I "vorrei" della mia scrittura.




La fatalità è la scusa delle anime senza volontà.
(Romain Rolland)

Qualche giorno fa, Tenar ha pubblicato l’articolo “Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e subito ho avuto l’idea di trasformarlo in un meme. Tuttavia, al momento di definire la scaletta del post, mi sono trovata in difficoltà: la lista dei miei “non” scavava nell’inconscio, risvegliava ansie e paure. “Se metto nero su bianco i miei timori, vado in paranoia”, mi sono detta. Visto che ultimamente la fiducia nelle mie capacità è un po’ vacillante, direi che non è il caso.
In questo periodo sento la necessità di appoggiarmi a pensieri potenzianti, di focalizzarmi sugli obiettivi e non sui limiti. Quindi ho deciso di trasformare ogni punto dell’elenco nel suo polo positivo: ogni “non voglio” è diventato un “voglio” e, in seconda battuta, un meno pretenzioso “vorrei”.
Mi piacerebbe che tali propositi non rimanessero astratti. Anche se li ho focalizzati soltanto adesso, intendo trasformarli in obiettivi a lungo (in alcuni casi lunghissimo) termine.
Rimbocchiamoci le maniche, allora!

 1- Vorrei scrivere (e pubblicare) almeno dieci romanzi.
So che il mio intento potrebbe sembrare ridicolo dal momento che la stesura della mia opera prima sta diventando un mutuo, però sono ancora abbastanza giovane per potermi permettere un sogno del genere. Se partorissi un’opera ogni due anni per il prossimo ventennio, potrei centrare il bersaglio prima di entrare nella terza età e avrei ancora tempo a disposizione per progetti ulteriori: che ne dite, ci posso provare?

2- Vorrei creare una nicchia di lettori fedelissimi.
Quando penso al rapporto con i miei futuri lettori, mi viene in mente un’intervista rilasciata qualche anno fa dal musicista Omar Pedrini: “ci sono artisti amati da molti e artisti amatissimi da pochi”, disse a proposito della propria fama. Questa frase rispecchia perfettamente sia i miei gusti di lettrice, sia i miei propositi di scrittrice.
Come ben sapete, i fenomeni commerciali non mi sono mai piaciuti. I super best-seller che ho letto possono avermi divertito, ma non hanno lasciato un segno psicologico o emotivo. Sono letture che offrono intrattenimento puro e lasciano il tempo che trovano, come certi tormentoni dell’estate. Viceversa, ci sono autori che seguo da anni. Potrei citare a memoria le loro opere, che ho riletto più volte. Non venderanno miliardi di copie, ma la loro carriera – proprio come quella di Pedrini, che è sulla scena dal 1986 - è longeva anche grazie ai fans fedelissimi. Gianni Biondillo non raggiungerà mai i livelli di Stephen King ma, fra i suoi saggi di architettura sociologica e i gialli della saga dell’ispettor Ferraro, ha sempre un posticino in libreria senza snaturare se stesso per piegarsi ai dettami del mercato. Se io potessi conoscerlo, andrei in brodo di giuggiole: preferirei avere dieci lettori come me, che dieci milioni di fans destinati a dimenticarsi chi sono dopo un solo anno di silenzio.

3- Vorrei aiutare le altre autrici a conquistare il proprio spazio in un mondo maschile.
Nonostante tanti bei discorsi politici e non, la parità fra i generi nel nostro paese è ancora una chimera. Solo gli uomini e le donne che traggono vantaggi dalla società maschilista possono accettare una realtà in cui il fischio e il commento volgare non sono penalmente perseguibili (in fondo, si tratta di molestia) e un’opinione pubblica che giustifica lo stupro di una quindicenne perché indossava la minigonna. E che dire a proposito delle grandi aziende? I dirigenti sono quasi tutti uomini, usano i titoli professionali solo quando rivolti ai propri colleghi maschi e considerano le donne “segretarie” a prescindere dal titolo di studio e dalle loro reali mansioni. Per raggiungere una buona posizione, una donna deve faticare il triplo.
 Il mondo della letteratura rispecchia perfettamente il macro-contesto socioculturale. Come scrisse Tenar tempo fa in un post dedicato agli stereotipi sugli scrittori, per il senso comune lo scrittore è uomo, le donne sono associate ai romanzi d’amore e le anziane signore un po’ acide ai gialli. Noi scrittrici sappiamo che il panorama letterario è molto più complesso di questo cliché, ma il lettore comune no; quindi cerchiamo di tutelarci e accettiamo compromessi. All’autrice di romanzi mainstream conviene scegliere un eroe anziché un’eroina: è l’unico modo per non veder tacciata la propria opera con un romance o un chick-lit. E molte donne scrivono utilizzando pseudonimi maschili o nascondendo la propria identità: J.K. Rowling è una firma voluta dall’editore, in quanto temeva che i lettori non avrebbero accettato un fantasy scritto da una donna…
 Tutto questo vi sembra giusto? Certo che no! Per questo motivo io rifiuterò qualunque forma di discriminazione e cercherò di ritagliarmi uno spazio nel panorama letterario italiano pari a quello dei miei colleghi uomini. Inoltre vorrei usare la mia scrittura per promuovere questo ideale di parità, e lo farò rivolgendomi sia agli uomini sia alle donne. Essere alla pari significa non accettare la discriminazione, ma anche non usare la propria condizione di genere per ottenere dei vantaggi, come fanno molte. Pertanto, se noi suffragette post-moderne vogliamo che i nostri diritti siano riconosciuti, dobbiamo combattere non solo contro i baluardi di una società retrograda, ma anche contro tutte quelle signorine usano il corpo come merce di scambio e rinunciano alla propria libertà per farsi mantenere.

4- Vorrei scrivere romanzi che lascino l’eco quando terminati.
Quando finisco di leggere un romanzo entusiasmante, mi sembra di aver perso un amico; cerco quindi di far durare la sua eco il più a lungo possibile: scrivo una recensione, condivido su Facebook le frasi che mi hanno maggiormente colpito, lo regalo per Natale (nel 2005 sono uscita dalla Mondadori con cinque copie di “Ti prendo e ti porto via” di Niccolò Ammaniti) e ne parlo fino allo sfinimento. Il record delle riletture spetta a “Di noi tre” di Andrea De Carlo: dodici in dieci anni; quello delle segnalazioni e dei prestiti a “Le cinque ferite” di Lise Bourbeau, di cui ho parlato in due guest-post sul blog di Maria Teresa Steri.
Mi piacerebbe che i lettori intrattenessero un legame del genere con le mie storie, o almeno che si ricordassero di me nel tempo a venire: vi è mai capitato di trovare un romanzo in libreria e domandarvi “questo da dove è uscito”? A me sì, tante volte. Non è piacevole da lettrice, figuriamoci da scrittrice!

5- Vorrei che la mia attività da scrittrice fosse riconosciuta anche dal sistema.
Ebbene sì, avete capito bene: perché l’outsider per eccellenza ha bisogno di un’etichetta? Ve lo spiego subito.
Nella nostra società, il titolo professionale non si limita a descrivere l’attività di un individuo, ma lo colloca in una rete di ruoli e di aspettative sociali. Il fatto che una persona svolga un determinato lavoro lascia intendere che ragioni e agisca in modo coerente: dallo psicologo ci si aspetta un sorriso empatico, dall’avvocato una buona parlantina, dall’ingegnere un comportamento pacato e razionale, dallo scrittore una buona cultura e una spiccata fantasia, dall’ Assistente di Direzione che dia ragione al capo anche quando non ce l’ha.
Una persona che in questo periodo mi sta aiutando dice che ho difficoltà ha identificarmi con il mio ruolo professionale perché c’è chi l’ha usato per sminuirmi e perché lo associo a persone molto distanti dalla mia sensibilità, ma io non posso fare a meno di sentirmi imbrigliata in una definizione che non mi appartiene. Anche se la scrittura sarà un’attività parallela, mi piacerebbe che in futuro si parlasse di me come di “Chiara la scrittrice”, o in alternativa “Chiara l’editor” o “Chiara la giornalista”, perché questi tre mestieri aiutano a inquadrare la mia persona, il mio carattere, i miei interessi e il mio sguardo sul mondo molto più di altri appellativi professionali che parlano solo di ciò che faccio per guadagnarmi da vivere, e non di ciò che sono.

6- Vorrei aiutare le persone con la mia scrittura.
Un romanzo deve intrattenere e regalare al lettore momenti piacevoli, è vero. Tuttavia, una buona storia è quella che oltre a divertire trasmette un messaggio, veicola un significato o un valore, insegna qualcosa di nuovo. Penso che la vocazione della mia scrittura sia in parte sociale e in parte spirituale, ben rappresentata dalla frase che ho scelto come sottotitolo del blog: “tutto ciò che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato in cambio di un fucile”. Bene: aggiungo che è anche il mezzo che ho per difendere gli altri, o per lo meno per aiutarli. Ogni volta che un lettore del blog dice che un mio post gli è servito per risolvere un problema narrativo o psicologico, sono felice. Perché non fare lo stesso con i miei futuri romanzi?

Il lancio della patata bollente.

Quali fra i miei “vorrei” pensate di condividere? E quali sono i vostri? Vi invito a fare un meme!

Commenti

  1. Biondillo non è tanto di nicchia, secondo me di base non si possono paragonare autori italiani e stranieri tradotti da noi. Il sistema è completamente diverso e un autore che arriva qui ha già un passato altrove, un agente che lo promuove all'estero, e il mercato è completamente diverso, non dimentichiamo che in Italia si legge poco, pochissimo. Ci sono autori italiani partiti bene che ora faticano a farsi pubblicare, per cui puntare a 10 romanzi ora mi pare utopistico considerato soprattutto che, giustamente, punti a opere di valore, non libretti da buttare nel self uno ogni 6 mesi. Come ti ho già detto più volte a costo di sembrare antipatica, scindi la tua vita lavorativa da quella di scrittrice. Ti stai dando da fare per cambiare professione? Benissimo, magari ce la farai, magari no, io di gente che ha lasciato il lavoro-sicuro e poi è a spasso ne conosco parecchia, così ha aggiunto un motivo di insoddisfazione. Ma se tu non ce la dovessi fare, non puoi lasciare che la frustrazione tracimi nello scrivere e faccia venir meno l'entusiasmo. Parlo a ragion veduta, lo sai. Dai una bella botta al romanzo e cerca di uscire dalla spirale, se sei impantanata con trama o struttura narrativa, affidati a un buon editor, la scrittura è sorpresa, non pensare a 10 romanzi, magari ne scriverai 5 stupendisssimi, non avrai centrato l'obiettivo, ma sarà anche meglio. Sandra

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    1. Biondillo è di nicchia, secondo me. Innanzi tutto è un autore di genere, e questo già circoscrive il suo pubblico; in secondo luogo non è molto conosciuto dal "lettore medio", cioè una persona che legge poco e prevalentemente titoloni. Stessa cosa si può dire di Genovesi.

      Ci tengo a chiarire una cosa: non sto "puntando" a 10 romanzi, altrimenti avrei scritto "voglio" anziché vorrei. Però se devo scegliere una cifra indicativa di un'eventuale carriera, mi viene in mente quella. Non c'è nulla di determinato. E non si sa mai quale piega prenderanno gli eventi in futuro. Io ora sto parlando di "vorrei", e alcuni di questi sono obiettivi a lungo termine, ma nulla esclude che possano cambiare.

      L'ultima parte del commento te la scrivo in mail! ;)

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  2. Ciao Chiara, eccomi a farti visita. Concordo su "Ti prendo e ti porto via"... Anch'io sento un vuoto, una mancanza, quando termino un libro. Ma il distacco dai personaggi non avviene all'improvviso...per diversi giorni mi ritrovo, inconsapevolmente, ad immaginare il prosieguo delle loro vite e a chiedermi " Chissà cosa stanno facendo? "...pensandoli come fossero persone reali che fanno parte della mia vita. Continuo a curiosare nel tuo blog. Ciao. Emanuela

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    1. Ciao Emanuela, benvenuta! :-)
      Anche a me capita di interrogarmi sul futuro dei personaggi che ho amato: ho anche ipotizzato un sequel per ciascuno dei miei romanzi preferiti! :-D

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  3. Beh sicuramente tutte grandi e belle aspirazioni.
    Il secondo "vorrei" è certo che ci sarà, perché parti avvantaggiata grazie al blog... hai già una nicchia pronta a seguirti^^

    Moz-

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    1. è vero: ho già la mia nicchia! :-D
      A volte ci si proietta nel futuro dimenticandosi di ciò che c'è già! ;)

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  4. Teoricamente tutti, anche se la 3 la vedo difficilissima (dal mio punto di vista, semmai devo ancora essere aiutato io), la 1 non ci provo neppure (sono più portato per le raccolte di racconti) e la 5 la ritengo pressoché impossibile.

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    1. L'aiuto di cui parlavo non era pratico: la mia idea è proprio quella di veicolare, grazie alla mia scrittura, un ideale di parità. Perché la cinque è impossibile? Noi non ti riconosciamo forse come scrittore? :)

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    2. Ok, allora vada per un "Ariano Geta del sottobosco letterario underground", che suona pure fico.
      (Non ci far caso, oggi sono in fase regressiva e sto puntando diritto verso i sedici anni ;-)

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    3. "Sottobosco letterario undergound"? Mi fai pensare ad anfibi e camiciona a quadri! :-D

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  5. Ciao Chiara, sono tutti condivisibili i tuoi vorrei, soprattutto da chi ha sempre amato scrivere.
    Io però non vogliio mettere mai limiti. 10 libri... 5... 20 ... e chi lo sa?
    L'importante è che ci diano soddisfazione.

    Riguardo ai miei vorrei... ecco vorrei una cosa più di ogni altra. Poter essere me stessa sempre, non solo quando sono al pc o sul/sui blog. Toliere la maschera insomma.
    Mi basterebbe!

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    1. Come ho scritto anche a Sandra, dieci un numero identificativo. I "vorrei" sono venuti fuori trasformando al positivo alcune affermazioni negative: il "non voglio scrivere solo un romanzo" era diventato "voglio scrivere più di un romanzo", ma mi sembrava troppo vago, così ho scelto una cifra.

      Il tuo proposito è bellissimo. Si avvicina al mio punto 5, sebbene le parole usate siano differenti. :)

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  6. Il punto 3 è molto interessante (e importante), hai già qualche idea su come metterlo in pratica?

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    1. Ho diverse idee, a dire la verità. Mi piacerebbe promuovere un'iniziativa tramite il blog mediante la quale ogni autrice racconta la sua esperienza in un mondo prevalentemente maschile. Mi piacerebbe creare collaborazioni e scambi di post. Ma soprattutto far capire (non solo alle scrittrici ma alle donne in generale) quanto sia importante la parità.

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    2. Beh... ma credo che l'obiettivo dovrebbe essere quello di farlo capire agli uomini, non alle donne!

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  7. Un fischio non possiamo punirlo penalmente, dai, non esageriamo. Io non ho mai fischiato, ma siamo già troppo pieni di reati anche di opinione che non serve aggiungerne altri.
    Non hai pensato che alcune donne "molestano"? È successo.
    Per le aziende dipende. Io ho lavorato in un'azienda in cui ero un semplice impiegato e c'erano 3 donne con un livello superiore al mio, anzi due livelli. E venivano trattate per quello che erano.
    Ora dtai facendo di tutta l'erba un fascio.
    Non condivido neanche che le scrittrici siano relegate al romanzo rosa o ai gialli. Ho letto diversi romanzi di autrici, uno lo sto leggendo proprio ora, e non sono gialli né rosa.
    Io questo cliché non l'ho mai visto.
    I miei vorrei usciranno a giorni.

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    1. Almeno una bella multa sì, dai! Secondo me è una cosa volgare e molto fastidiosa. L'ho subita molte volte e continuo a subirla nonostante abbia passato i 30 da un pezzo e non mi vesto in modo provocante.
      Le donne che molestato sono più rare e andrebbero punite anche loro.

      Nelle grandi città secondo me c'è una mentalità più aperta e per le donne é più facile farsi strada, l'ho visto quando lavoravo a Milano, ma in provincia secondo me è diverso. Inoltre non ho mai scritto che le donne scrivano solo rosa e gialli: questa è l'associazione mentale del lettore comune. Ovvio che scrivano anche altri generi, ma faticando il doppio degli uomini...

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    2. No, neanche una multa. Se una mi fischia, non vedo che reato stia commettendo. Sarà fastidioso, ok, ma una multa per queste cose è esagerata.
      Ho capito che parlavi di associazione mentale del lettore comune, ma a me non sembra che sia così.

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    3. "Ovvio che scrivano anche altri generi, ma faticando il doppio degli uomini" --> Questa non l'ho capita. Ursula K. Le Guin (che è una donna) ha scritto di fantascienza facendo le scarpe a gran parte dei suoi colleghi maschi coevi (si vedano le vagonate di premi vinti), e ha scritto anche di fantasy con altrettanti risultati.

      Fischi --> multare qualcuno perché volgare potrebbe fare la fortuna di molte amministrazioni comunali!

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    4. Non è questione di volgarità ma di rispetto: la donna non è un oggetto. Io non ho mai fischiato nemmeno al mio cane!

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    5. L'hai scritto tu stessa che chi fischia alle ragazze andrebbe multato perché secondo te "è una cosa volgare e molto fastidiosa". Allora è una questione di rispetto?
      Io ci vedo molte gradazioni di grigio fra un fischio di apprezzamento e una molestia.

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    6. Anche una parolaccia è volgare, ma può non urtare nessuno. Invece il fischio e il commento volgare a mio avviso sono molestie a tutti gli effetti. Alla base, secondo me, c'è un errore di interpretazione di questi gesti da parte del pubblico maschile: per loro si tratta di un apprezzamento, e una donna dovrebbe esserne lusingata. Ma io non trovo niente di piacevole se ogni volta che giro nel mio quartiere ci sono i soliti fancazzisti al tavolino del bar che rompono le balle: una donna dovrebbe essere libera di girare per strada senza dover subire certe cose. E io non sono una che gira di in minigonna e calze a rete... e ho anche una certa età, ormai!

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    7. Scusami se sembra che voglia aver ragione a tutti i costi, ti assicuro che non è così. Solo che non riesco a seguire il filo del ragionamento:

      1) Una parolaccia (volgare), che può dar fastidio a qualcuno (anche se tu dici che "può non urtare nessuno", in realtà qualcuno lo può urtare), non va sanzionata con una multa.
      2) Un fischio (inteso come commento volgare), che parimenti può dar fastidio a qualcuno (per semplicità di ragionamento, diciamo l'insieme degli individui femminili normo-udenti :-) ), va sanzionato con una multa.

      Probabilmente essere un maschio non mi consente di immedesimarmi nella situazione di subire un fischio e quindi c'è qualcosa che mi sfugge.

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    8. La parolaccia generica (non l'insulto) può non offendere nessuno. Se io dico: "oggi non ho voglia di fare un cazzo", perché dovrebbero sanzionarmi? La parolaccia offensiva invece dovrebbe essere sanzionata non solo se rivolta a donne, così come il fischio o il commento volgare.Ma al momento lo è solo nei confronti di pubblico ufficiale. Uomo, ovviamente.

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    9. OK, avevo automaticamente tradotto "parolaccia" con "insulto" :-) Ora - nonostante non sia d'accordo - ho capito ;-)

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    10. Perché? Non ritieni forse che fischiare a una donna sia offensivo?

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    11. Chiara, che a te dia fastidio è un conto, ma un fischio non ha nulla di offensivo. È un apprezzamento volgare o comunque non educato, ma non è un offesa. Se invece passando uno ti dicesse "bella gnocca mi ti farei" allora è offensivo.
      Ma in tutti i casi pretendere una multa è esagerato, anche perché è la tua parola contro la sua, in genere. Se uno ti manda a quel paese, potresti denunciarlo. E magari vinci pure, visto che un giudice ha condannato a una multa un contadino per aver fatto la linguaccia a un altro...
      Il reato di offesa a pubblico ufficiale non prevede sanzioni solo se si tratta di un uomo :)
      E comunque trovo assurdo la multa anche in quel caso.

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    12. No, però sono consapevole del fatto che potrei sbagliarmi.

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    13. Come ho scritto prima, io multerei sia il commento offensivo sia il fischio. E paradossalmente trovo più volgare il secondo. So che dal punto di vista di un uomo sembra un semplice apprezzamento, ma agli occhi di una donna questi comportamenti assumono un valore completamente diverso. C'è una mentalità di fondo: se una donna ha un aspetto curato (N.B: non sto parlando di minigonne o tacchi a spillo, ma di semplice eleganza) allora vuole farsi guardare, quindi certi commenti sono giustificati: siamo noi che ce li cerchiamo.
      Devo ammettere comunque che ad assumere comportamenti di questo tipo sono soprattutto due categorie di uomini: gli anziani e i nordafricani. Entrambe le categorie sono legate a un contesto (che sia un'epoca o una cultura) in cui la visione della donna era completamente diversa. Non mi è mai capitato di vedere uno della mia età fischiarmi dietro. Al limite quelli provano ad attaccare bottone e a fare gli splendidi...

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  8. Sarebbe carino seguire il tuo meme e scrivere i miei vorrei, può darsi che lo faccia. Nel frattempo ti dico che condivido molto i tuoi vorrei numero uno (ma visto che ho più anni di te basterebbero anche sette romanzi, due ci sono già); numero due, quattro e sei. ;-)

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  9. Riguardo il punto 3: conosci l'ebook "Scrivere? Non è un mestiere per donne", di Laura Costantini? Contiene i contributi di scrittrici sul mestiere della scrittura e di quanto debbano sudare per riuscirci.

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    1. Non lo conosco ma lo leggerò con piacere. Ti ringrazio per avermelo segnalato! :)

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  10. Dal mio punto di vista sono tutti obiettivi condivisibili, probabilmente se seguissi il tuo meme la mia lista non sarebbe troppo diversa dalla tua. Non credo però lo riprenderò sul mio blog: negli ultimi tempi, ogni volta che penso a quel che vorrei, infatti, il pensiero successivo è "non sto andando da nessuna parte, non ce la farò", il che ovviamente non è piacevole. Il mio post diventerebbe quindi "vorrei, ma non credo di farcela", e visto che a nessuno piacciono i post depressi, preferisco evitare :) . A parte questo, però, è bello leggere che altre persone sono più focalizzare e non si lasciano scoraggiare dalle difficoltà. Tra i miei "vorrei", vorrei avere la forza d'animo che hanno persone come te e come tanti altri, davvero :) .

    (scusami il commento super-pesante, comunque :) ).

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    1. Grazie per il complimento, ma non penso di avere così tanta forza d'animo: anche io tendo a deprimermi spesso; specialmente in questo periodo. Però cerco di reagire, questo sì. E di cercare dentro di me le risorse e la forza per andare avanti. Ho un gran bisogno di semplicità. :)

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  11. Gran parte dei tuoi vorrei credo (temo) sono di noi tutti. Tranne di quelli che non si accontentano di essere molto amati anche da pochi, ma vogliono subito la fama di King ;)
    Mi piace molto il tuo vorrei sulle autrici! Autrici suffragette, uniamoci!

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    1. Creiamo una fondazione a sostegno delle scrittrici e poi organizziamo eventi culturali in tutta italia! :-p

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    2. In realtà c'è già un'associazione di scrittrici, EWWA (o una cosa del genere) volevo informarmi per capire se valga la pena tesserarsi, ma poi non ho mai tempo (o me ne dimentico)...
      Però sono stata a un seminario organizzato da loro, molto bello, anche se non molto femminile, dato che era sul romanzo storico, ma era tenuto da Franco Forte, che è molto bravo, ma molto "maschile" nella scrittura...

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    3. Può darsi che di associazioni del genere ne esistano più di una. A me piacerebbe un gruppo creato da me (o da noi), qualcosa che mi appartenga davvero! :)

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  12. Mi piace molto l'idea di una condivisione di intenti tra donne che scrivono, davvero. Da new entry nella scrittura "condivisa" (ho tantissimi di racconti scritti e distrutti, o scritte su fogli di carta e lasciati lì, o chiusi nella memoria del mio pc, ma mai condivisi), sono piena di vorrei e di farò. Anche troppi!! :)
    Grazie per il post!!

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    1. Ogni desiderio è una forma di illuminazione: se non c'è attaccamento, non sono mai troppi!

      P.S. Qualche giorno fa ho lasciato un commento sul tuo blog ma temo sia finito nello Spam...

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  13. bello bellissimo post, da ogni tuo post mi rimane sempre qualcosa di utile. Grazie!

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  15. I tuoi vorrei sono molto interessanti. Vediamo se stanno bene addosso anche a me:
    1) mi basterebbe pubblicarne anche solo tre purché risultino indimenticabili, il che si unirebbe al punto 4 a proposito dell'eco lasciata dalla lettura del romanzo. Sì, mi piacerebbe che anche le mie storie avessero un profumo resistentissimo.

    2) una nicchia di lettori? No, a me piacerebbe essere letta e apprezzata da tutti, cioè mi piacerebbe raccogliere il consenso di più tipologie di lettori. Ad arrivarci anche alla nicchia!

    3) non sono così agguerrita nel vedere il mondo maschile più avanti rispetto a quello femminile: ora come ora, invidio agli uomini, artisti di ogni genere, il fatto di potersi dedicare alla loro attività con più libertà d'azione, rispetto alle donne che, vuoi o non vuoi, sono quelle che pensano A TUTTO IL RESTO.

    5) io, non so perché (anzi lo so) mi sento sempre a disagio quando qualcuno mi definisce "scrittrice", mi sembra di portare le persone a sorridere, se non a ridere di me! Vorrei dimostrarlo, prima, sul serio. Anche io sono passata dal "signorì" al "segretaria dell'Avvocato", quando facevo pratica. Insopportabile almeno quanto non sentirsi comodi nei panni indossati a lavoro (come capita a te)

    6) questo è un bellissimo "vorrei". Trasmettere valori o messaggi è il "di più" che rende unico un libro.

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    1. Quando io parlo di "nicchia" non necessariamente faccio riferimento a un'unica tipologia di lettori anagraficamente e culturalmente simili (Pedrini per esempio piace a chi ascolta un certo genere di musica) ma mi piacerebbe che chi mi segue, che sia uomo o donna, ricco o povero, giovane e vecchio, lo facesse con costanza e ... affetto! Come fate voi sul blog! :)

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  16. Condivido in toto il 3, il 5 e il 6.
    La parità di genere, nel nostro paese, rimane una chimera. Quando scrivo, parlo sempre di donne indipendenti, che riescono a cavarsela senza l'aiuto dell'omaccione di turno e che sono felici anche se non sposate o mantenute da qualcuno (spesso l'idea di trovarsi un fidanzato non le sfiora nemmeno). Mi piace delineare tante donne diverse, ognuna con le sue peculiarità e il suo modo di approcciarsi al mondo, tutte in grado di svolgere qualsiasi compito alla pari di un uomo.
    Per quanto riguarda il punto 5, non sai quanto mi sta stretto il fatto che gli altri si aspettino che io ragioni e agisca come prevede la mia professione. Sono una programmatrice software (guarda un po', una professione tipicamente maschile, in cui le donne sono una rarità) e come tale si aspettano che io aderisca allo stereotipo della smanettona, senza vita sociale e con la capacità espressiva di un lamantino.
    Mi infastidisce sentirmi dire "ah, ma tu sei un'informatica, che fantasia vuoi avere?"
    A prescindere dal fatto che pc, tablet, smartphone e quant'altro sono stati pensati e realizzati da qualcuno con una gran fantasia, non capisco quale sia il nesso tra la creatività di una persona e il lavoro che svolge.
    Poi, anche a me piacerebbe aiutare qualcuno con la mia scrittura, in qualsiasi forma. Quando scrivo penso sempre a che messaggio veicolare e a quale potrebbe essere l'impatto sul pubblico... Spero solo che arrivi ;)

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    1. Secondo me, tutto dipende dalla capacità dell'individuo di trovare un compromesso fra ciò che fa e ciò che è. C'è chi ci riesce e chi, come me, finisce in analisi! ;)
      La mia difficoltà è in parte pratica e in parte, se così si può dire, politica: c'è chi da me si aspetterebbe un servilismo che va contro la mia idea di libertà e i miei valori. Ma di questo parleremo meglio in privato, magari.

      P.S. Come nel caso di ChiaraM, ho lasciato un commento sul tuo blog ma non è stato pubblicato. Wordpress dà spesso questi problemi: mi manda nello spam e non capisco come mai... poi quando l'autore del blog mi segna come follower attendibile non succede più.

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    2. Temo di non essere una persona che scende a compromessi e questo mina di frequente la mia serenità, in qualsiasi ambito. Spesso, a causa di questo, vivo male la mia situazione lavorativa e familiare anche se, oggettivamente, non avrei nulla (o quasi) di cui lamentarmi...
      Comunque trovo anch'io che sia una conversazione più adatta a un ambito privato.

      Ho approvato il commento e ti ho segnata come follower attendibile. Ho anche appena imparato una cosa: controllare la casella di spam è una buona prassi da seguire ;)

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    3. Anche mettere un indirizzo email da qualche parte: ti volevo avvertire ma non potevo e ho dovuto aspettare che tu scrivessi qui. :)

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    4. Ci sono ancora molte cose work in progress... Ho appena aggiunto il form per i contatti ;)

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  17. Sono sicuro, Chiara, che riuscirai benissimo nei tuoi “vorrei” a raggiungere gli obbiettivi che ti sei posta. Leggendo i tuoi punti, però, mi sono chiesto: perché proprio dieci romanzi, vuoi scrivere? Mi fai venire in mente un’affermazione di Tarantino, il quale ha dichiarato che per lui il numero ideale di film da realizzare è proprio dieci; dopo di che intende ritirarsi. Tu, perché dieci?
    Poi, benché ritenga che un romanzo, per definizione, debba rivolgersi al pubblico più ampio possibile, condivido la tua idea di creare una nicchia di fedelissimi. Le due cose, naturalmente, non sono in contrapposizione. Si può essere amatissimi da pochi, e letti comunque da tanti.
    Per quanto riguarda i best-sellers e l’impronta emozionale: credo che un romanzo per essere amato debba colpirti in una stessa esperienza o emozione che hai provato in prima persona; devi cioè ritrovarti. Questo non può succedere con tutti i libri che leggi; può succedere con alcuni di essi. Il giovane Holden, ad esempio, è diventato un best-seller perché ha toccato i sentimenti di tre generazioni di americani, i quali ci si sono ritrovati anche come esperienza diretta. Direi, quindi, che ci sono best-sellers e best-sellers. Stephen King non lo leggi per ritrovarti; lo leggi per svagarti. Condivido, però, il tuo punto di vista.
    Nella letteratura, però, credo che le donne abbiano ampi spazi. L’ultimo Nobel è stato assegnato proprio a una donna. Se si va indietro negli anni, si nota una linea di demarcazione dove, prima della linea, il Nobel era assegnato esclusivamente a autori maschi, dopo, anche a donne. C’è da dire che nell’Ottocento le donne laureate erano una rarità. Oggi, nella cultura almeno, le cose sono già diverse. Non lo sono in altri campi della società. Ad alcune donne, come ben dici, sta benissimo così…
    Sulle definizioni, invece, non condivido la tua opinione: hai davvero bisogno di un’etichetta? non sarebbe meglio essere ricordati come Chiara Solerio, avendo ben presente tutto quello che questa donna è riuscita a realizzare al di là delle etichette? in fondo, per fare un esempio stupido, Dostoevskij non lo ricordi come Dostoevskij lo scrittore, ma solo come: Dostoevskij. E tutti sanno chi è (anche chi normalmente non legge). :)
    Condivido, invece, e mi trovi perfettamente allineato, nella tua esigenza di fare della scrittura uno strumento che abbia un compito maggiore del “semplice” (si fa per dire) intrattenere.

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    1. Perché dieci l'ho già spiegato prima, nella risposta a Patricia Moll.
      La frase originaria era "non voglio scrivere solo un libro", poi diventata "voglio scrivere più di un libro". Siccome un intento deve essere il più possibile preciso per potersi realizzare, ho deciso di scegliere una cifra abbastanza ambiziosa ma comunque alla mia portata.

      Se domandi a qualcuno "chi è Dostoevskij?" tutti (...ehm...diciamo quelli che lo conoscono!) rispondono che si tratta di uno scrittore. Mi piacerebbe che con me succedesse la stessa cosa. Per anni sono stata "la figlia dell'avvocato Solerio", e in futuro non vorrei un appellativo che parlasse di me, non di ciò che faccio o di chi ho vicino. :)

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  18. Forse scriverò il meme... comunque lasciare un'eco e aiutare sono due cose che ho molto presenti. :)

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  19. Chiara, non sapevo fossi così ambiziosa, è stata una piacevole scoperta. Complimenti, ti rispetto per il tuo coraggio.
    Mi piace l'idea del meme, anche se non ho una singola idea al momento, ci dormirò su! :D

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    1. Sì, io sono piuttosto ambiziosa quando ci sono di mezzo le mie passioni. Ma se qualcosa non mi entusiasma sono la regina dell'inerzia. :)

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