Il mio stile di scrittura.

 
Lo stile nella scrittura deve venire senza sforzi, senza pensarci, quando ciò che si vuole dire è più forte della domanda: come dirlo?
(Claude Roy)

La settimana scorsa, sul blog www.lettorecreativo.it di Silvia Algerino, è stato pubblicato l’articolo “Conosci il tuo stile?” Subito mi si sono illuminati gli occhi: fissata come sono con l’auto-analisi, non potevo esimermi dal trasformarlo in un “meme”.
Per me la consapevolezza è ciò che distingue un essere umano da un cyborg. A volte ci affidiamo agli automatismi perché il nostro organismo punta al risparmio energetico, ma i processi creativi non possono trasformarsi in un vuoto meccanismo di stimolo e risposta. Anzi, non devono. Mai!
Se quando scriviamo ci lasciamo fagocitare da schemi di pensiero appresi passivamente, o permettiamo ai beta-reader di condizionarci come se avessero in mano le tavole della legge, i nostri testi somiglieranno a quelli di mille altre persone, parleranno della nostra arte solo a sprazzi. Ma se conosciamo fino in fondo il nostro modo di essere, i nostri gusti e le nostre preferenze letterarie, ogni parola vibrerà di energia. La nostra voce assumerà un timbro ben definito risuonando autentica e chiara fin dalla prima stesura, sarà rafforzata in fase di revisione e rispecchierà la nostra evoluzione interiore. Molto meglio, no?
Lo stile di uno scrittore è come il carattere di una persona: evolve, matura, ma mantiene invariati i propri tratti fondamentali.  Ci sono persone che non si conoscono abbastanza e altre che non smettono un istante di guardarsi dentro. Ci sono scrittori che si plasmano sulla base dei romanzi letti, come gli adolescenti accodati al branco, e altri che vogliono una voce coerente con la propria personalità. Io non mi considero una scrittrice professionista, ma sono contenta della strada che sto percorrendo. Mi compiaccio nell’osservare che le mie scelte non sono più da tempo frutto di casuali manovre da principiante, bensì il risultato di una ricerca che probabilmente terminerà solo quando sarò morta. E anche se in futuro potrebbero esserci dei mutamenti, so che la mia scrittura sarà sempre uno specchio della mia anima.


Sintassi.
Una tempo ero prolissa; ora prediligo i periodi brevi e con poche subordinate. A volte abuso di “quando”, detesto i gerundi e ricorro spesso ai verbi servili. L’unica forma passiva per me accettabile è quella con il verbo essere: penso che, in un testo scritto, “la lettera viene mandata” faccia un po’ schifo.
Per il romanzo in stesura ho adottato un punto di vista in terza persona limitata con focalizzazione multipla, quindi anche il personaggio che filtra la scena condiziona le mie scelte sintattiche.
Al carattere pragmatico del protagonista si adattano frasi asciutte e dirette. Anche di una sola parola, se necessario. Una. Oppure due. Tre sono troppe. Quattro non ne parliamo.
Il comprimario invece è pessimista e cervellotico, non ha obiettivi chiari e non sa cosa fare della propria vita, quindi cerco di donare vischiosità al suo pensiero, torbido come il fiume di fango e detriti che segue un’alluvione, per assecondare la sua essenza complicata e poco lineare…
 Okay, qui ho volutamente calcato la mano, però ci siamo capiti!

Lessico.
Credo che il realismo, sia dell’ambientazione sia del linguaggio, sia un punto di forza della narrativa contemporanea. Non mi importa quanto possa essere sgradevole: se la storia richiede qualche parolaccia, perché no? Io durante la prima stesura me ne sono lasciata scappare anche troppe, che intendo eliminare in fase di revisione. Però, con buona pace di vorrebbe mettere la lingua italiana sotto una teca di vetro per proteggerla dalla volgarità, qualcuna rimarrà: non ho mai conosciuto nessuno della mia generazione cui non sia mai scappato nemmeno un “vaffa”. Più volte mi sono trovata a cancellare un termine appropriato e grammaticalmente corretto perché stonava con le caratteristiche socio-culturali del personaggio. Non voglio che il lettore pensi: “ma questa dove vive? Su Marte?”
Non amo i termini troppo generici e sono nemica della “cosa”: nel 99% dei casi esiste un sinonimo più appropriato. Salvatore Anfuso più volte ha ribadito che il mio lessico è molto preciso, specifico. Probabilmente questo è vero, anche se io preferisco parlare di “scrittura visiva”.  “Fiore” è un termine che a mio avviso non comunica granché, mentre il geranio può manifestarsi chiaramente agli occhi del lettore.

Figure retoriche.
Faccio spesso ricorso alle similitudini perché sono immediate e richiamano immagini molto chiare. Al contrario le metafore troppo evolute stonano con il contesto metropolitano e post-moderno del romanzo in stesura: rimanderò il loro utilizzo ad altre storie.
Un tempo mi piacevano i climax di tre parole in crescendo, poi li ho eliminati perché appesantivano la prosa.
Metonimia e sineddoche spuntano come funghi, a volte nemmeno me ne accorgo. Espressioni come “quello è un Picasso”, “lo sa tutta Milano” o “borsa di coccodrillo” sono molto utilizzate anche nella lingua parlata e possono rendere i dialoghi più vicini alla sensibilità del lettore.

Punteggiatura.
Cerco di centellinare i punti esclamativi, utili solo se il personaggio sta urlando.
A volte un punto crea una cesura non necessaria e la virgola allunga il brodo, quindi il punto e virgola rappresenta un buon compromesso; l’importante è accertarsi che la pausa sia naturale.
Tendo a utilizzare più l’orecchio e il mio presunto buonsenso che il libro di grammatica. Se alcuni paragrafi hanno un andamento ambiguo li leggo ad alta voce per ottimizzarne la musicalità, ma solo in fase di revisione. La prima stesura segue il mio ritmo interiore: un bel casino, credetemi!

Tecniche narrative.
Recentemente una persona mi ha detto che so interrompere i capitoli al punto giusto per creare suspense e invogliare il lettore ad andare avanti. Non è la prima volta: perché non trasformare questa caratteristica in un punto di forza? Ci lavorerò!
Il ricorso allo show dont’tell a volte si è rivelato un’arma a doppio taglio. Ammetto di averne un po’ abusato, specialmente perché la storia di cui mi sto occupando copre un arco di tempo molto ampio. Mostrare troppo rischia di rallentare la narrazione, ma da pivella qual ero (sono?) ogni dettaglio mi sembrava importantissimo. Con il tempo sto imparando a capire cosa sia importante mettere in scena e cosa può essere raccontato. In revisione tutti i rami secchi saranno tagliati.
Errori voluti.
A volte sbaglio i congiuntivi e i pronomi personali. Lo faccio spesso. Lo faccio apposta. E vi dirò di più: mi diverto tantissimo. La vera sfida? Mascherare l’errore facendo in modo che la frase non sembri eccessivamente scorretta e innaturale. Il mio scopo? Fare in modo che i dialoghi siano più realistici possibili.
Ci sono personaggi minori che non hanno le competenze né l’intelletto per esprimersi in modo forbito.  Altri non sono persone gentili, né educate. E c’è anche chi cerca di elevare il proprio linguaggio ma non ha le risorse culturali per riuscirci senza rendersi ridicolo… In poche parole, non solo mi sforzo di trovare le parole più adatte per ciascun personaggio, ma tramite gli errori cerco di valorizzarne l’effetto. Non ho paura di sembrare sgrammaticata perché il lettore competente sa distinguere uno scivolone da una scelta consapevole. Inoltre, queste storpiature non ricorrono con eccessiva frequenza.

Scelta del finale.
Mi piacciono i finali dolce-amari. I miei personaggi si aprono al nuovo e realizzano l’obiettivo, ma il prezzo da pagare sarà qualche piccola rinuncia. Il clima è sempre un po’ malinconico, perché da un lato c’è la gioia per la riuscita,  dall’altro il rammarico per ciò che si è perso.

Il lancio della patata bollente.
Raccontatemi un po’ di voi e del vostro stile. Chi è in sintonia con me?

Commenti

  1. Allora non sono il solo ad avere il dente avvelenato con il gerundio! Chissà poi che ci ha fatto ;)
    A me pare che rallenti la frase, come percorrere una strada e trovare un dosso artificiale: tocca quasi fermarsi.
    I punti esclamativi non mi piacciono: se un personaggio urla, scrivo: urlò. A quel punto non è necessario inserire il punto esclamativo. Idem per il punto di domanda. Se scrivo: domandò, non vedo perché mettere il punto di domanda.
    Eccetera eccetera ;)

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    1. Però nei dialoghi diretti i punti esclamativi e interrogativi servono a evidenziare il tono della frase.

      Per esempio:
      Chiara domandò a Marco: "Come fai a ometterli completamente?" :-)

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  2. Mi è piaciuto molto questo post, lo trovo molto personale, molto tuo.

    Non so perché, ma non mi piace molto parlare dello stile. Cercherò di farlo qui.
    Alternando narrativa lunga e breve posso giocare e cambiare, anche se alcune caratteristiche di fondo rimangono uguali.
    Se scrivo in prima persona sono quel personaggio. È lui che scrive. Amo molto quando è un personaggio molto diverso da me. Il politico colluso io narrante di "Notte stellata", un racconto del 2015, mi ha dato grandissima soddisfazione, perché aveva un linguaggio molto post democristiano che io non avrei mai potuto usare altrove e che mi ha stupito trovarmi tra le mani.
    Quando scrivo in terza persona sono un po' più "io", suppongo.
    In ogni caso le mie frasi devono essere il più breve possibile. Che a volte vuol dire quindici righe, ma solo perché quella è la lunghezza minima (la prima mezza cartella del racconto "Sherlock Holmes e il caso della morta scomparsa" ne ha una lunghissima, ogni volta che mi capita in mano penso che sia al limite della follia). Ogni parola deve essere precisa, questo a volta mi porta a usare termini tecnici o poco usati. In un racconto ricordo di aver inserito la parola "eliotropismo" alla seconda riga. Spero che il lettore possa capire dal contesto. O che, dato che si tratta comunque di eccezioni in una prosa semplice, mi perdoni questi vezzi. Metafore e immagini devono dare un'idea della mente che guarda in quel momento il mondo, che di solito è quella di un personaggio. Io le scrivo, ma è il loro modo di guardare il mondo. In ogni caso devono essere precise e particolari. Il mio esempio preferito è "bella di una sua bellezza acerba, quasi triste come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria" di Guccini. Vorrei saper fare sempre metafore così calzanti.
    Non ho in odio né gli aggettivi in -mente, anche se un po' mi faccio condizionare e tendo a sfoltirli, né la forma passiva. "La vittima era stata uccisa..." è, per me, ancora insuperabile. Trovo inutile, invece, il punto e virgola. Non ricordo l'ultima volta in cui l'ho usato.
    A volte inizio le frasi con "e" o con "ma", ma anche in questo caso mi limito.
    Evito, se posso, il turpiloquio, perché non mi appartiene. I miei amici tengono il conto delle volte che mi hanno sentito dire "cazzo" e credo non siano ancora arrivati a cinque. Allo stesso modo evito il dialetto, perché non lo parlo e non lo conosco. Tutto ciò non vale nei dialoghi. Lì parlano i personaggi, non io (grande imbarazzo nei pochi casi in cui ho dovuto inserire in un dialogo termini dialettali).
    Che altro dire? Per molto tempo ho fatto esercizi di stile. Almeno a mente, ne faccio ancora. Brani, anche brevi, "alla maniera di...". Tolti i casi in cui si gioca col dialetto (alla Camilleri) se voglio riesco a imitare con naturalezza quasi tutto (quasi, perché ultimamente mi sono arenata su Bradbury). Trovo che sia una risorsa molto utile e che allo stesso tempo mi rende più consapevole di cosa voglio io. Quando scrivo apocrifi, ad esempio, voglio un "falso ottocentesco" con abbastanza ottocento da avere un sapore retrò, ma abbastanza agilità da fluire bene. Voglio dialoghi alla Doyle, ma non le parti descrittive che sono più pastiche alla Pérez-Reverte. Insomma, sapendo dove e cosa rubare tutto diventa più facile...

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    1. Sono contenta che il post ti sia piaciuto! :-)

      Nemmeno io avevo mai parlato di stile prima d'ora, ma ho voluto farlo un po' per i motivi descritti nell'intro, un po' perché in questi giorni avevo un po' il dente avvelenato dopo un commento fastidioso ricevuto, con il quale mi trovo in disaccordo, ma che mi ha fatto riflettere. Anzi: mi piacerebbe chiederti un'opinione al riguardo, se ti va.

      Nemmeno io conosco il dialetto e non mi è mai capitato di usarlo. In certi dialoghi però ho voluto riportare alcune espressioni e formule che si usano a Milano e dintorni, e che sono facilmente comprensibili a tutti. Per quel che mi riguarda, il turpiloquio subentra sia in alcuni dialoghi sia quando utilizzo la terza persona limitata, soprattutto quando, rivedendo i famosi corsivi con maggior consapevolezza, ho deciso di eliminarli a vantaggio di un'immersione profonda nella psiche del personaggio, che risulterà valorizzata. Pertanto, la terza persona mi servirà soprattutto per aver la possibilità di mutare focalizzazione. Per il resto, il mio narrato somiglierà molto a una prima persona.

      Tu puoi permetterti di imitare altri autori, se necessario, perché hai già uno stile definito. Io devo ancora trovare la mia strada sicura. Quando la mia voce sarà diventata più chiara, potrò aprirmi a nuovi esperimenti. :)

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  3. Senza togliere nulla ad altri post che hai scritto, questo mi pare la sintesi della tua crescita artistica. Molto maturo. Complimenti. Non aggiungo nulla perché mi ritrovo nelle tue stesse abitudini di scrittura (forse il gerundio lo uso...).
    Helgaldo

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    1. Ti ringrazio molto, Hell. :-)

      P.S. Il gerundio ogni tanto lo uso: abolirlo del tutto, sarebbe impossibile. Però non mi piace, quindi cerco di limitarlo il più possibile.

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  4. Anche io mi rivedo in molte delle cose che dici: per esempio, anche io cerco di far parlare personaggi diversi in modo diverso, oppure curo molto le frasi affinché siano scorrevoli e leggibili. Fin'ora però non avevo mai pensato a quale sia il mio stile, più che altro perché io quando scrivo punto soltanto a essere naturale e semplice, invece che a questioni più tecniche. Non che poi il risultato finale non sia curato, anzi: semplicemente cerco di andare avanti spedito, invece di analizzare ogni parola che metto giù. Quello semmai lo farò in fase di revisione, ma non ho comunque intenzione di "ruminare" troppo: se le frasi mi suonano bene, e se tutto è coerente e senza difetti, per me va già bene così. Magari poi sbaglio con questa impostazione, un errore di immaturità: eppure, visto che i risultati sembrano (spero) essere soddisfacenti, per ora non ho intenzione di cambiare metodo :) .

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    1. Nemmeno io in prima stesura bado troppo ai dettagli, però mi è già capitato di rivedere una parte del romanzo, facendo un lavoro più di fino.comunque lo stile nel blog non è molto diverso da quello del romanzo, quindi anche i post possono offrire una panoramica. :)

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    2. Anch'io penso che sia molto importante essere naturale e spontanei nella scrittura e che piegare il proprio stile alla ricerca di uno stile artificiale sia controproducente. Tuttavia analizzare il mio stile mi ha permesso di accorgermi dei miei limiti (molti) e pregi (pochi). Per cui ora possiedo meglio il mio stile, ne sono più consapevole. Il che mi permette di bloccarmi mentre sto scrivendo e di rendermi conto subito quando sto incorrendo in qualche bruttura. Ho capito che i miei errori più frequenti sono l'eccedere nelle similitudini, lo spiegare troppo e il lasciarmi trascinare in una eccessiva lirica che già in genere stona nella prosa, ma ancor più nel tipo di romanzo che sto scrivendo. Ora riesco a limitarli, proprio perché ne ho maggior consapevolezza.

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    3. Penso che anche in questo caso il paragone con ciò che avviene per il carattere sia calzante. Se una persona analizza ogni proprio comportamento in modo minuzioso perde la propria spontaneità e diventa paranoica, ma se si conosce sa tenere sotto controllo i propri difetti e agire in modo al contempo naturale e consapevole. :)

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  5. Lo stile non deve essere un assillo altrimenti corri dietro allo stile e ti ritrovi in mutande.
    Io bado molto all'incipit. Mi piace trovare la frase che lascia sulla bocca del lettore un agro sorriso. Indulgo un po' in questo, ma spesso inizio in media re, senza tanti preamboli.
    Scelto il soggetto inizio a scrivere senza sfasciarmi mai la testa. Una parola dietro l'altra, in terza o in seconda persona, come inizialmente viene. Non rileggo mai una frase, ma soltanto il capitolo quando è finito. Non ho problemi con la sintassi, con la grammatica e se occorre il gerundio ce lo metto e chi se ne frega. Difficilmente correggo. Finisco il romanzo e lo metto lì. Lo riprendo dopo una mesata e lo rileggo da capo. Generalmente taglio il superfluo, ma non è mai troppo, solo quello che io penso sia il superfluo. Se mi sorgono dubbi lascio non taglio.
    Un mio vezzo: non descrivo mai personaggi né luoghi, lasciando libero il mio lettore di crearsi nella mente facce e posti. Voglio che il lettore entri dentro la storia calzato e vestito. Se ci riesco il romanzo è buono, altrimenti è na chiavica, come si dice a Roma.
    Però quando è na chiavica nemmeno lo spedisco all'editore e lo lascio morire in un cassetto.
    Sono forse un superbo? Chissà.

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    1. Come ho scritto a Helgaldo, io non amo i gerundi ma evitarli completamente è impossibile. Se sono fondamentali anche io li uso.

      Invece io descrivo, sia i luoghi sia i personaggi. Non sono prolissa, inserisco qualche dettaglio qua e là per rendere la narrazione più vivida. Come scrivevo anche nel post, mi piace la scrittura visiva. :)

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    2. Ho capito. Se scritto bene tutto è bene, se scritto male anche i Promessi Sposi sarebbero una chiavica.
      Un libro su tutti: "Poesia e non poesia" di Benedetto Croce, insegna molto.
      Scrittura visiva. Bella, ma a volte rallenta il ritmo narrativo, cosa a cui io tengo oltre ogni altra. Mi piace scrivere un libro come se dipingessi un quadro, anzi meglio, come la regia di un film. Scrittura visiva più di quella...

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    3. è vero, i dettagli visivi possono rallentare se messi nel punto sbagliato. Io cerco di dosarli e organizzarli in modo che arricchiscano la scena invece di dare fastidio. :)

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  6. Non si può raccontare il proprio stile in un commento, quindi forse ne parlerò in un post, o forse no. Di sicuro lo "stile" ce l'hanno tutti, così come tutti hanno un modo personalissimo di parlare. Di tutti gli scrittori che finora ho conosciuto personalmente mi ha colpito il fatto che scrivono esattamente come parlano: ecco eprché si parla di "voce dello scrittore". Ma ne riparleremo... ;)

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    1. Se io scrivessi come parlo sarebbe una tragedia...
      Scherzi a parte, penso che ci sia un fondo di verità in quello che scrivi. I miei limiti verbali (per esempio la tendenza a giustificare i comportamenti, miei o dei personaggi) tornano anche nella scrittura, e cerco di tenerli a bada.
      Leggerò volentieri il tuo post. :)

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  7. Grazie mille, Chiara, per avere preso spunto dal mio post e avere creato il meme.
    Mi piacciono le tue scelte stilistiche. In particolare stavo pensando al tuo finale dolce-amaro. La prossima settimana, nei miei "dubbi del giovedì", parlerò dei finali in una prospettiva particolare, ovvero in connessione con l'incipit, e prenderò in considerazione la tua scelta. :)

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    1. Grazie a te per avermi dato lo spunto.
      Attendo il tuo post, quindi. E leggerò presto anche quello di ieri. :)

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  8. Mi ritrovo in quello che dici, anch'io prediligo periodi brevi e cerco di ovviare a quelli lunghi con virgole, punti o punti e virgole. Lascio correre il lessico e cerco di dare a ciascun personaggio il suo linguaggio con i suoi errori. Le figure retoriche non sono ricercate, ma quando ne scopro qualcuna cerco di esprimerla al meglio in revisione oppure la tolgo del tutto se suona troppo un cliché. Il finale mi piacerebbe fosse sempre lieto, ma anche per questo lascio che sia la storia a imporre il proprio finale e non sempre è lieto quanto l'utopia vorrebbe.
    La revisione è un toccasana per lo stile perché si possono esaltare le proprie peculiarità, credo che in questa fase lo scrittore inizia a rendersi conto del proprio stile, per riscoprirlo poi con le letture successive in tutta la sua evoluzione, senza fine.

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    1. è vero. Le riletture e la revisione aiutano a vedere il testo con il giusto distacco e a relazionarsi con esso in modo più sereno. Quello forse è il momento in cui si cresce di più :)

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  9. Lo stile è l'abito indossato da uno scrittore: devi starci comodo e sentirti a tuo agio. In genere io mi esprimo meglio con la ipotassi, non so scrivere usando periodi brevi, preferisco virgole e incisi, purché non eccessivi. Il troppo lungo mi stona allo stesso modo: quelle frasi con pochi verbi e troppi gerundi, che iniziano e finiscono dopo venti righe.
    Mi piacciono le espressioni dal richiamo poetico.
    Uso anch'io spesso le similitudini, c'è sempre un "come" che interviene a determinare un significato, ma voglio ridurle: anche qui, qualcuna può andare bene, troppe diventano pesanti.
    La punteggiatura è una mia fissa: le virgole messe al punto giusto; adoro il punto e virgola, mi stanno un po' antipatici i due punti. Come già ti dissi una volta, mi intrippo con i punti di vista: infatti il tuo, terza persona limitata con focalizzazione multipla, già mi viene difficile pronunciarlo tutta d'un fiato; prima e terza persona, per me, sono indifferenti, cioè vanno bene entrambe, a seconda di cosa voglio mettere in campo nel racconto.
    Mi accorgo che so scrivere così perché quando voglio allontanarmi dai miei schemi mi sento fuori casa e sento estranee molte sperimentazioni che non mi lasciano soddisfatta.
    Ma mi sto ancora formando, per ora sto solo scegliendo le strade che voglio imboccare.

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    1. Io non uso mai le parentesi. Controlla fra i file che hai: ci saranno una o due volte. :)
      Invece ogni tanto metto gli incisi tra virgole.
      Anche io mi sto formando e molte cose forse cambieranno. Nel frattempo sperimento. :)

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  10. Non saprei definire il mio stile. Tendo a visualizzare le scene, ad immaginare i dialoghi e, a seconda del contesto, ad usare lo stile più spontaneo per trasmettere adeguatamente l'atmosfera. E' chiaro che il dialogo tra due scienziati o due intellettuali richiede un linguaggio forbito e ricercato. Se invece si sta raccontando la chiacchierata tra due massaie trovo lecito usare uno stile disinvolto, un registro informale e, perché no, sbagliare volutamente qualche congiuntivo esattamente come lo sbaglierebbero due massaie che parlano nella vita reale.
    Per il resto non sono amante dei periodi troppo lunghi e avari di punteggiatura. Li trovo impegnativi quando leggo. E cerco di evitarli quando scrivo. La punteggiatura è il respiro per chi legge: secondo me, scrivendo, va usata per calibrare le pause. Quando occorre mi piace usare (senza abusare) frasi brevi per spezzare i pensieri in chi legge, così da evitare automatismi mentali involontari. E magari trasmettere un certo ritmo. Almeno: questo è l'intento... :-)

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    1. Certo, la punteggiatura serve a scandire il ritmo, per questo a volte può essere utile leggere ad alta voce. Adeguare il registro a seconda del personaggio secondo me rappresenta l'ABC dello scrittore. :)

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  11. Non so definire il mio stile, ma non amo la forma troppo ricercata direi che sono senza dubbio più 'diretta'. Credo anch'io di adeguare il linguaggio ai personaggi e al loro contesto sociale e sono molto importanti le descrizioni perché è necessario che il lettore visualizzi la scena che sto raccontando.

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    1. Anche per me le descrizioni sono fondamentali, per quanto le mie non siano lunghissime e separate dalla scena, ma si basino su dettagli buttati qua e là per arricchirne l'impatto visivo. :)

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  12. Anch'io faccio un uso eccessivo di parolacce e prediligo finali dolci-amari. Non riesco a concepire né un lieto fine tipo favola, né un finale altamente tragico e privo di speranza. In linea di massima, come ho già scritto, ho uno stile comunque non definito, che muta in base alla narrazione. É uno dei miei crucci da scribacchino.

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    1. Lo stile si forma e si struttura con il tempo. Anche il mio è in via di definizione. A volte mi faccio condizionare da ciò che leggo, ma più lo analizzo più ne divento consapevole... :)

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  13. Nel fumetto, non so perché, il punto è sostituito da quello esclamativo. In narrativa li centellino anche io.
    Non ho mai analizzato il mio stile da questo punto di vista, non so quindi dirti molto. Errori e punteggiatura sono in comune, però.

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    1. Nel fumetto secondo me il dialogo ha un valore completamente diverso...
      Potresti fare un meme, che ne pensi? :) sarebbe una buona occasione per conoscere meglio te stesso. A me è servito molto.

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    2. Sul meme ci penso, perché avevano già lanciato un meme sulle curiosità sulla propria scrittura e non vorrei ripetermi :)

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    3. Ah sì, avevo partecipato anche io, però non era un post che parlava solo dello stile. Anzi, se non ricordo male sfiorava appena l' argomento. :)

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  14. Non mi piace leggere parolacce in un romanzo, per quelle mi è sufficiente camminare per strada (o ascoltare i miei pensieri :-%&!! ). Mi sembrano un escamotage troppo facile per raggiungere l'effetto relistic-street-cazz-contemporaneo. In realtà ho una certa avversione verso i dialoghi in generale: per quanto possibile cerco di evitarli :-)
    Per il resto mi ritrovo molto con quanto dici; in aggiunta ho notato che - inizialmente in maniera graduale e inconsapevolmente, poi come scelta stilistica - ho smesso di usare le d eufoniche... e adesso vivo meglio ;-)

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    1. Non mi trovo d'accordo con quanto scrivi sulle parolacce. Ricordo un romanzo di Elda Lanza, per il quale l'autrice si vantava di non averne utilizzata nemmeno una. Ricordo di aver trovato il tutto troppo edulcorato per essere credibile: a un commissario cinquantenne sulle tracce di un assassino un vaffa prima o poi scappa, no? ;)
      Però qui è solo questione di gusto. A me non infastidiscono, purché usate con parsimonia, altrimenti la storia si involgarisce troppo, e l'inverosimiglianza si concretizza dal lato opposto.
      Concordo invece per quel che riguarda le "d" eufoniche. Anche io ho imparato con grande gioia a farne a meno, e quando mi capita di trovarle (soprattutto in documenti di lavoro) mi sembrano proprio innaturali. :)

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    2. Purtroppo nei documenti di lavoro, magari roba burocratica, trovi pure le "od"... e allora sì che le parolacce hanno il loro perché! :D
      Credo che - se uno lo vuole - i discorsi diretti possano essere gestiti anche senza esplicitare parolacce o altro, per esempio ne "Il sergente nella neve" di Mario Rigoni Stern spesso il dialogo viene chiuso dalla voce narrante e chiosato con "e poi bestemmiò": personalmente trovo molto più elegante questa tecnica.

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    3. "Od" è molto più osceno di una parolaccia. :-D

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  15. Quella degli errori voluti è una scelta coraggiosa. Perchè in un romanzo i personaggi non dialogano come nella realtà: si usa una forma fittizia funzionale alla scrittura. Altrimenti dovremmo rappresentare pause continue, errori e ripartenze, gli mmmhh e gli ah e quant'altro, rendendo il testo veritiero, ma anche probabilmente illeggibile.

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    1. Ciao Marco, ovviamente l'inserimento di questi errori è centellinato, così come in revisione toglierò qualche parolaccia di troppo che mi è sfuggita in prima stesura. Lo scopo è quello di rendere più verosimile la narrazione, senza però portare stravolgimenti eccessivi, rendere il testo incomprensibile o, addirittura, rovinarlo. :)

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