Il talento non esiste: l'alibi di chi non l'ha e di chi non lo vuole


Una cosa è avere talento.
Un'altra cosa è scoprire come usarlo.
(Roger Miller)

Tutti possono imparare a scrivere correttamente nella propria lingua madre.
Tutti possono imparare a fare calcoli complessi, a suonare o a disegnare.
Ma i veri scrittori, i veri ingegneri, i veri musicisti e i veri disegnatori hanno qualcosa in più.
Per comprendere di cosa si tratta, occorre staccarsi da quella mentalità occidentale che giudica una performance in base al risultato e concentrarsi sul processo creativo.
Esiste una differenza fondamentale tra il fare e l’essere, tra l’impegnarsi in un’attività per raggiungere un obiettivo e sentir vibrare quell’attività dentro di sé ogni istante della propria vita.
Qualcuno parlerebbe di passione. No, non è solo questo. È molto di più. È una missione, forse.
È la consapevolezza di essere nati con uno scopo. È una questione di significato.
Per farvi comprendere meglio ciò che sto dicendo, vi racconto una storiella.


FAR RESPIRARE I NUMERI
Qualche giorno fa chiacchieravo con un mio amico ingegnere. Non riuscirò mai a comprendere il suo lavoro, perché è quanto di più distante possa esistere dalla mia sensibilità e dal mio modo di relazionarmi con la vita. Eppure ha detto una frase che mi ha colpita: “Se ho dei numeri davanti, li sento respirare. È come se chiedessero il mio aiuto e mi incitassero a trovar loro la giusta collocazione all’interno del progetto di cui mi sto occupando. Quindi mi metto lì, davanti al computer. Regalo al lavoro tutta la mia energia. E, quando i conti tornano, mi sento un dio, mi sembra di aver rimesso a posto l’universo intero.”
Lui ha studiato tantissimo, per diventare ciò che è. Però la scelta della facoltà universitaria è stata la diretta conseguenza di un “quid” che sonnecchiava in lui fin da quand’era bambino, e che oggi lo rende diverso da tutti coloro che svolgono lo stesso lavoro. Il padre costruttore, forse, ha avuto un ruolo fondamentale nel suo avvicinamento a questa disciplina: “l’ingegneria è un’arte”, gli diceva sempre. Ma se lui ha deciso di seguire le sue orme invece di diventare un cantante punk, un dentista o un avvocato, è perché ha visto, in quei simboli incisi sul foglio a quadretti, una ragione di vita.
Lo stesso accadde a me, più di trent’anni fa, con le parole.
Quando mia mamma appiccicò sul mio seggiolone gli adesivi dell'alfabeto, avevo un anno e mezzo, sapevo a malapena parlare. Avrei potuto ignorarle, invece ho imparato a leggere. E avrei potuto ignorare le storie che mi raccontava mia nonna, i suoi Promessi Sposi versione fiaba della buonanotte. Ma per me, le parole, hanno sempre avuto vita. Io sento il battito del loro cuore. Le vedo sanguinare. Non le uso mai a casaccio. Non le vomito sul foglio per poi dimenticarle: le lascio lì, senza pulire, alla bella vista di tutti. Intanto non fanno schifo, nemmeno quando fanno schifo. Perché sono vere. Sono. Hanno energia.
L’amico ingegnere conosce la grammatica. Ha diverse pubblicazioni all’attivo. Saggi, ovviamente.
È uno scrittore? No.  È solo un uomo che sa scrivere. Sa scrivere, come io so calcolare limiti e percentuali.
Se esce dai confini della propria disciplina, va nel panico. Quando deve inviare un’email, mi chiama per chiedere consiglio. Per contro, io da lui ho imparato a usare un foglio Excel. Con il tempo, ho anche smesso di soffrire nell’utilizzarlo. Ma non elaborerò mai una statistica per libera scelta: lo faccio per lavoro, punto.

SCRITTURA TALENTUOSA
Dire che il talento non esiste è pericolosissimo perché illude gli incapaci, fa creder loro che, per sfornare il nuovo Signore degli Anelli, basti imparare un manualetto a memoria.
L’arte non è solo questione di tecnica. Lo studio e l’esercizio possono aiutarci a dar forma alle nostre doti individuali ma, se ci affidiamo soltanto alla ragione (o peggio ancora: al mentale) non saremo mai scrittori. Saremo saggisti, autori televisivi o ghost-writer. Semplici lavoratori, quindi. Al massimo, potremo pubblicare un paio di romanzi. Probabilmente impeccabili, sotto il profilo grammaticale. Presenteranno una trama accattivante, suddivisa nei canonici tre atti. L’ ambientazione sembrerà progettata dall’ingegnere di cui sopra. I personaggi avranno difetti e segreti. Tutto perfetto. Ma quale energia impregnerà quelle pagine? L’energia dell’ego. Perché l’ispirazione non è semplicemente uno stato d’animo: è la libera espressione della propria verità interiore. È il coraggio di uscire propria zona di comfort. È la capacità di realizzare una comunione profonda con ciò che si fa, affinché ogni differenza sia annullata: noi siamo il nostro romanzo, la nostra canzone, il calco per un grattacielo che spezzerà le nuvole. E quindi, per non tradire noi stessi, diamo il massimo. Sentiamo respirare le parole. O i numeri. O i colori. Perché quel respiro è il nostro respiro. E se non respiriamo, moriamo. Quindi, se non scriviamo moriamo dentro.

LA PAURA DEL TALENTO
Chi non ha talento spesso ribadisce l’importanza della tecnica per supplire alle proprie mancanze.
Chi ha talento e lo sa esprimere usa la tecnica per valorizzarlo.
Esiste poi il purgatorio. Lì abitano coloro che temono la bravura più del fallimento. Per loro la tecnica è un involucro protettivo, è ciò che li mette al riparo dall’onere di guardare dentro di sé.
 Potrebbero diventare grandi scrittori, questi qua, ma non sono pronti a sospendere il giudizio.
E, soprattutto, non sono pronti a lasciar andare le zavorre mentali che si portano appresso da secoli.
La loro revisione è un accanimento terapeutico, perché qualcuno li ha convinti che essere bravi significa cancellare e riscrivere la stessa frase diecimila volte, finché non si raggiunge una parziale perfezione.
“Scrittore” è per loro una parola bellissima, che porta con sé onore e prestigio sociale.
Il termine “artista”, invece, evoca vacui fantasmi di ostracismo sociale.
In fondo cosa dicono i benpensanti politicamente corretti di coloro che sembrano un po’ fuori di testa?
“Eh, lo so che è una persona un po' particolare: del resto è un artista”.
Orrore e fastidio!
Loro non vogliono essere così, giammai!
Non vogliono essere considerati strani. Non vogliono essere Jolly, ma rimanere nani.
Non vogliono aprire la porta della propria anima perché hanno paura di ciò che troveranno lì dentro. Questo è il limite più grande della loro scrittura: l’incapacità di ascoltarsi.
Ma la creatività non è una malattia.
Nessuno è mai stato ammazzato da un’idea troppo potente.
Anzi: quando il pensiero astratto rompe gli argini, la vera scrittura è a portata di mano.
Tutto il resto è un surrogato. Una zona confortevole e noiosissima nella quale ci sentiamo al sicuro.
Un’area grigia priva di talento ma con tanta, tantissima tecnica.

Il lancio della patata bollente.
Qual è il vostro talento? Quale respiro sentite? Quello del cibo che frigge in pentola? Quello delle ruote di una moto? Quello di un paio di Hogan?

Di qualunque cosa si tratti, seguite quel fiato e trasformatelo in un’arte. 

Commenti

  1. Io ripeto spesso che il talento è ferocemente antidemocratico. Non credo di averne tanto, ma quel poco che possiedo provo a usarlo al meglio.

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    1. Mi interessa, il tuo discorso: antidemocratico perché non tutti lo posseggono o perché viene usato per creare discriminazioni? :-)

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    2. Secondo me, Chiara, la prima risposta.

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    3. Anche secondo me. Ma la seconda contempla possibilità ulteriori. :)

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  2. Riflessione bellissima.
    Certo, chiunque può scrivere (o dirigere un film, per dire) ma nel 90% dei casi sarà un esercizio di mestiere, una cosa tecnica realizzata applicando dei concetti.
    Il talento è, appunto, un'altra cosa.
    E' un fuoco dentro che spinge solo per una "materia" -passami il termine-.
    Io? Non ne ho idea.
    Ma sin da piccolo ho sempre avuto idee in testa e la scrittura come mezzo iniziale per esprimerle... chissà :)

    Moz-

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    1. Non sarei così esclusivista.
      Secondo me, il talento può spingere anche verso più materie.
      Io, per esempio, penso di essere brava in diverse cose.
      Poi è ovvio che un essere umano non possa coltivare tutti i talenti, e debba scegliere quello che, più degli altri, risuona con il proprio essere.

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  3. Questo discorso, su talento e vocazione, viene fatto danzare in modo egregio nelle opere di James Hillman. (Conosci?)
    Se non ricordo male, Hillman scrisse che "molti hanno il talento, pochi il carattere che può realizzarlo".

    Posseggo una teoria su talento innato e vocazione, che ho anche cercato di divulgare, ora però da qualche tempo sento di metterla in discussione.
    La maggior parte di noi crede che ogni uomo nasca con un imprintig specifico differente dagli altri: la vocazione, il volere dell'anima...
    Ed è ciò che penso anch'io. Ultimamente però mi sto domandando se gli individui nascono tutti neutri, vuoti, "bianchi". E, quella vocazione non è altro che uno dei primi elementi o esperienze con cui viene in contatto.
    Il tuo esempio, magari, può cercare di dimostrare questo: quando racconti che a un anno e mezzo sei entrata in contatto con le lettere dell'alfabeto e... puff, ecco qua, magia, ecco la vocazione che prende vita.

    Sinceramente non lo so, ma non ne faccio un dramma, perché l'aspetto più importante viene dopo: quando si sceglie se concretizzare ciò che si è o adattarsi al "nanismo" :)

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    1. Io ho un'idea particolare. Credo nelle potenzialità innate per due motivi: 1) la mia vicinanza alle filosofie orientali mi porta a credere nel Karma, e quindi a credere che ogni persona sia giunta su questa terra con uno scopo preciso, che poi può essere concretizzato o meno, a seconda del libero arbitrio 2) studio astrologia. Quella vera, che con gli oroscopi non c'entra nulla e indaga sul tema natale degli individui, da un punto di vista psicologico. In questi anni ho passato sotto lo scanner un centinaio di persone (e personaggi, del mio romanzo) e ho visto che nella maggior parte dei casi i talenti sono scritti. Poi non è detto che uno li concretizzi, perché molto dipende, come tu stesso evidenzi, dalle esperienze di vita. Io, per dire, ho una propensione per la scrittura che emerge in più aspetti del mio tema natale, ma ho anche quella per gli sport di precisione, perché emerge un'ottima mira. Se mi sono dedicata alla letteratura e non al tiro con l'arco o alle freccette, è probabilmente grazie alle lettere dell'alfabeto di mia mamma. Però sono bravissima a far canestro nel cestino della carta straccia. :-D

      P.S. Il post di introduzione alla serie "Scrittura e Astrologia" (vedi i tag nella colonna di destra) spiega piuttosto bene questa mia posizione. Se hai tempo e voglia dai un'occhiata; poi ne parliamo. :-)

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    2. Capisco molto bene cosa intendi con "vera astrologia". Ma fai anche i temi natali?
      Sarei interessato :)

      Comunque la tua spiegazione equivale al mio attuale pensiero. Solo che ultimamente ho questo desiderio di mettere in discussione se questo talento è già scritto, o se viene scritto nel primo periodo della vita.

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    3. Sì, li faccio, ma non sono una professionista. :-)
      Il tempo è sempre poco, ma tu mandami pure i dati.
      Posso vedere gli elementi dominanti, e poi entrare nel dettaglio.
      L'email dovresti averla.

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  4. Non so, ho le idee parecchio confuse sul talento. Come ho già scritto altre volte, non credo nel talento innato visto come "quella cosa che fa nascere una persona già brava". Qualunque tipo di talento va scoperto e coltivato.
    E poi, chi come me ha tanta passione e probabilmente poco talento, che cosa fa? Si deve arrendere? Si autoconvince che magari un po' di talento dentro di sé esiste e cerca di tirarli fuori? Io sto provando con la seconda, sia mai che ci riesca.

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    1. Attenzione, però: avere talento innato non significa nascere già bravi (o già "imparati", come si dice qui, in gergo) ma, semplicemente, apprendere con più facilità degli altri e avere la possibilità congenita di ottenere risultati migliori, perché quella disciplina risuona con te, e con il tuo modo di essere. Essere portati per le lingue, non significa nascere poliglotti, così come essere portati per la scrittura non significa nascere già ai livelli di Baricco, ma avere un terreno fertile per coltivare.

      Tu hai talento per la recitazione, perché l'avevo visto nel tema natale. Tutto sta nel saperlo tirare fuori. Da dove vengono i tuoi blocchi (se ce ne sono)? Se ti va, ne parliamo. :-)

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    2. Alcune persone vedono il talento proprio come "nascere già bravi", ma dal tuo post si capiva che tu non la vedi così.
      Se c'è il talento per la recitazione nel mio tema natale, mi sento rincuorata ;) So di avere dei blocchi e sto lavorando per superarli, perché soprattutto con il doppiaggio, ora, mi serve entrare nel personaggio molto in fretta. È una cosa strana, sento che ce la potrei fare, ma che mi manca sempre un passo per riuscire e non so come "saltare" questo gap (scusa per l'inglesismo ma non mi viene in termine giusto in italiano).

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    3. No, non la vedo così. O meglio: l'essere "già bravi" forse esiste a livello potenziale, poiché penso che l'anima porti con sé tante memorie. Certo è che quest'energia informe, questo talento latente, deve essere plasmato e trovare la strada migliore per esprimersi.

      Non conosco la tua situazione, ma credo che il tuo problema possa essere di natura mentale e psicologica. Se ti va scrivimi in privato, vediamo cosa ti succede, e cercherò di capirne di più. Magari mandami di nuovo i tuoi dati natali, che possono essere d'aiuto alle mie sensazioni. :-)

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  5. Premetto che immergersi negli scritti di Chiara non è facile: lei è una scrittrice vera e certi meccanismi della scrittura e della letteratura mi risultano totalmente sconosciuti.

    Ma sono d'accordissimo sull'esistenza del talento e della sua importanza. Il talento è qualcosa di non facilmente definibile. Forse un inclinazione, forse no. Ma è un "fuoco dentro" (citando le parole del Moz) che ci porta verso una determinata materia. La facciamo nostra ed esercitiamo il nostro talento, producendo libri, quadri, canzoni, che provocano emozioni nel pubblico.

    Da solo il talento non basta però. Il talento va coltivato. Pensiamo al grande Fabrizio De Andrè. I suoi meravigliosi versi si arricchiscono delle citazioni acquisite leggendo libri e poesie, ascoltando canzoni. Il talento va stimolato nell'interazione con l'esterno.

    Musicalmente parlando, in Italia secondo me ci sono tante voci, maschili e femminili molto valide, ma questa è solo tecnica; il talento è invece molto scarso, molto molto scarso. E la banalità dei testi del 97% della musica italiana lo dimostra.

    E il rapporto tra tecnica e talento? Chiara giustamente scrive: chi ha talento e lo sa esprimere usa la tecnica per valorizzarlo. Verissimo. Poi ci sono casi anche di talento senza tecnica.

    Penso al grande Rino Gaetano: tecnica magari poca, rispetto a certe "voci", ma talento infinito. "Non sense" e giochi di parole che nascondevano significati plurimi, analisi sociali, politiche e culturali.

    Un altro mito musicale moderno per me è CapaRezza: tecnica e talento fusi assieme, anche se il genere può risultare indigesto a un primo, superficiale ascolto :) (Comunque Dada: la canzone più geniale della storia della musica italiana).

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    1. Pensa che il termine "fuoco dentro" era in origine anche in una frase del mio post, che ho poi tagliato perché stonava. :-)

      Della contrapposizione tecnica vs. talento rispetto alla musica ho parlato con mio marito proprio l'altro ieri, in seguito a una conversazione relativa a questo post. Il primo esempio che mi è venuto in mente è quello di Francesco Renga, che ho sentito cantare dal vivo diverse volte (sono di Sanremo, e vado spesso al Festival): lui ha un'impostazione vocale eccezionale, e probabilmente ha anche una base di talento, però non mi trasmette emozioni, mi sembra eccessivamente tecnico. Max Gazzè, che stimo molto, idem. Per non parlare poi dei ragazzi che escono dai talent: imparano a cantare, ma non imparano a far bruciare la musica, a viverla dentro di sé.

      Caparezza è un genio. I suoi testi sono (e lo dico da scrittrice) tra i migliori della musica italiana. E recentemente ho scoperto anche Ermal Meta, altro esempio di buon cantautorato. I suoi album sono poco immediati (se si trascurano i due brani sanremesi) ma molto intesi, e ha uno stile di scrittura affine al mio.

      Tra i talentuosi con poca tecnica, io avevo citato invece Jovanotti e Vasco, che possono piacere o non piacere, ma la cui carriera parla chiaro. Anche Rino Gaetano, però, rappresenta un ottimo esempio di quanto dici.

      Sia chiaro però che parlo da profana. Io sono scrittrice, e lo stesso discorso potrei farlo a proposito dei libri. Il che richiederebbe molto più tempo.

      A presto. :-)

      P.S. Io sono pubblicista, però per il blog tendo ad adottare uno stile più letterario che giornalistico (poi, ovviamente, dipende dall'argomento che tratto) perché lo trovo più affine a me.

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  6. Renga è un ottimo esempio di voce eccezionale, ma di scarso contenuto "letterario" nei testi. Max Gazzè invece secondo me è estremamente talentuoso, benché non particolarmente dotato dal punto di vista vocale (nei testi comunque lo aiuta il fratello scrittore). Jovanotti esprime il suo talento soprattutto nella sperimentazione musicale: alcuni suoi recenti brani sono eccezionali perché frutto di contaminazioni e studio. Io adoro "la porta aperta", brano di qualche anno fa. Rino Gaetano secondo me è tre spanne sopra Vasco Rossi (ma io non sono un fan del Blasco :D) e lo metto nel mio personale gotha per diverse ragioni.

    Meta non lo conosco molto, di Caparezza ho tutta la discografia (originale :D). Adoro la sua evoluzione, da hip hop puro (non quello commerciale di Jax, Fedez ecc.) a uno stile che mette al centro la parola e i testi e molto vario musicalmente.

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    1. Il talento musicale non si esprime solo attraverso la scrittura di testi, secondo me. I testi di Renga sono piuttosto banali, e di scarsa qualità letteraria, ma ciò che mi fa pensare a una supremazia della tecnica sul talento non è tanto questo, ma il suo eccesso di precisione, che a volte va a discapito delle emozioni. Ciò che turba, talvolta, è quella piccola sbavatura che dona vita a qualcosa di perfetto, e apre una crepa dentro poi, cui, si può far entrare qualunque percezione. Ecco: io questo lo trovo in tutto Caparezza, nei brani meno commerciali di Jovanotti (assolutamente l'artista più versatile che esista in Italia), in Ermal Meta (che comunque scrive benissimo) e nel vecchio Vasco, quello di Albachiara. Gli artisti che ho citato qui, comunque, sono a livelli di tecnica completamente diversi. Jovanotti e Vasco hanno fatto della stonatura un punto di forza: sono riusciti a trasformare la zeppola e la raucedine nel tratto distintivo del proprio stile. E il talento, secondo me, è questo: è il saper connotare tutto ciò che fai, di un tocco personale.

      Un altro ottimo esempio di tecnica mescolata a talento, secondo me, è Fabrizio Moro. Diverso il discorso a proposito del rap puro. JAx e Fedez sono ormai diventati la caricatura di loro stessi, ma in passato ho avuto modo di apprezzare qualche bel testo di Emis Killa e di Marracash. Si tratta di una scrittura distante dalla mia sensibilità, ma non mal gestita. è talento? è tecnica? Boh. Probabilmente entrambi.

      (P.S. Vasco non fa impazzire nemmeno me. Mi piaceva molto da ragazzina, ma i nuovi pezzi non mi dicono nulla. Tuttavia, trascendendo il parere personale, occorre rendere onore al ruolo che ha avuto nella musica.)

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    2. L'hip-hop è un mondo particolarmente complesso, per quel poco che so e ho ascoltato, posso dire che Marracash ha avuto degli alti e bassi evidenti, una canzone come "Status" che è potenza pura, altre più commerciali (quasi ad ambire di divenire non il king del rap, ma di eguagliare i rapperminchia nella popolarità). Su J-Ax: da giovane sono stato consumatore assiduo del disco "così com'è" degli Articolo31, quindi in parte gli sono affezionato. Quel disco ha avuto un ruolo importante nella mia vita, non lo rinnego :D

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    3. Questo vale anche per me. Sono della classe 1981, quell'album uscì che avevo quasi quindici anni, lo consumai a forza di ascoltarlo. Però da quando gli Articolo 31 si sono sciolti JAx ha avuto uno stop, non si è evoluto come artista. Ha quarantacinque anni, ma sembra sia stato congelato negli anni '90, con tanto di "bella zio", e affini.

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    4. Ascoltate Casa degli Specchi: hip-hop geniale, irriverente, pop, che spacca^^

      Moz-

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  7. Mi piace la citazione di Roger Miller, avere talento e saperlo usare non sono sempre una conseguenza ovvia. Tutt'altro.

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    1. Bentornato! :-)
      Anche a me è piaciuta molto quella citazione.
      La trovo perfettamente coerente con il senso del mio discorso.

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  8. Sono d'accordo soprattutto sulla questione della tecnica. Direi che per scrivere è necessaria: un libro scritto a caso, senza rispettare le regole, perde molto - mi è capitato di leggerne così, con una trama magari anche ottima, ma castrati dai limiti tecnici dello scrittore. Necessaria però non vuol dire che sia sufficiente.

    Io posso fare l'esempio della musica che ascolto. Negli ultimi anni c'è stata una vera e propria esplosione di musicisti dalla tecnica strumentale paurosa, capaci di eseguire pezzi complessi con una facilità incredibile. Eppure, non si sono moltiplicati i capolavori, anzi: a oggi escono un mucchio di dischi molto noiosi. Sono perfetti al cento percento dal punto di vista formale, ma non riescono a evocare la minima emozione, suonano freddi, quasi esercizi di stile. E in generale, io direi che artisti del genere sono grandi esecutori, ma non grandi musicisti.

    Secondo me, l'importante nella musica, come nella scrittura, è avere qualcosa da dire di personale - il che per me è il vero volto del talento. E' quello che fa la differenza, a mio avviso, tra un libro grande e uno mediocre. In fondo, si sa, tutte le trame del mondo sono state scritte - e tutte le melodie suonate. Solo una personalità forte riesce a dare freschezza e spessore a un'opera. Ecco, per me il punto è questo: un grande scrittore riesce a inventare storie solo sue anche con elementi classici, mentre uno mediocre può scrivere libri anche perfetti dal punto di vista tecnico e piacevoli da leggere, ma uguali a mille altri, che non aggiungono nulla alla letteratura mondiale. La differenza tra talento e non è tutta qui, secondo me.

    Tornando al post, l'unica cosa su cui non sono d'accordo è il tuo contrapporre la razionalità con l'ispirazione. Secondo me in una grande opera c'è bisogno di un equilibrio tra entrambe. Ma questo è solo un mio punto di vista :) .

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    1. Mi dispiace moltissimo notare che vengo ancora fraintesa su concetti già espressi più e più volte, e già spiegati in mille modi.
      Provo a esporre nuovamente il mio pensiero, sperando che poi non ce ne sia più bisogno. :-)

      Io non contrappongo l'ispirazione alla razionalità, bensì al mentale, che rappresenta l'insieme di tutte le limitazioni che l'individuo si auto-impone, e che sono di grande ostacolo alla creatività.

      La ragione serve eccome, soprattutto in fase di revisione. Però ritengo non debba interferire con il processo creativo, che deve rimanere libero, e sganciarsi dall'idea di "performance": ciò che conta, nella prima fase di scrittura è esprimersi in uno stato di totale connessione con la propria coscienza. Più una persona migliora tecnicamente, più il risultato sarà accettabile, già dalla prima versione. Questa però è una cosa che si ottiene con il tempo, e che all'inizio non ci interessa.

      Una persona che quando scrive è ispirata, è comunque presente a se stessa. Il suo pensiero è sano, non vincolato dal mentale. E soprattutto riesce ad arrivare alla fine del suo testo senza fermarsi, perché comprende che leggere e rileggere la stessa frase diecimila volte è molto più irrazionale che scrivere così, è mentale puro, è auto-censura. La revisione si fa alla fine. Prima, si scrive.

      Per questo motivo non capirò mai (ma forse per una differenza di metodo) chi affronta la prima stesura, in narrativa, fermando continuamente la mano, tornando sempre nei propri passi. Questo tipo di scrittura secondo me non ha nulla di creativo e va bene giusto per le e-mail di lavoro.

      Spero questa volta di essere stata chiara. Se ci sono ancora dubbi, chiedi pure. :-)

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  9. Io non so se il talento esista o se sia un misto di attitudine e dedizione. Mi spiego. L'attitudine esiste. Da prof è innegabile che ci siano alunni più portati per questa e quell'altra disciplina. Però ho visto molto spesso ragazzi con un'attitudine molto spiccata, magari per l'arte e pochissima dedizione o interesse, erano bravissimi magari a disegnare o a suonare, ma a loro non interessava. Altri magari con meno attitudine, amare tantissimo quella data disciplina e decidere di dedicarci la vita.
    Un caso particolarissimo lo abbiamo osservato qualche anno fa. Una classe di artisti. Trenta ragazzi di cui almeno venticinque bravissimi a disegnare e a suonare. La prof di arte capitata a loro in terza media (bravissima lei pure) che diceva che sembrava una quarta artistico (in italiano e matematica erano un po' scarsini, ma non si può aver tutto dalla vita) e li ha stimolati moltissimo quindi tutti hanno fatto passi da gigante. Inoltre la forte competizione interna li spingeva a cercare di migliorarsi. Ebbene, su trenta una sola ha voluto fare l'artistico e una il musicale. Due ragazze che non avevano più attitudine delle altre, ma che amavano di più quelle discipline. Una ragazza all'esame ha anche ammesso che disegnare la annoiava tantissimo. Era bravissima, le veniva naturale, ma la annoiava, quindi aveva scelto una scuola superiore che non prevedesse materie artistiche. A me che sono negata per il disegno è sembrata quasi una bestemmia, un buttar via il talento, appunto.
    Ora quei ragazzi hanno quasi finito il liceo. Quella che ha scelto l'artistico è bravissima, eccelle, anche se non aveva più attitudine dei suoi compagni. Quella che ha scelto il classico (mi sembra) se la cava, ma non rimpiange di aver abbandonato l'arte che le veniva facile, ma non sentiva sua.
    Questa esperienza mi ha fatto riflettere su cosa sia il talento. Più che talento forse è il caso di parlare di "vocazione" una sorta di chiamata che ti esorta a dedicarti in modo maniacale a qualcosa per cui, certo, hai attitudine, ma non è l'attitudine a fare la differenza, è la spinta che senti dentro.

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    1. Sì, ritengo che la tua definizione di talento sia corretta, o per lo meno in linea con la mia idea.

      Nei vari post dedicati a questo argomento ho usato termini diversi, ma quella che tu chiami "attitudine" può essere assimilabile a quello che io definisco "potenzialità", ovvero una naturale propensione per questa o quella disciplina, che poi va coltivata. La dedizione dà all'attitudine una forma concreta. E il talento è l'espressione di questi due lati della medaglia.

      Il tuo esempio è molto calzante, per quanto io ritenga un po' difficile misurare l'attitudine, perché molto spesso è latente o bloccata. Conosco tante persone con una grande attitudine per la scrittura, ma i loro testi comunicano una gran paura. Conosco, però, anche persone che scrivono senza avere attitudine, e si vede.

      Io considero l'attitudine un fattore non solo tecnico, ma piscologico, strettamente legato alla propria concezione della vita. Questo vale per qualunque disciplina: la nostra arte ci somiglia, rappresenta il nostro modo di essere. Se in noi esistono dei limiti caratteriali al limite del patologico, quindi, la nostra arte ne risentirà, e l'attitudine si esprimerà a spizzichi e bocconi.
      Ti faccio un esempio.
      Conosco quindi una persona che disegna molto bene, ma solo soggetti copiati da stampe o fotografie. Dice, inoltre, che non riesce a disegnare volti umani. La cosa non mi sorprende affatto, perché questa è una persona estremamente conformista, che non mette mai niente di suo in ciò che fa, ma obbedisce agli ordini e ricalca le orme altrui. Allo stesso modo, non mi sorprende il suo rifiuto per i ritratti di persone, visto che non nutre alcuna forma di empatia nei confronti degli altri... Quindi: questa persona ha attitudine per il disegno?
      In parte sì, perché comunque ha buona manualità (io non riuscirei mai a ricopiare una foto tale e quale) ma le manca, secondo me, quel "quid" in grado di portarla davvero a profondità. Secondo me, non è un'artista. :-)

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  10. Sempre stato convinto che il talento esista. È sempre esistito e non capisco perché nel mondo odierno questa parola debba far paura.
    Un po' come i copisti, che possono copiare qualsiasi disegno, ma copiare, appunto, non creare.
    Se ho talento non lo so, ne parleremo quando avrò pubblicato qualcosa, nel frattempo io, anziché collezionare libri scritti, colleziono idee per storie.
    E non so cosa un paio di Hogan :D

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    1. Che cosa strana!
      Tu hai scritto questa cosa sui copisti nello stesso preciso istante in cui io stavo scrivendo il commento sopra, in risposta a Tenar.
      Leggilo e capirai la coincidenza. :-)

      P.S. Le Hogan sono le scarpe più brutte che esistano.
      Ma costano 500 euro! :-D

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    2. Visto il commento :D
      E visto le Hogan uomo: alcuni modelli mi sembrano decenti, ma di altre marche anziché 300 euro le paghi 50 o meno :D

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    3. Sì, da uomo sono salvabili. Ma gli stessi modelli ci sono anche da donna in numeri più piccoli e non mi piacciono per nulla. :)

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  11. Renata Maccheroni31 marzo 2017 15:24

    Quando la parola, o meglio: ciascuna lettera dell'alfabeto, viene osservata da punti differenti, viene vista nella sua multi dimensionalità, quando dentro una frase si può entrare, girarvi attorno, esplorarla e non guardarla solo come una roba piatta e appiccicata sul foglio; quando la parola, in chi la maneggia, diventa viva, lì è - anche - il talento. Che non è quantificabile, è talento. (Argomento grandioso, ne consegue grandiosa scelta. Se ne può dibattere fino alle pareti dell'infinito.)

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    1. Ciao, benvenuta, è bello avere qui qualcuno di Sanremo. :-)
      Hai centrato il punto, comunque. La persona talentuosa sa osservare la lettera dell'alfabeto da un punto di vista globale, e quindi riesce a farle prendere vita. Chi non sa sentire le energie dei testi avrà una scrittura mutilata.

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    2. Renata Maccheroni31 marzo 2017 16:02

      Ben trovata Chiara! La sa osservare e la sa far osservare al suo lettore: non posso definire autore chi inchioda il testo sul foglio. Deve sapermi far entrare e farmi vedere le parole da tutte le angolazioni possibili, così c'è dialogo, diversamente scrive per se stesso. La parole ha spessore, muove, respira, reagisce, vive e anche muore. Voglio essere presente a questo ciclo, le parole non debbono rimbalzarmi agli occhi e tornare sulla carta, incollate. Devono espandersi.

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    3. Esattamente. E questo può avvenire solo se mentre si scrive ci si dimentica completamente del risultato. Diversamente la scrittura non sarà nient'altro che un vuoto tentativo di compiacere il prossimo.

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  12. Nulla da aggiungere, il talento e la passione quando riescono ad andare a braccetto sono pura soddisfazione. Credo che ognuno al mondo dentro abbia un talento e scoprirlo è tra le cose più importanti da portare a compimento durante il percorso di vita.

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    1. Sono d'accordo. Nessun individuo viene al mondo per caso. Quindi deve fare tutto il possibile per trovare il modo di esprimere se stesso. :)

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  13. Silvana Amadeo31 marzo 2017 17:04

    Il talento e la predisposizione allo scrivere esistono: non si possono né inventare né comprare.
    Sono attitudini naturali come i connotati fisici e caratteriali e a un certo punto scopri di averli quando guardi la realtà con lo sguardo un po' trasognato
    e senti un'onda dentro di te che ti spinge a ricomporre i pezzi a rimaneggiare la materia come un alchimista col suo corredo di emozioni.
    Non è una questione solo di tecnica. La tecnica serve solo ad affinare il grezzo.
    Quel che forse si può tristemente dire è che si va verso la " morte dell'arte e dell'artista" e il libro diventa un prodotto studiato a tavolino con le opportune strategie di marketing annesse per venderlo. Insomma un prodotto da scaffale creato da un professionista.

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    1. Esattamente. La società, che vuole ricondurre tutto al mentale per limitare le potenzialità dell'individuo, ha un grande interesse a manipolare il cervello dell'artista, facendogli credere che il libro è un prodotto, e non il frutto della sua creatività. Il risultato è un conformismo destabilizzante e fasullo. Sì, fasullo: le voci non sono tutte uguali. Quindi, se il panorama letterario è così poco variegato, è perché qualcuno si mette a tacere da solo.

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  14. Bella riflessione. Io sinceramente credo fortemente nel talento. Lo percepisco spesso negli altri, quando vedo che sono "portati" in determinate attività senza averci rotto la testa chissà quanto. Talenti che poi sbocciano quando ci si aggiunge anche la pratica e lo studio.
    Io sinceramente spererei di averne un briciolo nella scrittura, ma giudicarsi è sempre difficile, quindi lascio parlare gli altri quando ce n'è occasione.
    Avrei voluto aver talento nel tennis però, di questo sono sicurissimo. E' il mio sport, lo amo, e mi ci alleno da tantissimi anni. Però lì mi pare evidentissimo che se non hai una marcia in più, un qualcosa dentro che ti spinge a migliorare costantemente, oltre certi limiti è impossibile andare...

    CervelloBacato

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    1. Anch'io ci credo molto, come si è capito. E comprendo anche le limitazioni di cui parli, sebbene ritenga difficile distinguere i casi in cui il talento manca da quelli in cui è semplicemente bloccato. Purtroppo ci sono persone che vivono imprigionate dalla propria mente e non riescono a esprimere le proprie potenzialità. Queste persone dovrebbero comprendere cosa le limiti e provare a svincolarsi.

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  15. Buonasera Chiara
    Penso che il talento sia una “qualità” innata, ogni individuo ne possiede (chi più chi meno)ma tutto questo non basta.
    Per prima cosa dobbiamo avere la fortuna e la capacità di individuare la direzione verso cui è diretto, in seguito serve la perseveranza, la voglia di riuscire ad ogni costo senza la quale si rischia di annullarne gli effetti.
    L’intelligenza per comprenderne i meccanismi e la tenacia per fare in modo che tutto vada al proprio posto.
    Ma spesso ci si confonde scambiando il “genio” con il talento, nella pittura il talento permette di creare un’opera d’arte il genio di cambiare la concezione dell’arte stessa.
    Questo è solo il mio pensiero, trovo molto interessante il tuo articolo così come lo sono gli interventi a commento dello stesso.
    A presto
    Romualdo

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    1. Benvenuto, Romualdo, e buon giorno. Il genio è il talento espresso ai massimi livelli e, dici bene, è rivoluzionario, innesca un cambiamento. Ti ringrazio per avermi fatto riflettere su questo concetto, credo che lo elaborerò per bene e prossimamente scriverò qualcosa al riguardo.
      A presto :)

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  16. Ciao Chiara, il post evidenzia che di talento nella scrittura tu ne hai da vendere. Non sono convinta di avere talento. Sento però di possedere un certo senso artistico che mi costringe a vedere le cose in un'ottica originale, mai scontata. Ciò non è sempre un bene, può creare un mucchio di seccature.

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    1. Ciao Rosalia, ben tornata. :)
      Ti ringrazio per i complimenti. E ti comprendo molto bene, quando parli di seccature legate all'originalità. Il sistema ci vorrebbe tutti uguali. Chi si distingue diventa un outsider. :)

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  17. Tutti pensiamo al talento come una risorsa straordinaria e certamente lo è. Ma se fosse al pari una gabbia, una condanna? Pensate ai geni della pittura e della scrittura o altro, ignorati e irrisi da vivi e poi da morti celebrati. Quando non potevano più fare ombra a nessuno...

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    1. Se il talento diventa una condanna, la colpa è della società che non riesce a comprendere chi si muove al di fuori dal senso comune. Il Jolly deve accettare di essere un outsider. Se non ci riesce, sceglierà l'ordinarieta' e il suo talento andrà sprecato. Purtroppo esistono moltissimi casi di questo tipo.

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  18. Non so dire se ho talento oppure no, sicuramente ho una grande creatività, ma forse ancor più una fortissima empatia. Quando conosco qualcuno e gli stringo la mano immagino la sua vita e spesso, non so bene come, capisco cos'è di loro che si rivelano vere. A volte basta una frase, uno sguardo e scrivo un romanzo nella mia testa. Certo la tecnica può aiutare a incanalare il flusso creativo, per anni ho scritto tante cose senza dare una giusta direzione a quello che scrivevo, leggere qualche manuale mi è servito.

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    1. "Cose" non cos'è, vittima del correttore iPad...

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    2. Le capacità intuitive di cui parli secondo me sono fondamentali per diventare grandi scrittori. Chi non le possiede, avrà sempre una visione parziale delle cose. :)

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    3. Hai ragione Chiara. Anche il talento richiede coraggio :)

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  19. Bellissima riflessione. Credo che il talento, qualunque esso sia, esista in ognuno di noi. La difficoltà sta nel trovarlo e farlo uscire fuori. Trovare i mezzi per farlo esprimere è cosa assai difficile: ci vuole capacità, spirito di riflessione, esercizio, sacrificio e tanto altro ancora.

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    1. Esatto. E, come si diceva sopra,ci vuole anche tanto coraggio. :)

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  20. C'è un libro di Pietro Trabucchi che mi ha fatto molto riflettere sul talento, se esista o meno o se sia soprattutto questione di impegno e forza di volontà: Tecniche di resistenza interiori. Mi ha dato molta speranza ma anche la consapevolezza che tutto dipende da noi e solo da noi..e non è una consapevolezza facile da digerire!

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    1. Anch'io sono convinta che tutto dipenda da noi, ma questo non implica l'inesistenza di qualità innate nell'individuo: al contrario, ci rende responsabili nei loro confronti e ci fa capire che i miracoli non esistono, perché tutto dipende e dipenderà sempre dalla nostra volontà. :-)

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    2. Sí una predisposizione c'è ma l'autore, che ha allenato scalatori ed atleti professionisti, ritiene che sia poca cosa rispetto al lavoro e alla fatica e ci costringe a non darci scuse quali la mancanza di talento.

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    3. Sí una predisposizione c'è ma l'autore, che ha allenato scalatori ed atleti professionisti, ritiene che sia poca cosa rispetto al lavoro e alla fatica e ci costringe a non darci scuse quali la mancanza di talento.

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    4. Sarà, ma il talento porta anche passione, e quella non si può inventare.
      Con impegno e dedizione, magari sarei diventata un'ottima avvocatessa...
      Però, chi se ne frega!
      Tante persone fanno cose nelle quali non credono solo con l'allenamento. E questo, secondo me, a volte è deleterio. Le forzature non portano niente di buono. Una persona deve trovare la propria missione e seguirla.

      P.S. discorso molto interessante, comunque. :-)

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    5. La passione è essenziale. Io ad esempio sono un'avvocato ma non mi rappresenta e ho deciso di recuperare la mia passione più grande che ho messo sotto chiave convinta di non avere talento, la danza. Inizio un corso triennale per diventare danzaterapeuta. Aiuterò gli altri attraverso la mia passione più grande e non vedo l'ora 😊

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    6. Nemmeno il mio lavoro mi rappresenta. Dopo un periodo decisamente brutto, anch'io ho preso una decisione al riguardo. Non posso ancora anticiparla perché attendo l'ufficialità, ma presto la renderò nota... :-)

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  21. E' un post molto bello, questo che hai scritto, condotto in una maniera leggermente diversa rispetto al solito. Al di là dell'argomento, molto interessante, l'ho trovato particolarmente ispirato

    (1) Tutti possono imparare a fare calcoli complessi, a suonare o a disegnare.
    (2) Ma i veri scrittori, i veri ingegneri, i veri musicisti e i veri disegnatori hanno qualcosa in più.
    (3) Nessuno è mai stato ammazzato da un’idea troppo potente.

    Con (1) non sono d'accordo, anche questa è una mentalità occidentale (come diresti tu), che se ci si impegna si può fare qualunque cosa. No, invece è questione di attitudine. Mozart non avrebbe saputo fare calcoli complessi, eppure il calcolo numerico era alla base di ciò che faceva in maniera straordinaria. Qui si va nella teoria dell'intelligenza multipla di Gardner.
    Con (2) mi trovi perfettamente d'accordo. Sono convinto anch'io che il talento sia una scintilla racchiusa dentro in noi, e che si manifesta in diverse forme. Le relazioni spaziali, armoniche, logico-matematiche, socio-relazionali... e poi il modus con cui vengono espresse. Il talento sta nella loro espressione.
    Con (3) sono ancora in disaccordo. Purtroppo idee molto potenti possono anche uccidere chi le reca con sè.

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    1. Sono contenta che ti sia piaciuto il modo in cui ho affrontato questo post, che in questo periodo (ma forse in generale) mi è più congeniale rispetto a un'ostinata razionalità. Credo che, per i prossimi articoli, continuerò su questa scia. Per quel che riguardi i tuoi punti:

      1)Imparare a fare una cosa, non significa farlo bene perché per quella, appunto, serve attitudine. La scuola di oggi, che è un po' una tuttologia, lo dimostra: ciascuno di noi possiede le basi di qualunque disciplina. Qualcuno poi approfondisce, pur senza diventare professionista. Altri, quelli che uniscono attitudine e passione, invece riescono a fare strada. Per esempio, tutti noi abbiamo imparato a suonare il flauto (sputacchiando sul resto della classe) o qualche altro strumento. Qualcuno ha fatto corsi di chitarra, per passare il tempo. C'è chi si diletta al Karaoke. Ma i musicisti, quelli veri, sono altri. Stesso principio vale per la scrittura. Molti cadono nell'illusione tale per cui, siccome a scuola hanno imparato i congiuntivi, possono diventare scrittori: non è così. E lo sai bene.

      3) Uccidere fisicamente, forse. Ma io non intendevo questo. ;)

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  22. Mi sono letteralmente perso. Articolo interessante e commenti altrettanto validi. Quella contro il talento, è una lotta eterna. Personalmente credo più agli stimoli e alla motivazione. Io sono sempre stato un ottimo informatico. Col tempo ho perso interesse e perdendo l'interesse ho deciso di cambiare strada. Ogni tanto mi ritrovo ad accettare qualche lavoro di programmazione. Continuo a cavarmela, ma sento di non avere più la giusta spinta. Quella cosa che senti dentro e ti costringe a non staccarti da quello che stai facendo fino alla fine. Buona giornata e complimenti ancora per l'articolo.

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