colpa. Programmate, più o meno consapevolmente, dalla società. Aspetta di essere madre. Se torni al lavoro ti senti in colpa perché trascuri tuo figlio, se non lo fai perché costringi il partner a lavorare di più e tutta la famiglia a un tenore di vita più basso. Se mantieni un'attività tua (sport, amici, che importa) sei egoista, se trascuri le vecchie conoscenze sei egoista lo stesso. Se non cucini tutto bio, perfetto, sanissimo e non pulisci che più pulito non si può sei una madre snaturata, se lo fa "e poi gli anticorpi come se li crea?". Alla fine o impazzisci o mandi tutti a quel paese e vivi la tua vita. Purtroppo vedo molte giovani mamme, se non impazzite, quanto meno schiacciate da questa fabbrica di senso di colpa.

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    1. Sono d'accordo con te sul fatto che le donne siano "programmate per il senso di colpa", un po' per naturale predisposizioni, un po' per le pressioni sociali che ogni giorno riceviamo, e che hanno lo scopo di renderci malleabili e sottomesse. Sicuramente le mamme sono più vessate delle altre donne, ma nessuna di noi è immune. Io, per dire, mi sento spesso rimproverare il fatto di essere una pessima massaia, una pessima cuoca, e di viver le faccende di casa come una sorta di martirio. Poi, però, ho imparato ad accettarmi. Il mio uomo, dopo tutto, l'ha sempre saputo, e mi ha voluta lo stesso. ;)

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  4. Sono assolutamente d'accordo con te! Il senso di colpa non è pro-sociale. Mi pare sia anti-me. Cioè un meccanismo che impedisce a ciascuno di noi di stare davvero bene per compiacere gli altri. Uno strumento di controllo sociale, piuttosto

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    1. Esatto. è uno strumento di controllo sociale perché, come dicevo prima, rende le persone malleabili e sottomesse. Nani, appunto. :)

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  5. Il senso di colpa è un male da cui le donne, soprattutto, devono imparare a difendersi fin dalla nascita. La donna deve essere brava e bella, madre amorevole, lavoratrice indefessa, ma anche angelo del focolare, perfetta massaia e tante altre cose. Però il senso di colpa è democratico, impera anche tra molti uomini. Dopo un lungo e faticoso percorso personale sono riuscita ad accettarmi per quello che sono con pregi e difetti, non per questo resto immune del tutto dai sensi di colpa, ogni tanto il rischio di ricascarci c'è. Io penso sempre, quando il senso di colpa cerca di assalirmi, che devo volermi bene e che la vita è mia e certe scelte devono essere solo mie.

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    1. C'è da dire che il senso di colpa non è sempre negativo. Trattandosi di un'emozione, è una guida importante in alcuni momenti della vita, che aiuta a capire se si sta facendo la cosa giusta e a seguire meglio la propria etica. Spesso tuttavia esso non viene usato in modo costruttivo, e si radica dentro di noi in modo quasi patologico.

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  6. L’ho vissuto un mare di volte e quello che dice Tenar, purtroppo, in molti casi è vero: mi ha fatto venire in mente quando è nato Enrico e io volevo allattarlo. Mi ostinavo, pur non avendo una grande abbondanza di latte, sapevo che era importante e ci tenevo: mi sacrificavo un po’ perché lui voleva stare sempre attaccato e la notte mi svegliavo quando mi sentivo il seno gonfio per tirarlo col tiralatte e conservarlo per quando ne avrei avuto bisogno. Ebbene, mia madre e mia zia un attasso: e lascia perdere, e non lo vedi che ne hai poco, il bambino ha fame, tu ti stanchi inutilmente e ogni volta che Enrico piangeva mi sentivo in colpa perché mi ero messa in testa che lo stessi facendo morire di fame, cioè mi avevano inculcato questa convinzione.
    Il secondo eclatante senso di colpa è stato quando ho scelto di lasciare la professione per dedicarmi ai miei figli: non sai i “sei pazza” che mi sono dovuta sorbire da amici e parenti, e poi ti senti frustrata, non avere un lavoro ti abbrutirà... ne ho sentite di ogni, proprio dalle persone che oggi invidiano la mia condizione perché non avrebbero mai scommesso sulla mia felicità e invece mi vedono ancora con un gran sorriso stampato in faccia. Quando ho preso questa decisione che non ho mai rimpianto mi sono sentita un superjolly (pur senza sapere di esserlo!😁)

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    1. Pensa che invece una mia amica ha avuto il problema opposto al tuo. Lei non voleva allattare a causa di un problema di salute, e tutti le dicevano che era una madre snaturata. Sai cosa dimostrano le vostre esperienze diverse? Che ogni situazione ha i suoi pro e i suoi contro, e ciascuno deve agire secondo coscienza. Le cose gravi, per quelle cui ci si dovrebbe davvero sentire in colpa, sono altre. Il problema è che, chi le mette in pratica, spesso non si rende conto di essere uno stronzo, e continua a farle...

      Per quel che riguarda la rinuncia al lavoro, la situazione è molto simile a quella sperimentata quando ho chiesto il part-time. Quella sì, è un'azione da Jolly, veramente contro alle aspettative e alle esigenze della società, una decisione probabilmente invidiata da chi ci ha criticato, perché non è facile rinunciare a un pezzettino del proprio benessere economico per scegliere la propria libertà, e una vita coerente con le proprie esigenze e i propri valori. :)

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  7. Silvana Amadeo19 marzo 2018 15:42

    La nostra società è permeata dal senso di colpa, dalla paura di sentirsi sbagliati o cattivi se non si seguono determinate regole o comportamenti immessi nell'inconscio come una materia velenosa.
    E ciò viene dalle religioni fondate su paure, dai poteri nascosti che tendono a robottizzarci a manipolarci.
    A livello personale potrei dire che non è solo il senso di colpa che ci impedisce di fare scelte azzardate, opporsi alla condotta corrente; ma il rischio e la ferita dell'emarginazione se non ti adatti. Devi essere molto forte interiormente molto stabile per non essere uno della massa, altrimenti potresti solo adattare un comportamento esteriore diverso senza un reale intimo cambiamento.

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    1. Sì, Silvana, è vero. Il tuo commento riassume alla perfezione ciò che ho scritto sia in questo sia in altri post. :)

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  8. Mi sento in colpa per non scrivere come vorrei, e come dovrei. Ma non ci posso fare niente. Ho iniziato a tagliare e aa abbandonare un mucchio di cose che volevo realizzare sino a qualche tempo fa (qualche anno fa): perché non le realizzerò mai. Pazienza.
    Più il tempo passa, più è necessario procedere di bisturi.

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    1. Anch'io ho il senso di colpa per non riuscire a scrivere abbastanza. So però che in questa fase della vita è così. Sono appena all'inizio della rinascita, ci sono tante cose che devono ancora andare al loro posto, e ci sarà tempo per tutto...

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