Il rapporto fra personaggi e ambientazione - flaneur, vagabondo, turista e pellegrino


Ordine vuol dire la cosa giusta al posto giusto e al momento giusto.
Sono i confini a determinare quali sono le cose, i luoghi e i momenti giusti.
(Zygmut Bauman)

Dopo qualche settimana, oggi ritorna il connubio fra sociologia e letteratura. Come avvenuto già in precedenza, ho deciso di piegare la volontà dei teorici post-moderni ai miei scopi narrativi, evidenziando come le strutture del mondo in cui viviamo si ripercuotano, quasi di default, sulle nostre storie, o almeno su quelle ambientate nell’era contemporanea.
Oggi si parlerà di archetipi. Non quelli di Voegler, ma quelli di Zygmut Bauman.
Le città, al giorno d’oggi, rappresentano nuclei alienanti. I non-luoghi sono privi di identità, relazioni significative e storia. Difficile, dunque, per le persone, riuscire a radicarsi. Ci si sente allo sbando, privi di un’àncora con cui agganciare credenze e sogni.
Il contesto sociale raramente offre garanzia e sicurezza: la roulette della società punta su logiche consumistiche, propina una sovrabbondanza di informazioni tra loro contraddittorie, promuove ideali posticci, subculture sbattute sul mercato come se acquistare uno stile di vita fosse sufficiente per renderlo proprio. L’identità è frammentaria, camaleontica, instabile. E l’individuo elabora arzigogolate strategie di sopravvivenza per non farsi schiacciare dal peso dei propri ideali sfumati e smettere di brancolare nel buio: fra le diverse possibilità di relazionarsi con l’ambiente circostante, sceglie quella più consona alla propria natura e ai propri bisogni esistenziali.
Sulla base di questo presupposto, Bauman, ne “La società dell’incertezza”, descrive l’interazione fra individuo e contesto facendo riferimento a quattro tipologie di viaggiatori. Non si tratta di demarcazioni assolute: proprio perché la realtà è instabile, se cambiano le condizioni ambientali può cambiare anche l’atteggiamento delle persone. Tuttavia, ho deciso di parlarne perché, sebbene non ami eccessivamente le categorizzazioni, mi accorgo di aver quasi involontariamente inserito alcune di queste metafore nel romanzo che sto scrivendo. La nostra epoca e le sue forme mentali ci condizionano più di quanto non ci rendiamo conto.


Il flaneur (bighellone o girovago) passeggia per la città da estraneo fra estranei.  Cammina fra la folla, ma senza alcun senso di appartenenza. Mi viene in la canzone “Hollywood” dei Negrita: c’è una faccia in vetrina, mi guarda e va via… chi è lo straniero a casa mia?
Il suo atteggiamento è distaccato, a tratti cinico. Ciò che vede intorno a sé, difficilmente lascia traccia, come quando si fa zapping. I suoi movimenti non hanno continuità. Tutto ciò che vive è un episodio a sé stante, senza passato e senza conseguenze. Per lui, esiste solo un presente vacuo ed evanescente. Anche i suoi legami, quindi, sono spesso effimeri, vuoti, instabili.
Sono flaneur quelli che fanno “le vasche” avanti e indietro per il corso principale, che trascorrono ore nei centri commerciali, che stazionano nelle piazze, nei locali, nei ristoranti. La loro attività usuale è il consumo, ma non sempre le risorse economiche lo consentono. In questo caso, si accontentano di stare “in giro”.
I primi “fancazzisti” che ho incontrato da quando è nata la mia passione per la post-modernità, sono i protagonisti dei film “Fame chimica” (Boccola, 2003) e “La schivata” (Kechiche, 2005), entrambi ambientati nella periferia di una grande metropoli: pensionati che svernano bevendo rosso in un bar, pusher che perlustrano la zona, giovani disoccupati che cazzeggiano tutto il giorno sulle panchine del parco... In poche parole, persone che bruciano la propria esistenza osservando passivamente la realtà, senza mai farsi coinvolgere. Cercano di dare colore al mondo, ma la loro anima è camaleontica, non assume tonalità definite. E troppi colori mescolati insieme originano soltanto il nero.
Anche il mio protagonista, nei primissimi capitoli del romanzo, spreca un sacco di tempo a guardare il mondo che gli passa davanti. Però, se non lo spingessi all’azione molto presto, la trama si bloccherebbe. Una figura di questo tipo, in un romanzo, può entrare a spizzichi e bocconi.

Il vagabondo (o nomade) è colui per il quale, secondo Bauman, “ogni posto è un luogo di sosta, ma non sa quanto a lungo vi rimarrà […] decide dove girare quando arriva all’incrocio”, non si stabilisce in un luogo fisso, non ha uno scopo, né una destinazione da raggiungere. La sua incapacità di ambientarsi gli consente di sfuggire al controllo della società.
Non è mai completamente solo, perché incontra altri vagabondi, ma l’essere sradicato gli consente di lasciare aperta ogni possibilità. Può andare in luoghi mai sperimentati prima senza prendere impegni duraturi per il futuro, scegliere se rendere proprie le regole comunitarie del luogo che lo ospita o rifiutarle completamente.
Eppure non vaga per scelta: è la precarietà stessa della vita ad imporgli questo stile di vita. Sono nomadi, per esempio, gli individui costretti a spostarsi spesso per lavoro, gli immigrati con permesso di soggiorno a scadenza, i rifugiati, i profughi.
Il vagabondaggio, però, può anche essere un semplice atteggiamento mentale: anche se i nostri personaggi hanno un luogo in cui abitare, non riescono ad attenuare il proprio senso di spaesamento. Possono mettersi a girovagare senza destinazione, come Mète, protagonista del romanzo “Gli sfiorati”, di Sandro Veronesi:

Tirato in ballo nell’alto dei cieli, Mète frattanto si aggirava sulla terra, inquieto e solitario nel chiaroscuro del mattino […]. Dopo il breve e alquanto superficiale incontro con l’uomo con il cappello aveva ripreso a gironzolare nel suo giubbotto di velluto, sostando di tanto in tanto sotto qualche palazzo, zigzagando, tornando spesso sui propri passi. L’unico criterio che si poteva rintracciare nei suoi spostamenti era un frequente passare e ripassare davanti alla propria casa. […]. Un vagabondaggio rionale, per così dire, attraverso un’umanità sparpagliata come spazzatura, fatta di minutaglie, avanzi, esseri sfilacciati e disorientati dalla chiusura dei negozi nel lunedì mattina. Di questa umanità, Mète aveva una percezione automatica, involontaria, che pure andava ad aggravare il senso di smarrimento che sentiva crescere dentro di sé.[…] A ovest passò davanti a una trattoria dove due pompieri, con una motopompa, stavano rumorosamente svuotando la saletta allagata. […] Sostò davanti al museo di criminologia. […]  A est, si trovò a guardare il mercato di Campo dè Fiori, subito riparando in un vicolo poiché, specie di giorno, a Mète bastava trovarsi in un luogo spazioso e affollato per considerarsi un uomo morto. In via dé Cappellari passò sotto la casa natale di Metastasio, onorata da una piccola discarica di rifiuti inaguratole proprio davanti. In via del Pellegrino fu urtato sul gomito dallo specchietto di un’automobile che gli sprecciò accanto, regolarmente munita del permesso di circolare nel centro storico. A Nord consumò un latte macchiato nella pasticceria Bella Napoli, affacciata su Corso Vittorio.

(N.B. Leggete il libro, se vi va, ma evitate come la peste l’adattamento cinematografico, che ha distrutto completamente il significato della storia riducendola ad una sorta di “Cinquanta sfumature”, però incestuoso.)

Non commento il brano perché mi dilungherei troppo. Voglio però evidenziare che scene di questo tipo possono avere molte funzioni: valorizzare l’ambientazione, veicolare i pensieri dei personaggi, evidenziare uno stato d’animo, sottolineare una transizione narrativa. L’importante è l’obiettivo della scena sia chiaro, perché la conseguenza immediata di eccessivi arzigogoli stilistici è un appesantimento generalizzato della narrazione. In poche parole, il bieco infudump!

Il turista è, sempre citando Bauman, “un ricercatore di esperienza cosciente e sistematico, di un’esperienza nuova e diversa, di un’esperienza di differenza e di novità”.
Due aspetti lo differenziano da vagabondo:
1) sa cosa sta cercando, ovvero la novità;
2) ha delle radici e una casa verso cui tornare.
 Vive in perenne movimento. Quando va in un luogo non vuole sentirsi estraneo, perché il senso di appartenenza – seppur effimero – lo stimola e gli dà adrenalina. Eppure, dei numerosi ambienti con cui entra in contatto, accetta solo ciò che gli piace. L’esempio che Bauman propone è quello delle cene etniche, preparate in versione riveduta e corretta: c’ è il desiderio di sperimentare sapori nuovi… ma non troppo!
Il turista vive alla ricerca di qualcosa che lo soddisfi, ma rimane focalizzato sull’esterno, senza alcuna fiducia nelle proprie risorse interiori. Pertanto, ha sempre l’impressione che gli manchi qualcosa: cerca nella realtà un ideale al quale nemmeno lui sa dare un nome. Vorrebbe poter plasmare il mondo secondo i propri desideri. Se non ci riesce, quasi impazzisce.
È multi-appartenente e pluri-collocato. Può andare a sentire un concerto punk in un centro sociale e, la sera dopo, presenziare in smoking a un party di gala, sentendosi a proprio agio in entrambe le situazioni. Ciò che conta, è cambiare sempre, conoscere persone nuove, pur senza creare relazioni autentiche. Non riesce a fare tesoro delle esperienze vissute e ha sempre bisogno di nuovi stimoli. 
Per esemplificare questo modello, posso citare Graziano Biglia, l’impenitente playboy di “Ti prendo e ti porto via”. Oppure Jep, il personaggio interpretato da Tony Servillo ne “La grande bellezza”: sessantacinquenne, ma incapace di rinunciare a eventi mondane e cene in ristoranti alla moda.
Anche io ho per le mani un turista, sapete? Non farà una bella fine, perché prima o poi sarà costretto a guardarsi dentro, e quello che troverà non gli piacerà per niente. Però, tutto sommato, è un bravo ragazzo e gli sono affezionata!

Anche il pellegrino è sempre in viaggio ma, a differenza degli altri viaggiatori, punta all’essenzialità. È disposto a portare con sé solo poche cose, e ad abbandonare ciò che ostacolerebbe il suo percorso. In poche parole, rinuncia a ciò che ha per trovare qualcosa che si trova altrove. Il suo bisogno è immateriale, intangibile, esistenziale.
Il pellegrino si concentra sul viaggio, non sulla meta. Sa che non può arrivare in un batter d’occhio, quindi percorre ogni tappa con serenità, sentendosi parte di un progetto. Per la strada incontra altri pellegrini, che diventano suoi compagni di viaggio. È disposto a condividere ciò che ha. E sa guardare le orme che ha lasciato dietro le proprie spalle, emblema e simbolo della strada percorsa.
I nostri eroi, forse (e non solo i personaggi di Paulo Coelho) sono tutti pellegrini: hanno un obiettivo, un tracciato, un tragitto. E una storia personale alla quale dare un senso. Magari sconfinano nelle altre tipologie sopra descritte, ma poi tornano sempre sulla propria strada, finché la destinazione non si intravede dietro l’orizzonte. Allora c’è un sospiro di sollievo, si brinda alla vittoria. Oppure c’è rabbia, amarezza, senso di fallimento, perché non si è trovato ciò che si aspettava. Ma il viaggio, e di questo sono consapevoli, ha cambiato per sempre le loro vite. E forse (si spera) anche quelle dei lettori.

Il lancio della patata bollente.
So che spesso certi argomenti non sono semplici, e io cerco di affrontarli evitando toni saccenti e un po’ didascalici. Se qualcosa non è chiaro, chiedete pure.

Quanto a voi, vi siete mai sentiti flaneur, nomadi o turisti? E qual è la vostra meta da pellegrini? I vostri personaggi rientrano in qualcuna di queste categorie?

Commenti

  1. Complimenti Chiara, hai centrato l'obiettivo. Hai spiegato un argomento di per sé ostico nella maniera migliore, ed è stata una piacevolissima lettura. Io provo un senso profondo di alienazione nel contesto metropolitano, per fortuna raramente perché vivo in provincia, In questo senso mi sono sentita
    flaneur. Per quanto riguarda la protagonista del mio secondo romanzo, penso che rientri nella categoria nomade. Non riesce, infatti, ad adattarsi alla realtà che la circonda ed è alla perenne ricerca di dare senso alla propria vita.

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    1. Ti ringrazio, sono contenta che l'articolo ti sia piaciuto. :)
      La vita in provincia è sicuramente più raccolta, ma le dinamiche post-moderne sono attive ugualmente, seppur di portata minore. Ammaniti, sia in "ti prendo e ti porto via" sia in "come dio comanda", le evidenzia molto bene.

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    2. Sono d'accordo sul fatto che le dinamiche di provincia abbiano semi di alienazione, pensiamo per esempio ai giovani che, non avendo possibilità di scegliere, buttano via il loro tempo in ritrovi privi di qualsiasi stimolo culturale . Ma la spersonalizzazione metropolitana, lo sguardo che vede ma non coglie, l'indifferenza nei confronti degli ultimi, e che non c'è in una realtà più piccola, mi spaventa e la vivo con grande disagio.

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    3. Io sono nata a Sanremo, dove abito tutt'ora, ma tra i 18 e i 30 anni ho vissuto a milano, prima per studio e poi per lavoro. I 12 anni trascorsi lì sono stati fondamentali per la mia vita e per la mia esperienza ma ora come ora non so se ci tornerei ad abitare proprio perché, come dici tu, le dinamiche della post-modernita' sono portate all'ennesima potenza. E possono diventare proprio tanto alienanti...

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  2. È stato davvero molto interessante leggere questo articolo, non credo che abbia bisogno di ulteriori approfondimenti, sei stata molto chiara.
    In realtà, non mi identifico con nessuna di queste tipologie: non ho mai amato bighellonare, non sono affascinata dai luoghi nuovi ed inesplorati; è anche vero che non ho mai avuto la necessità di spostarmi, o forse... sarebbe collocabile in qualche categoria il fatto che per lavoro (non mio) sia stata costretta a trasferirmi a Roma? No, perché non lo farò ancora, questa è la sede definitiva.
    Tolto questo piccolo personale ragionamento e tornando al tuo, non sono una turista, non vivo in perenne movimento, a dirla tutta non amo nemmeno tanto viaggiare; pellegrina... men che mai!
    Ma forse, essendo io lontana da tutto questo, non riuscirei ad affrontare nemmeno un viaggio solo mentale che, per tappe, mi avvicini alla meta. Non saprei... Ci rifletterò!

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    1. Io credo che questi atteggiamenti non siano statici e immutabili ma possano riguardare singoli momenti, singole fasi della vita.
      Io, per esempio, non sono mai stata una flaneur intesa in senso stretto, non sopporto per esempio girare al mercato o nei grandi magazzini a meno che non abbia idee ben precise su ciò che mi serve comprare... eppure c'è stato un periodo della giovinezza in cui anche io facevo "le vasche", e sabato scorso ho trascorso 4 ore in un outlet... ma si è trattato di un episodio isolato, non di un'abitudine.
      Sono stata vagabonda quando facevo avanti e indietro da Sanremo a Milano: avevo due case, ma non ne avevo nemmeno una...

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  3. Io più che altro mi ritengo un osservatore del mondo e i miei personaggi, i protagonisti, sono spesso essi stessi osservatori. Visto, però, che come categoria non l'hai inserita, allora devo adattare quella del vagabondo. In fondo viaggio parecchio anch'io... :)

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    1. Anche i flaneur sono osservatori, ma non si lasciano coinvolgere da ciò che vedono. :)

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  4. Sicuramente turista, come molti dei miei personaggi. Non riesco a prescindere dal mio luogo di appartenenza, inteso soprattutto a livello famigliare. Mi piace vedere cose nuove, scoprire luoghi mai visti, ma li seleziono in partenza in base ai miei interessi (proponimi una vacanza in Australia a zero spese e vedrai che troverò il modo di declinare l'invito, se invece fosse Kyoto accetterei subito anche dovendo spendere un po' di soldi). Diciamo che ho le mie radici e le mie abitudini, e me lo porto dietro anche quando viaggio.

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    1. Io su questo invece sono molto più turista perché per me un viaggio é quanto di più bello possa capitare. Sarei pronta a partire da un giorno all'altro, se possibile. É anche un beneficio per la scrittura secondo me. :)

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  5. Ho trovato questo post molto affascinante. Mi piace il tuo sguardo sul mondo, forse perché è diverso dal mio. Immagino di assomigliare un po' al vagabondo, perché spesso mi trovo a osservare il mondo che mi circonda come se non mi appartenesse al 100%, come se fossi capitata per caso. Un po' tutti i miei personaggi hanno uno sguardo eccentrico sulla propria società di appartenenza, come se non vi facessero parte al 100%. In effetti i "pellegrini" puri tra i miei personaggi non sono la maggior parte. Pochi sanno effettivamente dove vogliono andare a parare! I più si arrabattano per sopravvivere ai guai che la storia tira loro contro.

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    1. Forse io e te siamo per certi aspetti complementari: la bionda e la mora, ariete e bilancia (segni contrapposti nello zodiaco, uno dominato da Marte e l'altro da Venere), ma se mettiamo insieme la tua conoscenza sul passato e la mia sul presente possiamo spaccare il mondo! :D
      Sono contenta che il post ti sia piaciuto. :)

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  6. Non mi riconosco in nessuna di queste categorie. Per me il percorso è circolare. Ho girato mezzo mondo e potrei scegliere di viaggiare ancora ma alla fine vorrei morire nello stesso letto dove sono nato (che non è un letto di ospedale, io sono nato in casa).

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    1. I turisti hanno sempre nostalgia di casa. Sperimentano il nuovo e poi tornano all'ovile. E i personaggi della blog Novel dove possono essere collocati secondo te? :)

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    2. In realtà non c'è categoria più lontana da me di quella del turista, Chiara. Di tutti i miei viaggi non ne ho fatto neanche uno per ragioni turistiche.
      Per i personaggi della blog novel, dovrei pensarci, ma non è detto che rientrino in una di queste quattro categorie.

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    3. Non volevo sembrarti prevenuta, era solo una supposizione portata avanti considerando il turista secondo la definizione di Bauman, ovvero un ricercatore di nuove esperienze e - talvolta - di conoscenza. Mi rendo conto però che per il senso comune la visione è molto diversa. :)

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  7. Pellegrino, senza dubbio. E invece sono intrappolato, che sia per questa ragione che scrivo? Mah, non lo so, e in fondo il motivo che ci spinge a scrivere dovrebbe sempre essere una faccenda privata. Ma ho sempre pensato che l'essere umano dovrebbe vivere da pellegrino.

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    1. Interessante riflessione suscitata da queste poche righe. Scrivere é una questione privata? Ci riflettero' e magari scriverò un post. :)

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  8. Mi piacciono molto i tuoi articoli sull'accostamento della letteratura alla sociologia. Oltre che utili e funzionali trovo che siano molto interessanti anche a sè, e inoltre spieghi i concetti in modo molto chiaro e semplice. L'unico concetto che non ho compreso appieno è quello relativo ai nonluoghi, che forse è abbastanza importante per l'argomento.
    Io sguazzo perlopiù tra il turista e il pellegrino, con una tendenza maggiore al primo. Mi capita spesso di sentirmi anche un flaneur, ma non mi trovo particolarmente a mio agio. Lo stesso vale anche per la gran parte dei miei personaggi, che possono assumere talvolta il ruolo del vagabondo, ma quasi mai del flaneur.
    Gianluigi

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    1. I non - luoghi sono spazi urbani finalizzati al l'attraversamento o al consumo, quindi caratterizzati dal non avere identità, non generare relazioni significative e non avere storia. Ad esempio stazioni, aeroporti, centri commerciali, multisala ecc...
      Avevo scritto un articolo al riguardo tempo fa. Vorrei metterti il link, ma da smartphone non riesco. Se però ti interessa lo trovi sia in "ambientazione" sia in "raccontare l'età contemporanea". Ti chiedo scusa ma a volte do per scontato ciò che ho detto nelle puntate precedenti :)

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    2. P.s. in poche parole questi modelli nascono dall'interazio nelle fra l'essere umano e il non - luogo... se hai altre domande chiedi pure :)

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    3. Grazie mille! Tutto chiaro, adesso. Ho trovato l'articolo, lo leggo subito ;)
      Grazie

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    4. Di nulla!
      Se ti va poi ne discutiamo! :)

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  9. Non so bene come, ma mi sono identificata in tutte e quattro le categorie.
    I miei personaggi appartengono alla categoria del turista o del vagabondo, e nel corso della storia potrebbe cambiare la loro posizione.

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    1. Quando ho letto il tuo post sul blog Pensieri Stranieri, ho pensato che tu sia stata - in passato - la "vagabonda" per eccellenza! :-)

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    2. E infatti mi chiamano la vagabonda; però ho anche qualcosa di molto radicato a cui tornare, la mia famiglia e i miei amici; mi piace bighellonare guardando il mondo che passa (come facevi tu a Milano e come fa il tuo protagonista, giusto?) e i miei spostamenti, seppur casuali, mi hanno portato ad una meta importante, cioè la scrittura.

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    3. Sì, all'inizio il mio protagonista bighellona molto, più che altro perché la sua vita non ha molti stimoli. Poi però inizia ad agire! :-)
      Io quand'ero a Milano bighellonavo tanto, perché adoravo guardare la gente, prendere nota di situazioni, di storie, di personaggi particolari e immagini potenti da inserire nel romanzo ormai finito nel cassetto. Ora lo faccio saltuariamente, più che altro per mancanza di tempo.
      Sei molto poliedrica, comunque, e per questo mi piaci molto. Anche io se devo essere sincera ho difficoltà a inquadrare me stessa in un'unica categoria. Diciamo che ho passato tutte queste fasi, nel corso della mia vita.

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  10. Gran bell'articolo, complimenti!

    Per quanto mi riguarda, mi sento un po' turista e un po' pellegrino. D'istinto sarei una viaggiatrice più che una turista, cioè partirei con poca organizzazione e desiderio di fermarmi a lungo in un luogo per conoscerlo a fondo a partire dai suoi abitanti. Di necessità e per motivi di tempo, devo per forza essere una turista. Quando andrò in pensione (?) spero di trasformarmi in una viaggiatrice a tutti gli effetti.

    A Milano e provincia invece vedo tantissimi flaneur, specie nei centri commerciali, e turisti, solitamente ai due lati opposti delle età: molto giovani o anziani.

    La maggior parte dei miei personaggi sono certamente dei pellegrini/viaggiatori, nel senso che hanno sempre un obiettivo, esterno o interiore da perseguire (non per niente il mio secondo romanzo porta il titolo di Libro II Le strade dei pellegrini!), ma non possono essere certamente dei turisti o dei flaneur.

    Il flaneur è arrivato con l'età moderna e il consumismo, ma anche con il tempo libero a disposizione. In alcune epoche storiche il flaneur non esisteva di certo perché bisognava tentare di sopravvivere a tutti i livelli sociali. Potevano esserci mendicanti e girovaghi, ma non flaneur.

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    1. Grazie mille per i complimenti! :)

      è vero, il flaneur è una figura tipicamente post-moderna, anche se Bauman individua alcuni bighelloni ante-litteram, vissuti all'inizio del novecento: D'Annunzio e Wilde su tutti. Diciamo che questo personaggio rappresenta l'evoluzione di ciò che una volta era definito "dandy", pur con le dovute differenze, in quanto non necessariamente ricerca il lusso e l'ostentazione. :)

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    2. Grazie! Oggi ho imparato qualcosa di nuovo. Come sai mi piacciono tantissimo i tuoi articoli legati alla sociologia.

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    3. Vorrei scriverli un po' più spesso, ma non sono articoli semplici, e richiedono molta documentazione, quindi alterno vari argomenti. Sono contenta che ti piacciano! :)

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    4. Infatti lo immaginavo, si "sente" che c'è dietro molta ricerca. Anch'io quando scrivo alcuni post ponderosi, specie quelli artistico-storici, ci metto moltissimo tempo. E non sempre ne ho voglia!

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    5. Sono argomenti che ho studiato anni fa, e che necessitano di un piccolo ripasso. Più che la voglia, quello che manca è il tempo! :)

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  11. Sono tra il pellegrino e il turista, ma solo perché la domanda va in questa direzione. Non scalpito sempre per viaggiare, eppure ne sento il bisogno. E' una necessità prima di tutto sensoriale: altre linee, altri colori, altre luci, altri odori e sapori. Per scrivere mi serve moltissimo, e mi rende anche piacevolissimo il ritorno a casa. Mi piace avere una vita tranquilla. :)

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    1. In passato io viaggiavo di più, rispetto ad ora, e devo ammettere che l'immobilità a volte è causa di sofferenza. Per me spostarmi è un modo per sospendere la routine e ritrovare energia mentale. In questo sono molto turista. ;)

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  12. A dirti la verità non mi sono mai posto questa domanda, però in genere non amo etichettare i personaggi. Di sicuro qualcuno che ho creato si avvicina a qualcuna delle 4 categorie. Anche se credo che bene o male i miei siano tutti pellegrini, perché mi piace scrivere e leggere di qualcuno che compie un viaggio alla ricerca di qualcosa.

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    1. Nemmeno nel mio caso ci sono state decisioni preliminari al riguardo. Dopo aver rispolverato questi argomenti, mi sono accorta che alcuni miei personaggi, in alcune fasi della storia, rientravano in queste categorie. :)

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  13. Molto interessante! Sono spesso flaneur: ho maturato una specie di "romanticismo per la periferia" che mi porta a sostare senza motivo in piccoli supermercati, ex zone industriali e altri angoli squallidi. Ci trovo qualcosa di affascinante, quasi tenero, non so perchè. Vagabondo per necessità: non ho ancora finito i miei studi e chissà, potrei anche abbandonare Venezia per un'altra meta.
    Il passo che hai citato da "Gli Sfiorati" è qualcosa di simile a ciò che vorrei ottenere per un altro breve romanzo che ho in cantiere (perchè scrivere una cosa per volta è troppo normale). Per usare questi archetipi, è la storia di due flaneur che tentano invano, fino alla fine, di diventare pellegrini.

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  14. Anche a me piace raccontare le metropoli post-moderne, le periferie, i non-luoghi. La mia sfida è quella di trovare la bellezza anche nello schifo! :)

    Hai letto "Gli sfiorati"? Secondo me è un romanzo molto post-moderno. è del 1990. Ha inaugurato un'epoca!

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  15. Non l'ho letto, ma magari lo recupero :)

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    1. Non dovrebbe essere difficile trovarlo. Il romanzo è del 1990 ma è stato pubblicato nel 2005, e ripubblicato qualche anno fa quando è uscita quella schifezza di film... :)

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    2. Non dovrebbe essere difficile trovarlo. Il romanzo è del 1990 ma è stato pubblicato nel 2005, e ripubblicato qualche anno fa quando è uscita quella schifezza di film... :)

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