Ambientazioni contemporanee: anacronismi in agguato



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(Dalai Lama)

Circa un mese fa, ho scritto l’articolo “Ambientazionitemporali: l’incursione dell’attualità”, che ha riscontrato un discreto successo. Diversi lettori mi hanno chiesto di approfondire l’argomento ma, siccome mi piace garantire una certa alternanza delle varie tematiche, ho deciso di aspettare un po’. Ora è giunto il momento.
Per prima cosa, vorrei portare avanti una piccola riflessione, scaturita anche grazie alla lettura dei commenti al post di cui sopra. Nel momento in cui all’ interno di un romanzo compare una data, la contestualizzazione dell’opera cambia, e con essa l’approccio che l’autore deve adottare. Se poi alla connotazione temporale si aggiungono dettagli riguardanti l’ attualità ed elementi relativi all’ ambiente socio-culturale, occorre prestare molta attenzione agli elementi da inserire, per evitare che il lettore si senta vincolato alla contingenza ed alla caducità dei fatti mostrati.
Se una storia è ambientata in un’epoca lontana, rievoca un certo tipo di magia. Il lettore è più disposto ad accettare la descrizione di qualcosa che non conosce. Il distacco dalla realtà paga l’impegno profuso nell’assorbire atmosfere sconosciute. Con un’opera ambientata ai giorni nostri, il rischio di annoiare è maggiore. Inoltre, c’è il pericolo di rimanere vincolati a qualcosa di estremamente transitorio: passato l’entusiasmo del momento, le nostre belle citazioni finiranno nel dimenticatoio. Per questo motivo ritengo opportuno non bombardare le pagine con notizie di cui nessuno si ricorda, né di citare libri, canzoni o film il cui successo è durato una sola stagione, a meno che non si voglia attirare l’attenzione su qualcosa di sconosciuto e, al contempo, particolarmente interessante.

Quando cerco di raccontare la nostra epoca, cerco di ispirarmi ad uno dei miei film preferiti: “La meglio gioventù” di Marco Tullio Giordana, anno 2003. Dura sei ore e, in televisione, è stato trasmesso a puntate. Dicono che sia un po’ radical-chic, ma io lo adoro. La vicenda copre circa quarant’anni di storia italiana focalizzandosi su episodi ormai ben radicati nell’ immaginario collettivo. Ci si riconosce nei personaggi, nelle ambientazioni e negli accadimenti. Anche chi non ha vissuto direttamente determinati eventi riesce a sentirsi partecipe, perché ne ha sentito parlare diverse volte. La visione del video, diventa un modo per saperne di più ed emoziona moltissimo.
Se facciamo appello ad emozioni universali, l’opera assume un valore evocativo e si stacca dal rischio di una rapida obsolescenza. Diversamente, rischiamo di allontanare il lettore facendolo sentire un po’ spaesato. In poche parole, dobbiamo essere molto bravi a mantenere l’equilibrio fra specifico ed universale, fra contestuale ed eterno. Solo in questo modo la nostra opera riuscirà a sopravvivere e ad assumere un valore di vera e propria testimonianza. Diversamente, entreremmo a far parte di un mero “filone modaiolo”.
Qualora decidessimo di tirare in ballo un fatto preciso ma molto contingente, per scongiurare il rischio di cui sopra è molto meglio ridurlo ad un ruolo di mero sfondo. Ad esempio, di recente ho scelto di tirare in ballo una festa-scudetto in piazza del Duomo, a Milano. Ho affrontato il discorso rimanendo focalizzata sull’ atmosfera generale, sulle emozioni del personaggio e su altri accadimenti paralleli più rilevanti per la mia trama. Non ho detto nulla sulla partita, se non che la squadra tifata dal protagonista aveva vinto. In questo modo, la mia storia mantiene la propria centralità e l’episodio in sé diventa una semplice ambientazione, un dettaglio di contesto. Magari al momento della revisione cambierò idea, ma per ora credo di aver scongiurato il rischio di generare nel lettore una sensazione di spaesamento.
Un altro problema facilmente riscontrabile quando si lavora ad un romanzo ambientato in un passato recente è dovuto alla megalomane illusione di non aver bisogno di una documentazione approfondita perché “ci si ricorda tutto”. In realtà, spesso mi trovo ad interrompere la stesura di una scena per verificare qualche cavillo. Il rischio di scivolare nell’ anacronismo è sempre in agguato. Tante volte mi è capitato di scrivere il mio paragrafo con spavalderia per poi darmi dei gran pugni sulla fronte al momento della rilettura. L’ultima volta ieri: ad ottobre del 2000, il mio personaggio tirò fuori dalla tasca una monetina da un euro.
Forse l’autore di un’opera ambientata in un’epoca lontana è avvantaggiato: sa già che nel 1325 non esisteva il wi-fi. Ma noi, paladini del post-modernismo, a volte ci dimentichiamo di quanto sia stato radicale il cambiamento che ha investito il nostro pianeta su tutti i fronti della conoscenza. “In fondo si tratta dei giorni nostri”, ci diciamo: bugia mega-galattica! Scrivendo di getto, siamo in balia dei nostri automatismi, delle nostre abusate abitudini di pensiero. Dobbiamo però considerare le conoscenze effettive dei personaggi, scegliere pensieri e parole coerenti con il tempo ed il luogo dell’ambientazione, soprattutto se utilizziamo un punto di vista in prima persona o una terza persona limitata. Forse qualcuno di voi quella vecchia pappardella sull’utilizzo del termine “leggings” in una scena ambientata nel 2002. Qui trovate un piccolo promemoria. Ebbene: questioni del genere sono quasi all’ordine del giorno.
Vediamo quali sono gli ambiti in cui è più facile essere indotti in errore, con un particolare riferimento alla mia esperienza personale:
a)Tecnologia. Questo è sicuramente il settore più ambiguo. Al giorno d’oggi, ad esempio, è assolutamente normale che qualcuno scatti una foto dal cellulare. Ma quando è diventato possibile fare ciò? Io nel 2005 avevo questa possibilità. I miei protagonisti sono abbastanza tecnologici? Determinate scelte non erano così naturali, come lo sono oggi.
Sempre ieri mi sono domandata se fosse il caso che un personaggio dalle risorse economiche alquanto scarso potesse possedere un computer in casa sua, o una connessione ad internet. È sensato? È realistico? A casa dei miei, in quell’anno c’era già. Ma quando mi sono trasferita a Milano per frequentare l’università facevo delle lunghe file all’ internet-point della Mondadori di via Marghera.
Il boom di facebook, in Italia, è avvenuto nel 2008. Cosa c’era prima? Ve lo ricordate il caro vecchio msn? E poi, è opportuno citarlo oppure i lettori rischiano di essersi già dimenticati della sua esistenza? Insomma: domande di questo tipo sono all’ ordine del giorno. Credo che presto dovrò fare un bello schemino ed appenderlo vicino allo schermo del pc, a mo’ di promemoria.
b) Abbigliamento e accessori. Ultimamente mi sto facendo un paio di paranoie su alcuni tatuaggi ed un paio di piercing. Quando hanno cessato di essere “roba per galeotti” (come diceva sempre mia nonna) diventando uno strumento di comunicazione non-verbale? Credo di essere abbastanza al sicuro, per quanto riguarda questo aspetto. Ho letto abbastanza da poter dire di avere le idee piuttosto chiare. Ma alcune ricerche supplementari non mi faranno certo male.
In ogni caso, descrivere stili che hanno resistito una stagione per poi sparire nel nulla può essere poco intelligente. Se vogliamo connotare un’epoca attraverso l’abbigliamento, occorre mettere in evidenza indumenti che hanno “fatto storia”, come i Dr Marteens o le Timberland. Nel primo decennio del 2000, tuttavia, ce ne sono ben pochi. Le tribù di stile (i “punk”, gli “hippies” ecc) non esistono più da un bel pezzo, a parte qualche nostalgico Meglio quindi mantenersi sempre sul vago ed evitare di tirare in ballo mode stagionali. L’importante è creare un legame solido fra i nostri personaggi ed il loro stile personale.
c) Norme e leggi. Prima del gennaio 2005, nessuno usciva dai locali per fumare una sigaretta. Durante le cene di gruppo, si boccheggiava. L’uso del casco sul cinquantino è diventato obbligatorio per i maggiorenni alla fine degli anni novanta. Ed il tasso alcoolico consentito alla guida di un’auto era molto più alto. Che dire inoltre delle norme che regolano il riconoscimento di un figlio da parte delle coppie non sposate? E dei contratti di lavoro a tempo parziale? Dieci anni fa, funzionava come oggi? Già è difficile comprendere come agire nel presente, ma fortunatamente ho un padre avvocato che ogni tanto mi da una mano.
d) Abitudini culturali. Queste, in linea di massima, sono cambiate poco. Gli italiani continuano ad andare in discoteca al sabato sera, in palestra dopo il lavoro ed in vacanza ad agosto. A variare sono state soprattutto le parole che identificano determinate pratiche. Parliamoci chiaro: l’apericena è sempre esistito, solo che nessuno lo chiamava così. Forse questo, tuttavia, fra gli aspetti che ho elencato è il più facile da gestire.

Purtroppo, il mio attuale stato di stanchezza mi impedisce di proseguire nel mio elenco. Spero anche di non essermi ripetuta troppo, rispetto al post precedente. A voi viene in mente qualche altro “ambito rognoso” rispetto a quello che ho già elencato? Vi è mai capitato di dover prestare attenzione a tali dettagli?

Commenti

  1. Mi viene in mente solo una certa terminologia che si usava magari dieci, venti anni fa e che oggi farebbe ridere anche i polli: per esempio, il "troppo giusto!" che stava sulla bocca di ogni ragazzino (anche sulla mia ^^) negli anni del boom di Drive-In. Il modo di parlare è un aspetto che ho dovuto prendere in considerazione in quell'unica volta in cui ho scritto una scena ambientata proprio negli anni '80. Ho dovuto fare un bel ripasso, dal modo di vestire, al modo di pettinarsi, alla musica che si ascoltava, fino ai modelli di automobile che giravano all'epoca per strada :)

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    1. Raccontare il modo di parlare è sempre difficile proprio perché in molte frasi si rischia di non riconoscersi più. Io cerco di evitare i gerghi. è anche per questo che accentuo invece i dettagli di contesto. :)
      Anche per quel che riguarda le mode, come dicevo nell'articolo, cerco di ricordare "cosa andava" solo in senso lato, senza però cadere nel particolare. Ad esempio, non cito il plateau ed i leggings perché sono termini molto recenti...
      P.S. per curiosità, tu di che anno sei? Io pensavo avessi poco più di vent'anni, e mi parli del drive-in!

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    2. Mantenersi sul vago, affidandosi ai dettagli di contesto, è la scelta migliore. Io, quella volta, sono stata obbligata a essere più precisa, perché dovevo scrivere di un "viaggio nel tempo": il protagonista, strappato alla sua epoca, si rendeva conto di dove si trovava solo riconoscendo il modo di vestire dei passanti e i modelli delle macchine. Ma ammetto che scrivere degli anni '80 è stato uno spasso solo perché si trattava di una scena breve. Dovessi mai ambientare in quegli anni un romanzo intero, farei esattamente come te :)
      I vent'anni me li sono lasciati alle spalle da un pezzo (per fortuna). Ne ho 39. Con il Drive-In ci sono praticamente cresciuta! :D

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    3. A me piacerebbe descrivere qualche fatto in modo più preciso, e magari lo farò. Anche per la moda, mi ricordo in modo generale cosa andava in un determinato periodo, ma non mi perdo in descrizioni troppo accurate. Certo cerco di evitare anacronismi! :)

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  2. Bell'articolo Chiara, condivido la tua opinione. Anch'io tendo ad ambientare le mie storie in un'epoca contemporanea, ma spostata leggermente nel passato prossimo (magari un decennio o ventennio prima). Il rischio di incappare nell'errore è plausibile e non auspicabile. Sarebbe davvero brutto scrivere qualcosa di bello e poi vederlo sviluto da quel dettaglio (ad esempio la tua monetina da un euro) che potevi evitare approfondendo un attimo prima il contesto. In genere questo tipo di studio (se ho bisogno di uno studio apposta) lo faccio durante l'ambientazione: quando preparo l'una preparo anche il contesto storico, scegliendo cosa mettere e cosa no. Naturalmente il tutto va sullo sfondo, perché alla fine l'unica cosa che conta davvero è la storia in sé.

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  3. Sono d'accordo con te. Occorre il giusto equilibrio, ed occorre evitare che il contesto si mangi trama e personaggi! Ti ringrazio anche per i complimenti: mi fa piacere che l'articolo ti sia piaciuto, perché ultimamente sono un po' stanca e non sto scrivendo benissimo... :)

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    1. Non mollare. Al massimo prenditi una piccola pausa, informando opportunamente i tuoi lettori, con una scadenza precisa (altrimenti rischi di non tornare più sul blog per chissà quanti giorni).

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    2. Non ho alcuna intenzione di mollare! :)
      Avevo già avvertito, in un precedente post, che fino a metà novembre sarei stata un po' incostante a causa di una scadenza di lavoro, prevista nei giorni 11-13. Fino a questo momento, sono riuscita ad aggiornare sempre. Non garantisco per questo giovedì perché domani sera ho un impegno e poi parto per il monte... ma ci si prova!

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  4. Da scrittrice, anche, si narrazioni storiche, concordo su tutto, meno che se si ambienta la storia nel passato si debba essere meno precisi. Anche perché l'ironia della sorte è dietro l'angolo. Uno dei miei primi racconti a essere pubblicato con una buona diffusione è ambientato in epoca romana. L'ho pubblicato tramite concorso. Ignorando bellamente fino alla fine che il presidente della giuria era uno dei massimi esperti italiani di storia romana. Se avesse contenuto imprecisioni di ambientazioni lascio a voi immaginare la fine che avrebbe fatto.

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    1. Forse mi sono spiegata male. Non intendevo dire che si debba essere meno precisi, ma semplicemente che il lettore è più interessato a sentir parlare di un tempo lontano, dunque si relaziona al testo in maniera diversa. Secondo me, si può sentire maggiormente affascinato. Nel romanzo contemporaneo, non possiamo giocarcela sull'esotismo, dunque dobbiamo puntare sull'emozione e raccontare eventi in cui il lettore possa riconoscersi :)

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  5. Non farti problemi a scrivermi se ti serve una manina.

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    1. Volevo mandarti qualche mio scritto, ma ho troppa paura! :D

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  6. Il problema c'è ed è bene che qualcuno se lo ponga. Hai fatto degli esempi calzanti e spiegato bene il tema... purtroppo resta difficile cadere in questo errore scrivendo.
    Bisogna tenere le antenne alzate!

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