Nella mente dello scrittore: le mie paUranoie.




La paura può farti prigioniero. La speranza può renderti libero.

Le ali della libertà, 1994


La decisione di ricominciare a scrivere dopo un lustro di silenzi, risale a circa un anno fa. Non è stata concretizzata immediatamente. È passato del tempo, prima che quella scintilla iniziale scaturisse nell’azione.

Cosa è cambiato, in questi dodici mesi?

All’apparenza, nulla. Nella sostanza, tutto.

In fondo, ogni mutamento comincia al livello dell’anima, prima di generare un risultato tangibile. E, nel mondo sotterraneo del mio quasi-conscio, percepisco un ribollio costante. Credo che ci sia una miscela simile a quella dello scienziato pazzo: inserisci l’ingrediente x e salta tutto per aria.

Un amico scrittore, tempo fa, mi disse che la scrittura è un’attività fine a sé stessa. Non ci porta nulla, se non un piacere momentaneo. Io non la penso così. Questo principio può essere valido se la si considera un hobby, alla strenua del giardinaggio o dello shopping. Quando si decide di viverla seriamente, ci trasforma.

La mia crescita non è avvenuta soltanto sotto il profilo tecnico, anche se il miglioramento c’è stato. Ho intrapreso un percorso che mi ha aiutata a superare alcuni blocchi. Ho acquisito maggior fiducia in me stessa grazie ai feedback positivi ricevuti. Ed ho imparato da quelli negativi, comprendendo le mie piccole mancanze. Si è attivato un cambiamento profondo che investe tutto il mio essere. Ma, più diventa concreto, più mi terrorizza.


Quali sono le mie paure?

Tante. Sono tante.

Ogni volta che mi scontro con uno dei miei limiti tecnici temo di non riuscire a superarlo. In questo periodo, sto litigando con la mia totale incapacità a gestire gli incipit. Sono negata: mi perdo sempre in mille preamboli.

I brani in cui i personaggi entrano in scena per la prima volta sono da tagliare perché non mostrano le cose fondamentali. Devo sempre eliminare senza pietà anche la prima pagina di ogni capitolo e le prime righe di ogni scena. Faccio outing: anche sul blog, spesso, ho dovuto silurare la parte iniziale degli articoli.

Sto cercando di risolvere il problema in diversi modi. Innanzi tutto, pianificando un po’ di più. Però non sempre funziona. Ho il cervello anarchico e finisco sempre per andare a ruota libera. Saltare completamente la parte introduttiva per scriverla alla fine mi sta aiutando un po’ di più. Vedremo se mi aiuterà a ovviare questo mio piccolo difetto.

Sulla mia difficoltà ad enfatizzare le emozioni ho lavorato molto e mi sono un po’ sbloccata. La mia afasia era legata ad una paranoia paralizzante. Temevo di mettermi in gioco in modo troppo esplicito. Temevo che il giudizio del lettore si sarebbe inevitabilmente spostato dallo scritto alla mia persona. Per evitare ciò, accettavo la banalità, bloccando le mie storie su un livello qualitativo inferiore rispetto a quello a cui avrei potuto ambire.

Se paragono le scene scritte sei mesi fa con quelle più attuali, sembrano appartenere a due autori diversi. Questo un po’ mi gratifica, ma so che la lotta contro i miei mostri interiori è appena all’inizio. Vorrei avere il coraggio per affrontare anche gli argomenti più scomodi. Vorrei lasciarmi turbare da ciò che scrivo. Una scena di dolore e di violenza non dovrà più diventare manierista, ma essere intensa fino all’infarto. Questa è la mia sfida personale.

Del resto, non devo stupirmi se sono scivolata in questo atteggiamento castrante: sono stata io, anni fa, a scegliere di vivere in una bolla grigia. L’avevo perfettamente arredata. Mi ero illusa che, lì, potessi sentirmi a casa. Ma non c’era nulla che mi facesse stare bene. Solo routine meccaniche e situazioni autodistruttive. Avevo anestetizzato i miei sentimenti: assolutamente normale, dunque, non riuscire a riversarli sulla pagina, aumentare la distanza fra me e le mie parole rendendole impersonali.

Ho poi paura di non essere brava. Ma ho anche paura di essere brava. Sembra assurdo, vero, che due emozioni così diverse possano coesistere? Eppure è così. Forse, però, né l’una né l’altra cosa è vera.

La prima paura è facilmente comprensibile. Penso ci riguardi tutti.

Mi lusinga molto che il blog sia seguito da persone decisamente più esperte di me e, a volte, mi sento piccolissima. Sebbene mi sia decisamente sciolta, rispetto ai primi tempi, a volte scivolo in antiche seghe mentali. L’idea di scrivere castronerie o banalità mi manda fuori di testa. Spesso ho l’impressione di essere ancora acerba. Immatura.

Idem per il romanzo: ci sono momenti in cui arrivare alla fine mi sembra un’impresa titanica. Non voglio mollare: posso sistemare la trama, eliminare personaggi, modificare la struttura. Però voglio andare avanti. Faccio come i gamberi, ma pian piano continuo. Vedo la mia opera crescere, butto giù qualche scena che mi piace, mi rincuoro e ritrovo la voglia di provarci. Tornare indietro e ricominciare può essere snervante ma utile per fare un po’ di esercizio.  

Il secondo punto, invece, potrebbe sembrare assurdo. Proverò a spiegarlo in poche parole.

La scrittura sta cambiando le mie priorità. Situazioni che un tempo consideravo buone o accettavo senza reagire mi vanno sempre più strette. Le tolleravo, perché non conoscevo alcun mondo al di fuori di questo. E adesso mi logorano. So che esistono altri modi di vedere la realtà. So che posso staccarmi dalla fila ordinata di onesti soldatini e provare a dare al mondo un contributo un po’ più creativo. Esiste un universo di comunicazioni intense, che vanno oltre i beceri pettegolezzi sulla maglietta di tizio e la liason di Caio. Io faccio parte di questo mondo. Da dietro il mio schermo, tendo la mano. Arrivo al lettore. Si crea uno scambio. Qui, invece, ci sono solo parole fredde e prive di senso.

Più acquisto fiducia nelle mie capacità più mi allontano dalla mia zona di confort. Provo schifo per contesti che mi sono illusa di aver scelto, ma che in realtà mi hanno fagocitata facendo leva proprio sulla mia mancanza di autostima.

Se deciderò di proseguire lungo questa strada, dovrò tagliare tanti rami secchi. Sarò costretta ad eliminare alcune abitudini che fanno male alla scrittura, ad adottare una forma mentis più proattiva e complessa. Dovrò evolvermi, dire tanti “no”, impormi con chi non condivide la mia decisione di inventare storie, generare conflitti e poi risolverli. Dovrò mettermi in discussione. È questo, forse, il punto: una nuova me sta venendo fuori, e non c’entra niente con le nebbie del mio passato. La Chiara scrittrice è quella vera. Tutto il resto è un surrogato nebuloso pieno di maschere e censure.

Ho paura di non riuscire a concludere il mio primo romanzo, sebbene questa paranoia si sia molto attenuata negli ultimi mesi. E, giusto per non farmi mancare nulla, ho anche paura di finirlo. Considerata la mia difficoltà oggettiva a portare avanti più progetti contemporaneamente, sto lavorando su una sola idea. E a volte ho l’impressione di non poterne avere altre al di fuori di quella.  So che è una sensazione comune a molti. Ma persiste. Sarà per questo motivo che inconsciamente le tempistiche si dilatano all’infinito? La legge di attrazione, purtroppo, è sempre in agguato.

A volte ho anche paura che la scrittura mi allontani dal mondo esterno. E ho paura che mi ci trascini dentro contro la mia volontà. Quando scrivo, sono al contempo dentro e fuori. Entro ed esco da me stessa. Quando mi trovo fra la gente, spesso desidero scappare. Tornare a rifugiarmi fra le mie pagine. Perdermi nei meandri del mio mondo perfetto. Però, ho anche bisogno di contatto. Guardo i volti delle persone e assaporo storie, trasformandole in – spero – qualcosa di bello. In fondo, scrivere immerge nella realtà. Lo scrittore avulso dal proprio contesto è una figura obsoleta. Diventiamo delle spugne. Continuamente assorbiamo umori ed energie. Ci sentiamo abbracciati dall’umanità intera. Ma, al contempo, la detestiamo, perché ci piace anche stare da soli.

Okay. Questo sproloquio è giunto al termine. Io solitamente sono una persona positiva, dunque voglio fare una promessa: fra due mesi ripescherò l’articolo e vi racconterò se e in che modo sarò riuscita a risolvere queste paranoie. Comunque, mi offrono un’occasione per lavorare su me stessa. Raccontatemi voi, ora: quali sono le paure che avete o che avete avuto? Siete riuscite a risolverle o continuano ad aleggiare su di voi come crudeli fantasmini?

P.S. La pagina dei contatti è stata aggiornata. Ormai sono facilmente raggiungibile in ogni angolo del web.

Commenti

  1. Mi conforta sapere che non sono l'unica ad avere tante paure... :)
    Allora... per prima cosa ti confesso che io mi sento stupida ed immatura ogni volta che commento qui, perché tu scrivi cose molto intelligenti e le mie opinioni non sono all'altezza del confronto.
    E poi, condivido anche un altro paio delle tue paure, in particolare quella di enfatizzare le emozioni (ho una specie di blocco ogni volta che per interpretare un personaggio devo rivivere qualche mia esperienza negativa) e la sensazione di essere fuori posto in un mondo esterno un po' troppo superficiale.

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    1. Ogni persona ha il suo contributo da dare ed esso è sempre importante, a prescindere dal contenuto. Non stiamo facendo una gara, dunque sentiti libera di scrivere tutto quello che vuoi senza aver paura del confronto. Io ho dieci anni più di te, ed una consapevolezza diversa, è normale (ma non scontato!) che i miei contenuti ti possano sembrare lontani.

      Quanto alla paura, fa parte di ogni essere umano. È fondamentale saperle gestire e superare, per raggiungere il successo. Proprio per questo motivo ho manifestato la mia intenzione di scrivere un altro post fra un paio di mesi, per vedere a che punto sono con la mia evoluzione. Non dobbiamo farci paralizzare, ma lavorare su noi stessi per reagire ed andare avanti. :)

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  2. Io credo che Compagna Paranoia abiti nella mente di ogni scrittore, anzi, l'ho chiamata Compagna perché (almeno nella mia testa) infesta allo stesso modo tutti gli aspetti della scrittura, da brava comunista li tratta tutti allo stesso modo. Ho paura di non essere brava, di scrivere racconti e romanzi schifosi, ma ho anche paura di essere brava, e quindi di pubblicare, di parlare in pubblico, di fare pubbliche relazioni. Ho paura di non riuscire a scrivere più niente, ma anche di intasare il computer con romanzi inediti che resteranno tali. Insomma, ad ascoltare Compagna Paranoia rimarrei tutto il giorno a letto a tremare.
    Ci si convive, alcuni giorni un po' meglio, altri un po' peggio. Quando scrivo mi dimentico di tutto, è piacere puro. E poi mi dico che se ho scritto una storia adesso è mia responsabilità cercarle una vita oltre il mio computer. E quindi si va avanti, un po' tappandosi le orecchi e un po' cedendo alla Paranoia. Anche lei, pare, fa parte del "pacchetto scrittura".

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    1. La presenza di così tante paure potrebbe dipendere dal fatto che lo scrittore ha una sensibilità “espansa”? Se fossimo persone razionali, quadrate e monolitiche avremmo fatto gli ingegneri! La presenza di una velleità artistica si sposa con una intima ricerca di una dimensione “altra”, più profonda e reale. Vorremmo rimanere inchiodati nella zona confort, ma viaggiamo nell’infinito. Questo ci fa sentire sballottati e spaventati. Tu cosa ne pensi? :)

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    2. Sì, credo che tu abbia ragione. Le fragilità e le debolezze sono anche la fonte delle nostre storie. Per questo credo che con Compagna Paranoia ci si debba convivere, perché eliminarla non è possibile

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    3. Esiste un principio buddhista tale per cui, quando una persona è in grado di accettare amorevolmente le proprie debolezze, esse si trasformano. Al contrario, quando le si combatte o si oppone resistenza persistono. Penso sia vero. :)

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  3. Mi sono riconosciuta in alcune tue paure, meno in altre, forse perché le ho vissute e superate. La mia paura più grande oggi è legata al tempo che passa, al timore di non riuscire a "farmi leggere", perché è questo in fondo che vuole chi scrive: farsi leggere.
    A proposito dei tuoi timori di non finire il romanzo, non mi preoccuperei, hai la stoffa, la determinazione e tutte le altre qualità necessarie per farcela.
    Poi è vero: la scrittura ti cambia e cambia il modo di vedere le cose. Ti fa uscire fuori dagli schermi e dalle zone di confort, ma allo stesso tempo te ne crea di nuovi.
    Paura di allontanarti dal mondo esterno? Non credo che con un blog il rischio esista, quando ci si confronta, non ci si isola :)
    Comunque, un bel post, che indica ancora una volta come il tuo approccio alla scrittura sia profondo e sensibile.

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    1. Ti ringrazio moltissimo per i complimenti! :)
      Purtroppo, la paura di non arrivare alla conclusione dell'opera è quella più dura a morire, se non altro per una questione di tempi. Per portare avanti un romanzo con costanza ed impegno occorre "sacrificare" (uso le virgolette perché non si tratta di un vero sacrificio) molto tempo, ed io non posso donare ciò che non ho.
      Per fortuna, quest'assenza di tempo non ha compromesso nulla, non mi ha portata a smettere, perché cerco di industriarmi per portare avanti il romanzo anche se non posso scrivere. Però mi impedisce di immergermi nelle mie storie quanto vorrei, ed è un peccato.

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  4. La scrittura come catalizzatore del cambiamento! Le hai fatto un complimento enorme, che penso si meriti. Paure ne ho, eccome, in primis quella di abbandonare la scrittura prima di riuscire a farmi leggere. Non che sia in procinto di farlo, ma sono consapevole che il rischio esiste. Però credo di avere capito che con queste paure bisogna fare amicizia. Tanto non se ne vanno! Forse sono il piccolo prezzo da pagare per uscire dalla comfort zone di cui parlavi. Non è un privilegio di tutti.

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    1. Credo che ogni espressione artistica trasformi chi la pratica, altrimenti sarebbe un piacere fine a se stesso e non (come penso) la più alta forma di espressione dell'individualità.
      La paura di abbandonare è presente anche in me, sebbene non l'abbia esplicitata nel post. Come sai, sono reduce da molti anni di "rinuncia". Riprendere mi ha fatta rinascere. Se dovessi smettere, non sarebbe per incapacità o mancanza di passione, ma per nuovi abnormi blocchi psicologici. Gli stessi blocchi che, in tutti questi mesi, ho cercato (in parte riuscendoci) di eliminare. Vorrebbe quindi dire che tutto il lavoro fatto su me stessa sarebbe inutile :)

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    2. Non avevo letto lo scambio con Antonella. Che sintonia, però!

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  5. Tutti abbiamo delle paure e mi riconosco in alcune delle tue, come quella di non riuscire a trasmettere emozioni, avevo anche paura di scrivere cose assurde e di non riuscire a finire il mio romanzo. Ci ho messo un bel po' ma ho finito il romanzo e la paura che non fosse buono era lì in agguato, quasi non volevo mandarlo agli editori, poi un moto dell'animo, viscerale come quelli che descrivi tu, mi ha spinto a spedirlo. A volte è una questione di punti di vista. Devi chiederti: se è buono? Perché dovrei avere rimorsi per tutta la vita? Nessun editore ha voluto pubblicarlo, ma ormai l'animo era in moto e ho pensato che non sono gli editori a dire se un libro è buono, sono i lettori a farlo. Ecco perché ho autopubblicato e ho avuto diversi riscontri positivi che mi rendono felice di averlo pubblicato.
    Qualunque paura tu abbia, devi imparare a pensare ai rimorsi che potrebbe provocarti.
    Sul finire il romanzo, non devi affatto preoccuparti, anch'io ho avuto dei periodi di fermo, ma il fatto che tu sia ritornata a scrivere significa che ci tieni sul serio, l'hai detto tu stessa: la Chiara scrittrice è quella vera.
    Per tutto il resto, sul tuo modo di essere e sentire, prova a dare un'occhiata a questo articolo (e al video linkato all'interno) di Nuovo e Utile sull'introversione: http://nuovoeutile.it/introversione-creativita , l'ho letto ieri, potrebbe essere illuminante per te come è stato per me.

    Ciao,
    Renato

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    1. Io non credo che l'idea del rimorso ci possa aiutare a tenere a bada le paure. Almeno, con me non funziona così. A me è di aiuto pensare che ogni paura è un'illusione della mente e quindi un'illusione fasulla che può essere trasformata in un'occasione per crescere.
      Leggerò con grande piacere l'articolo che mi hai segnalato!
      A presto

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