Lo scrittore emergente e la gestione del caos.


Strano come il potere creativo metta immediatamente in ordine l’intero universo.
(Virginia Woolf)



Quando ho letto il post “Il romanzo sovrano” di Lisa Agosti, ho tirato un sospiro di sollievo: il detto “mal comune mezzo gaudio” ha, nonostante la sua inevitabile piega qualunquista, sempre un valore consolatorio. Tuttavia, il fatto che molti autori emergenti si trovino stritolati tra le maglie del loro primo romanzo, al punto da non riuscire né ad abbandonarlo né a portarlo avanti come vorrebbero, dovrebbe rappresentare una sfida personale; non un fattore paralizzante.
Come forse avete già capito leggendo il post di lunedì scorso, mi trovo in una fase della vita in cui il caos regna sovrano. Il mantra malefico del “non so cosa fare” contamina ogni mia attività, scrittura compresa. Sospendere gli aggiornamenti fissi del blog mi ha donato un po’ di leggerezza, ma ha anche aumentato la sensazione di essere completamente disorganizzata. E il romanzo in stesura è un cavallo imbizzarrito. Cerco di domarlo, ma mi ritrovo sempre con il sedere per terra. A volte mi sembra di guidare un’automobile con dieci volanti: non so quale impugnare per giungere a destinazione, quindi mi fermo in piazzola di sosta.

Il primo romanzo è come il vestito di un bambino: ci si cresce dentro. Dopo qualche mese, diventa troppo stretto o troppo corto. Quella scena che ci piaceva tanto appare tutt’a un tratto ridicola e ingenua, quasi fosse scritta da un bambino delle elementari. Soluzioni inizialmente perfette si palesano in tutta la loro mediocrità. E noi ci sentiamo degli incapaci. Non dobbiamo disperare: prendere coscienza delle nostre lacune è testimonianza di una crescita.  Però dobbiamo decidere cosa fare. Giunti a questo punto, molti scrittori abbandonano la propria opera e decidono di scriverne un’altra, più consona ai loro nuovi obiettivi. Io invece amo complicarmi la vita: ogni volta che qualche aspetto della storia smette di convincermi, stravolgo tutto

La prima scaletta, preparata nella primavera del 2014, prevedeva una trama corale. Ho iniziato la stesura durante l’estate; poi ho cambiato idea perché non mi sentivo pronta per un progetto di così ampia portata. A novembre dello stesso anno ho pianificato nuovamente la storia. Poiché avevo definito le principali tappe del viaggio dell’eroe senza entrare nel dettaglio di capitoli e scene, lo scorso marzo è arrivato il famigerato file excel per la progettazione a breve termine. Ho risolto i miei problemi? Assolutamente no. L’idea di rileggere il manoscritto daccapo per riprendere il filo dopo le ferie di agosto da un lato mi ha rincuorato perché la trama e i personaggi funzionano, ma dall’altro mi ha fatto prendere coscienza di alcune inevitabili lacune. In particolare, i quindici anni della cronologia non erano ottimizzati: c’erano episodi concentrati in pochi mesi e anni di vuoto che speravo di poter colmare con una folgorazione improvvisa. Inoltre, alcuni personaggi mi avevano stufato. Uno, in particolare: qual era il suo vero ruolo? Forse avevo riversato in lui il mio astio verso una persona che mi ha fatto del male in passato e che non sono mai riuscita a perdonare. È necessario mettere una pietra sopra a entrambi e compilare una nuova scheda: il soggetto ha energia debole, va analizzato e compreso meglio. Inoltre, se voglio usarlo come disturbatore (antagonista mi sembra esagerato), non è molto saggio farlo sparire dalla circolazione al secondo capitolo, prima che il lettore abbia avuto modo di conoscerlo, per poi farlo ricomparire in seguito…

Insomma, ho tanta carne al fuoco. E attualmente sono impegnata su quattro fronti:
-Stesura dei capitoli già definiti dalla scaletta;
-Revisione delle prime sessanta pagine e di un altro centinaio riguardanti scene autonome;
-Definizione di una cronologia meno caotica di quella precedente;
-Ottimizzazione del cast.
So che può sembrare impossibile gestire tutti questi aspetti contemporaneamente, eppure lo so facendo. Nella scrittura sono machiavellica: mi preoccupo dell’obiettivo finale e non del modo in cui ci arriverò. Certo, se riuscissi a non impazzire sarebbe molto meglio…

Nelle ultime settimane ho vissuto qualche momento di sconforto. La percezione del caos mi ha fatto crollare. Più volte ho temuto che il mio romanzo fosse un’arancia spremuta. O un ghiacciolo succhiato. Insomma, un progetto dal quale non riuscivo più a tirare fuori nulla di buono. Le conferme dei miei beta non bastavano a rincuorarmi. Ho riflettuto quindi sull’eventualità di dedicarmi a una storia più semplice per rafforzare la mia esperienza, demandando al futuro questo progetto megalomane. Però una vocetta interiore mi ha esortato a non demordere.
Nonostante il diavolo tentatore della semplicità, questa storia è per me come le sirene di Ulisse: non posso fare a meno di seguirne richiamo. Veicolarne il messaggio è quasi una missione. Ci sono argomenti – legati alla sociologia di Bauman e alla filosofia zen – che ormai ho interiorizzato. La risposta all’ “interrogativo chiave” mi ha cambiato la vita. E l’arco di trasformazione del protagonista segue delle tappe definite con chiarezza e ormai immutabili, in parte legate alla piramide di Maslow.
In poche parole, so che il mio romanzo ha delle basi solide, specialmente sul piano filosofico. La cosa difficile è ottimizzare la trama per metterle in risalto. Quando la storia ha un’ampia portata, il rischio di uscire dai confini è sempre in agguato. Perciò è importante lavorare con pazienza. Soppesare e valutare. Avere il coraggio di tornare indietro, se necessario. Ma, soprattutto, non farsi terrorizzare dal caos.

Sapete cosa ho capito, ragazzi? L’arancia spremuta ero io, non il mio romanzo. Ero ossessionata dal terrore di non riuscire ad armonizzare un lavoro così impegnativo con la mia quotidianità. Pensavo al futuro e a quanto tempo avrei impiegato per portare a termine il lavoro. I miei problemi personali avevano contaminato la mia creatività rendendola un po’ sterile. Mi sentivo mentalmente stanca. Confusa, più che altro. Inevitabile quindi che quell’ammasso di parole mi inchiodasse contro un muro.
In fondo c’è qualcosa di magico nel caos: la possibilità di metterlo in ordine. Di dare forma e significato all’intangibile, alle idee. È questo il bello della scrittura. Passare dall’astratto al concreto, da scene sconnesse e disarticolate a un tutto completo e coerente. Ci si sente dei demiurghi, non trovate?

D’ora in poi, quando mi sembrerà di sprofondare nelle sabbie mobili, penserò all’entusiasmo che proverò quando la sessione di scrittura sarà finita. Con l’anima sudata, guarderò i caratteri in fila sulla pagina bianca. Osserverò la loro forma. Ascolterò la loro energia. E la userò come carburante per andare avanti.
Ogni parola ha un’anima. Ogni personaggio ha vita. Ogni volta che un aspirante scrittore li abbandona, li tradisce. Tradisce se stesso. Ma quando si crede fortemente nella propria opera, non c’è paura che tenga; quando un progetto mette radici nel nostro cuore, non ci verrà mai a noia.

Il lancio della patata bollente.
Quanti romanzi avete abbandonato nella vostra vita? E quanti ne avete difesi con le unghie e con i denti? Vi fate spaventare dal caos, oppure riuscite a combatterlo?

Commenti

  1. Io sono fra quegli scrittori che «abbandonano la propria opera e decidono di scriverne un’altra». A volte è uno stato di necessità: è inutile rimanere bloccati; quell’idea, magari, un giorno si schiuderà con maggiore chiarezza e potremo terminarla, sfruttandone in pieno il potenziale. Ci si può trovare in una situazione di eccessivo anticipo. Un’idea può essere fuori portata. Non tanto come capacità tecniche: su quello ci si lavora. Quanto, invece, in un senso più profondo, di maturità umana, o artistica se preferisci.

    Altre volte, invece, è giusto insistere, incaponirsi tenacemente.

    Naturalmente è impossibile stabilire quando si tratta dell’uno o dell’altra situazione; questo lo può sapere solo lo scrittore. Per quanto mi riguarda, sono sereno nelle mie scelte. Lo sono perché i romanzi che ho abbandonato mi annoiavano. All’inizio l’idea mi attraeva in modo irresistibile; poi, pian piano che la stendevo, mi veniva a noia, tanto da non poterla neanche rileggere. Inutile proseguire, secondo me.

    È giusto essere «machiavellici» e puntigliosi. Da lettrice non ti aspetteresti di meno dal tuo scrittore preferito, no?

    Segui la tua vocina, e non preoccuparti di quanto tempo ci metti a terminare il tuo lavoro. Ci sono scrittori che ne scrivono uno solo in tutta la vita, o magari due, tre, ma bello.

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    1. Sono d'accordo con quanto scrivi. Anche io, come sai, in passato ho abbandonato qualche romanzo: a volte c'era troppa autobiografia; altre semplicemente non avevo le idee chiare su ciò che volessi fare. Stavolta invece, nonostante tutte le difficoltà che ho, sento ancora il bisogno di insistere. Sono lenta, lo so, ma per circostanze che non dipendono interamente da me. E se non sono ancora abbastanza matura per una storia così complessa, posso migliorare con il tempo, lo studio e tanta voglia di fare.

      Nelle storie che ho abbandonato in precedenza non c'era sostanza. Qui invece sì. Per questo non ho mai pensato di lasciar perdere. Al massimo di mettere in stand-by per riprendere il progetto in futuro. Ma giunta a questo punto, e con tutti i passi condivisi con voi, mi sembrerebbe una resa immotivata.

      Il secondo romanzo si scriverà più velocemente. E il terzo. E il quarto. Ne vorrei scrivere tanti, nella mia carriera. Ma sempre mantenendo i livelli qualitativi a cui ambisco. :)

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    2. Donna Tartt a dichiarato di aver impiegato dieci anni a scrivere il Cardellino...

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    3. Anche Faber con il Petalo Cremisi e il bianco... sono in buona compagnia! :-D

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  2. Io so soltanto che sicuramente ne esco pazzo. Ti ho letto e mi son sentito meno solo, una piccola consolazione.

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    1. "Mal comune mezzo gaudio", non sono solo parole vuote! :)

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  3. Grazie Claire, sia del link sia del mal comune mezzo gaudio.
    Sai mentre ti leggevo cosa pensavo? Ai libri che mi passano per le mani e che decido di non leggere, e ai libri che decido di leggere e mi deludono. Che sia perché il loro autore non ha sofferto abbastanza? Non penso sia umanamente possibile che ogni autore di ogni libro che c'è là fuori abbia speso tante energie e tempo sulla loro opera come stiamo facendo noi. Speriamo che il nostro impegno venga ripagato un giorno!

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    1. Spero proprio che sia come dici tu. Anzi, lo ritengo probabile. Ho sempre creduto nella legge del Karma, nel "chi semina raccoglie". E ti dirò di più: detesto i romanzi poco curati; mi fanno venire voglia di prendere a pugni l'autore. Quindi non mi importa quanto tempo impiegherò. Ciò che conta, per me, è riuscire a fare un buon lavoro. :)

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  4. Ne ho abbandonati un po', sì, ma non ne sono pentito, né sento di aver tradito i personaggi. Credo che a volte certe storie non possano essere raccontate perché non avrebbero senso; oppure sono al di là delle proprie forze. O ancora, non sono che la rimasticatura di idee, concetti poco originali. Quindi, un saluto, e avanti per altri sentieri.

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    1. Un personaggio piatto e amorfo non soffre di ferita d'abbandono. Ma quando il personaggio è studiato, definito bene e pieno di energia, piantarlo lì è un po' come "sprecarlo", a meno che non si decida di riutilizzarlo in un'altra storia. Questo è uno dei motivi per cui non me la sento di mollare. :)

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  5. Ciao,
    Se posso, vorrei esprimere la mia opinione da poco addetto ai lavori. Penso che il problema della scarsa convinzione che si getta a cazzuolate sul proprio romanzo sia proprio il fatto che sia una storia e, in quanto tale, richieda che il suo contenuto si muova nel tempo. E ciò che si muove nel tempo ha bisogno di una definizione e di un affinamento continui, rischiando di annoiarci.
    Io ho iniziato a scrivere da poco, ma ho sempre dipinto. Ti posso dire che per quel che mi riguarda è molto più facile grattare una tela che non mi va, rifare il fondo e ridisegnare una nuova scena piuttosto che pensare di cancellare con un colpo di mouse tutto quello che ho scritto e pensato per il mio misero racconto, questo perchè l'impulso creativo che ho nella scrittura è molto più labile rispetto alla pittura, perciò mi guardo bene dal resettare tutto per un momentaneo stato di disaffezione, anche perchè non saprei con che materiale ricominciare e mi getterei nello sconforto. Questa è una prima motivazione che mi spinge a continuare ciò che ho iniziato, ma ce ne sono altre due: una è l'approccio ludico e divertito con cui ho cominciato il gioco della scrittura, sia nell'imbastire la storia (ancora da definire in numerosi punti) sia nella composizione dei dialoghi che restano tutt'ora la mia fonte di ispirazione. L'ultima motivazione è più un raffronto con esempi di libri che ho letto e che ho apprezzato nonostante la trama non nasconda chissà che mirabolanti sorprese. Questo significa secondo me che si può scrivere un buon libro senza che la trama sia necessariamente complessa e superaccattivante, ma si può ottenere un ottimo risultato lavorando molto sulla sua forma estetica e la sua originalità comunicativa.
    Ciao e buona serata!
    Marco

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    1. Esistono romanzi la cui qualità dipende dalla trama ed altri che danno priorità a elementi diversi. Forse la mia difficoltà dipende dall'avere TANTO, per le mani. Non troppo. Perlomeno, non più. Però tanto si'. Ho una trama complessa e personaggi definiti in profondità. Ho molto materiale. Però vado avanti. Non ho paura di eliminare un brano che non va bene. Però l'intero romanzo... beh... é un po' diverso! :)

      Bello dipingere: io non l'ho mai fatto e non credo proprio di essere in grado. Da bambina - siccome tengo male penna/matite/pennarelli e appoggio la mano sul foglio - macchiavo tutti i disegni. Prendevo voti bassissimi. E così mi hanno stroncato! :-D

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  6. Ho abbandonato un paio di racconti perché non suscitavano in me reale interesse. Avevo intenzione di svilupparli e trasformarli in romanzi ma poi ho lasciato perdere, non erano storie che sentivo davvero. Invece i due romanzi che ho scritto mi hanno catturato e non ho potuto fare a meno di scriverli, ma i momenti di crisi non sono mancati. In questi momenti sospendevo la scrittura per un po' e nel frattempo leggevo.
    Nel complesso ha funzionato.

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    1. Io non credo che sospendere farebbe al caso mio dal momento che il mio problema dipende proprio dall'incostanza legata alle mie routine quotidiana. Anzi: credo che la mia salvezza sarebbe potermici dedicare full-time! :)

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  7. Quindi non arrenderti Chiara questo romanzo fa parte di te, devi finirlo. Forza!

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  8. In totale, ho abbandonato un romanzo, uno l'ho portato a termine (ma mai pubblicato né tentato di pubblicarlo) e ne sto difendendo uno con le unghie e con i denti.
    Il romanzo che sto portando avanti, in realtà, è il primo che ho iniziato, ormai dieci anni fa. L'ho abbandonato e ripreso almeno sei volte, finché un anno fa ho deciso di riscriverlo da capo e dargli finalmente una forma e una conclusione. Amo quei personaggi, li sento miei e non posso né voglio abbandonarli. Arriverò alla fine, ormai di questo non dubito più da un centinaio di pagine.
    Nel corso di questo anno, ne ho dubitato tanto, soprattutto dopo aver superato le prime sessanta pagine. Il parere dei miei lettori beta non mi rassicurava, avevo sempre la sensazione che qualcosa non andasse. Alla fine, ho trovato l'equilibrio: ogni dieci capitoli, rileggo tutto e taglio ciò che non serve. Sapendo che le parti precedenti sono a posto, proseguo con l'animo più sereno.
    Ovviamente ci sarà anche un editing finale, ma intanto posso andare avanti senza preoccupazioni.
    Il romanzo che ho abbandonato, invece, è una faccenda un po' complicata. L'ho scritto in un periodo buio della mia vita con fini terapeutici. La storia è eccessivamente introspettiva e rileggerla mi fa stare male. Non riesco a proseguire senza sprofondare di nuovo nel baratro.
    Per sentirmi in pace con la coscienza, per ognuno dei personaggi di quella storia, ho scritto un racconto in cui tutti hanno, bene o male, trovato la felicità.
    Il romanzo che ho scritto e che non ho mai pensato di pubblicare, invece, è stato più che altro un gioco, per risollevarmi dai due che avevo abbandonato (e di cui ho ripreso il primo).

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    1. So che il confronto con i demoni del passato può fare male, ma a volte è necessario: se qualcosa ci turba è perché non l'abbiamo superato. è ancora lì, in un cantuccio della nostra mente, e ci danneggia.

      Non forzarti, ma preparati psicologicamente al momento in cui sarai di nuovo pronta per riprendere in mano quei vecchi testi. Credimi, potrà essere catartico. E "The shadow effect" di Deepack Chopra può essere un'ottima guida, in questo processo di guarigione. :)

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    2. Temo anch'io che prima o poi dovrò affrontarlo. Alla fine, riprendo sempre tutto ciò che ho lasciato in sospeso, dubito che quel romanzo farà eccezione.
      Nel frattempo, grazie del consiglio. Non conoscevo quel libro e dalle recensioni pare molto interessante. Lo metto in lista :)

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    3. A me ha aiutato molto, così come tanti altri libri dello stesso genere. Anche io ho avuto nella vita periodi neri (anche negli ultimi mesi non è che sono proprio un fiorellino...) e queste letture sono state illuminanti. :)

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  9. Bel post, te lo condivido un po su G+

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  10. Premesso che abbandonare una storia non significa ucciderla (la si può riprendere quando le energie sono ottimali), io quando mi sono trovato nella tua situazione ho provato a prendermi una pausa dal libro... ma non dalla scrittura. Ho lavorato a qualche racconto breve (che è una forma di letteratura un po' bistrattata ma non meno pregiata) dalla struttura più lineare possibile, cosa che mi ha aiutato sia a scaricare un po' di tensione che a ritrovare fiducia: chiudere un raccontino con un capo e una coda (che magari è pure bello), dopo mesi di lotta serrata con un capitolo dopo l'altro, è una soddisfazione!

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    1. Potrebbe essere una buona idea, ma parlo con le mani avanti. Già in passato avevo promesso l'avvento dei racconti sul blog. Però il romanzo e il blog mi risucchiano; inoltre non sono mai stata affine a questa forma narrativa. :)

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  11. Quanto mi sono identificata, sia con te che con Lisa! Comincio a pensare che ognuno di noi ha qualche romanzo che ci tormenta, ma che non accetta di essere abbandonato.
    Penso che porterai a termine il tuo progetto, anzi ne sono sicura. In questi casi conta sentire nel profondo di avere qualcosa da dire, una fiamma che non si spegne, anzi continua ad alimentare fino alla fine il lavoro di scrittura, pur con alti e bassi e attraverso momenti di sconforto.
    Il mio romanzo-croce è GdI, che tu ben conosci. Mi ha fatto penare fin dal suo concepimento e mi dà ancora molti grattacapi. Sto cercando ancora una volta di venirne a capo, spero che sia la volta buona. Di sicuro non mi arrenderò, proprio come te :)

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    1. Ciò nonostante sei riuscita a concluderlo. E a revisionarlo. Per me sarebbe già una grande conquista.
      Ti ringrazio per la fiducia, e mi auguro davvero che possa accadere quanto scrivi. La fiamma è accesa, è vero. E la capacità di rinnovarmi quando un passaggio/personaggio non mi convince più contribuisce a mantenerla viva. :)

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  12. Tanti romanzi che non vedranno mai la luce, probabilmente, stazionano da anni nei miei cassetti. Sono da cestinare? Forse sì, ma io continuo a credere nella loro forza o perlomeno nella forza dell'idea che ne è alla base. Qualche volta mi chiamano, attirando l'attenzione su di sé, altre mi suggeriscono di dimenticarli lì dove sono. Il caos regna sempre sovrano, ma quando sarò chiamata all'ordine, non mi sottrarrò e lavorerò sodo per imboccare la via giusta. In fondo, un bravo scrittore fa questo: trovare la soluzione alla confusione di pensieri che gli affollano la mente.

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    1. Esatto! Può essere fisiologico avere la necessità di staccare dalle proprie idee, almeno per un periodo. Però le stesse idee possono ritornare a galla più forti di prima, al momento giusto. Alla condizione però che l'idea di base sia buona... e la brace non si sia spenta. Io non mi sono fermata, ma ho rallentato il passo. Ora sto riprendendo il ritmo. Poi mi incasinerò di nuovo. Fa parte del gioco forse, ma vado avanti. :)

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  13. Ammetto di aver abbandonato dei romanzi senza troppi rimpianti, come certe storie d'amore che fanno solo male. Non il primo, però. Il primo che ho scritto non uscirà mai dal mio file, ma l'ho portato con me attraverso ormai 4 o 5 cambi di computer. Già mentre lo scrivevo vedevo cosa non andava, al punto che non ho mai neppure tentato di proporlo a un editore, ma portarlo a termine era una sfida con me stessa. Ci sono riuscita e ne sono uscita più forte, con la consapevolezza che sì, ce la posso fare, posso scrivere romanzi.
    Il tuo, da quel poco che ho letto finora, ha anche tutte le possibilità di farsi strada nel vasto mondo editoriale e quindi perché demotivarti? Ci vorrà tempo, ci vorrà fatica, ma alla fine ne sarà valsa la pena.

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    1. Grazie! Grazie di cuore! Le tue parole (come quelle di Marina e di chi ha avuto modo di leggermi) sono una manna per l'autostima. Io non mollo. Sarà difficile, ma non mollo. :)

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  14. Facendo il conto anche delle mie prime esperienze scribacchine comunque serie (ma si parla di un quarto di secolo fa, quando ero matricola all'università) ho iniziato e poi lasciato a metà una decina fra romanzi e racconti lunghi. In alcuni casi ho ripescato paragrafi e situazioni poi riadattate per altri lavori, in altri sono rimasti buchi neri fini a se stessi.
    Eppure credo che siano serviti anche questi fallimenti per poi redigere, successivamente, altri scritti portati a termine come da progetto iniziale.

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    1. Anche io ho sempre pensato che ogni storia abbia il suo perché. I tentativi falliti sono una palestra fondamentale per la nostra esperienza di scrittori. Solo con un sano esercizio si possono raggiungere dei risultati. E questo esercizio prevede anche la consapevolezza dei propri sbagli. :)

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  15. Ho abbandonato due romanzi fantasy. Uno di fantascienza iniziato a scrivere per un NaNoWriMo. Una specie di thriller iniziato oltre 20 anni fa. Un fantasy per ragazzi (che prima o poi riprenderò). Un altro fantasy (che riprendo, perché mi piace). Un altro romanzo di fantascienza, iniziato a scrivere sempre 20 anni fa più o meno, senza alcun progetto com'ero solito fare allora.
    Se continuo a rimestare nella memoria, non finisco più...

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    1. Io ne ho abbandonati solo 5 negli ultimi 20 anni. Il primo iniziato a scrivere a 14 anni (non sono mai stata un enfant prodige!). Direi che tu mi batti! :-)

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  16. Ne ho iniziati così tanti da aver perso il conto, almeno fino a quando non ho capito che volevo che l'hobby diventasse qualcos'altro. Da due anni a questa parte mi batto a spada tratta per finire quello che inizio. Magari lo abbandono per un po' e mi trastullo con altre storie, ma poi ci ritorno. E soffro. E me ne vado. Poi lo riprendo. E via dicendo. :)

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    1. Secondo me lo scrittore ha un rapporto karmico con le proprie opere: alti e bassi, tira e molla, ma poi le divergenze si appianano, si evolve insieme e si giunge all'illuminazione! :-D

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  17. Abbandonato, solo uno, per mancanza di convinzione. Mi sono accorta che serviva un coinvolgimento più forte per lavorarci. Per il resto, mentre sul mio primo romanzo ho continuato a lavorare a lungo, dopo ho sempre preferito portare a termine i romanzi nel modo migliore possibile senza rimettere tutto in discussione per la via, e passare a un'altra storia. L'attaccamento al primo romanzo, almeno nel mio caso, aveva basi sbagliate: sotto sotto non ero convinta di poter fare di meglio; credevo che con l'impegno ci avrei tirato fuori chissaché, mentre non poteva essere così, semplicemente perché ero agli inizi. Se non mi fossi liberata abbastanza da scrivere altro sarei stata rallentata nel mio miglioramento, che secondo me c'è stato. Lavorare sul nuovo è molto diverso da lavorare sul vecchio. E adesso tirami pure una ciabatta. :D

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    1. Perdona il ritardo, ma in questi giorni ero fuori casa e fuori fase. :)
      Perché dovrei lanciarti una ciabatta?
      Ognuno ha le proprie esperienze. Io sto imparando e migliorando molto. Per il momento, penso non valga ancora la pena di mollare. E vivo con serenità anche tutti i cambiamenti che sto apportando, perché ritengo siano frutto della mia evoluzione. Certo, se avessi più tempo.... ma non si può avere tutto dalla vita! :-D

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  18. Ho abbandonato il seguito di un romanzo fantasy non perché non abbia in mente lo sviluppo dei vari libri, ma perché nel secondo non succede praticamente niente, e quindi d'istinto passerei al terzo... ma non posso farlo. Siccome ho poco tempo, l'ho lasciato lì preferendo dedicarmi ai miei romanzi storici che sono comunque delle belle gatte da pelare.Su quelli, però, almeno ho le idee chiare!

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    1. In che senso non succede niente? :-) Mi sembra impossibile!
      Comunque fai bene a dedicarti alle opere che ti sono più congeniali!

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    2. Mmm... non è che non succede proprio niente di niente, ma in primo luogo la prima parte della storia è tutta a pezzi ed è abbastanza tranquilla, quasi preparatoria. Bisogna aspettare con la seconda parte il ritorno dei "cattivoni" di turno che insaporiscono la minestra. :-)

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