I 7 pilastri della scrittura consapevole - Autenticità (1)


Essere noi stessi 
in un mondo che cerca continuamente di farci diventare qualcos'altro
è la più grande conquista.
Ralph Waldoo Emerson 

(Se hai perso l'introduzione alla Scrittura consapevole, puoi trovarla qui)

Considerato l’entusiasmo con cui avete accolto la mia idea di parlare della Scrittura Consapevole di Julia McCutchen, ho deciso di modificare i piani e di affrontare subito il primo dei sette pilastri.

Oggi vi parlerò di autenticità.

So che dovrei seguire l’ordine di Julia McCutchen, che colloca questo argomento al terzo posto, ma è da mesi che desidero parlare dell’ipocrisia che regna tra le pagine dei libri, della paura che percepisco quando edito il romanzo di un esordiente o quando rileggo le mie vecchie parole insicure. Non ho bisogno di spulciare un manualetto per comprendere che, se non riusciamo a essere nudi davanti alla pagina bianca, la nostra scrittura sarà approssimativa, viziata da condizionamenti che non hanno niente a che fare con il nostro vero io, con l’essenza dell’arte.  Ma come si può essere se stessi in un’epoca basata sull’apparenza? Come si può ignorare un giudizio negativo se siamo i primi a non mostrare mai indulgenza verso le nostre fragilità? La società ci insegna a mettere i mostri alla gogna, e noi ci adeguiamo. Poco importa se questi mostri sono dentro la nostra testa e condannarli equivalga a demolire la nostra anima: noi non riusciamo ad accettarli. Ci sentiamo incapaci. Camminiamo a tentoni. Ma esiste un modo per disintegrare l’ansia da prestazione? E se esiste, qual è? A questo e ad altri quesiti proverò a rispondere con il mio post.

Prima di entrare nel vivo però, vorrei presentarvi, signore e signori: LA STRUTTURA CHE HO DECISO DI ADOTTARE PER GLI ARTICOLI DEDICATI AI SETTE PILASTRI!

Certo, conoscendomi mi  prenderò delle libertà, ma in linea di massima:

1) incomincerò presentando la definizione del concetto fornita da Julia McCutchen;

2) proseguirò alternando le mie considerazioni personali a estratti che ritengo particolarmente interessanti;

3) Concluderò segnalandovi l’esercizio proposto dall’autrice, che potrete svolgere per conto vostro in completa libertà. Sarebbe carino, comunque, se poi voleste condividere i risultati con gli altri lettori.

Quando l’articolo risulterà troppo lungo, sarà suddiviso in due parti.

Però, siccome voglio lasciarmi trasportare dalla scrittura, scoprirò se ci sarà una seconda puntata solo quando deciderò di mettere un punto. Anche questo, in fondo, significa essere autentici, no?

Ora veniamo al dunque.

ALLA RICERCA DEL NOSTRO VERO IO
La definizione di autenticità offerta da Julia McCutchen è talmente semplice da sembrare quasi banale:
L’autenticità implica che siamo veri a ogni livello del nostro essere, non solo in superficie. (p.53)
L’autrice parla quindi di allineamento tra l’io interiore e l’io esteriore: ciò che decido di mostrare agli altri deve essere coerente con la percezione che ho a livello profondo della mia identità. Se questa comunione non avviene, significa che sto recitando un ruolo, nella scrittura come nella vita.
Mentre leggevo queste parole, mi tornava in mente il saggio Vita quotidiana come rappresentazione di Erwing Goffman, da me menzionato nell’articolo Paure e archetipi dell'era Postmoderna. Lo studioso parla di controllo delle impressioni per descrivere il processo di finzione cui tutti noi siamo costretti a sottometterci se vogliamo prestare fede al nostro ruolo sociale. Viviamo circondati da simboli, immagini, simulacri che ogni giorno ci avvicinano alla nostra personalità ideale, ma non dicono nulla sulla nostra personalità reale. C’è chi si adegua passivamente alle convenzioni, chi invece soffre nell’indossare panni non propri e decide di disobbedire a ogni aspettativa. Di liberarsi. Di essere vero e non solo verosimile. Di vivere da Jolly.
Quanta strada però si deve percorrere per arrivare a una completa presa di coscienza…
Per liberarci da tutti i condizionamenti, le credenze, le opinioni e i diktat del senso comune può non bastare una vita intera. Per noi adulti, poi, raggiungere la complicità può essere arduo come scalare uno specchio bagnato, perché la maggior parte dei nostri schemi mentali e modelli comportamentali sono diventati degli automatismi. A volte per risvegliarci abbiamo bisogno di un evento traumatico: un divorzio, un lutto o, come nel mio caso, un esaurimento nervoso.  Ci si pone delle domande, quando capitano cose del genere. ci si chiede: chi sono? Dove voglio arrivare? Magari le risposte non arrivano subito. Oppure arrivano, ma noi le mettiamo in discussione. Anzi: la nostra mente le mette in discussione. Si rifiuta di vederle , per paura di uscire dalla propria zona comfort.  Ma quando finalmente l’anima riesce a guarire dalle proprie ferite, a reagire diversamente, la scrittura cessa di essere un mero esercizio mentale e diventa arte.
Julia McCutchen lo spiega molto meglio di me:
Quando la via orizzontale che collega il nostro io interiore al nostro io esteriore è libera, scopriamo che siamo davvero chiamati a scrivere e a condividere il nostro messaggio con il mondo.

L’IMPORTANZA DEL MESSAGGIO
C’è chi ritiene che si possa scrivere anche senza trasmettere alcun messaggio. E io dico sì. È vero. Si può. Ma allora, per piacere, evitate di tirare in ballo la scrittura creativa. Scrivere senza comunicare è un semplice esercizio mentale. Serve a intrattenere senza lasciare traccia alcuna di sé. Un’opera d’arte degna di questo nome e destinata all’eternità dev’essere pregna di contenuto, veicolare un significato.

Quindi, secondo me, dobbiamo porci alcune domande:

Chi sono io?
C’è coerenza tra la mia identità e ciò che scrivo?
Qual è la vocazione della mia scrittura?

Se la vostra vocazione narrativa è puramente commerciale non c’è nulla di male. Io addirittura invidio chi opera questa scelta poiché si toglie dalle scatole tanti di quei problemi emotivi che nemmeno immagina. La scrittura come performance è diversa dalla scrittura come processo. È qualcosa che si fa, non c’entra nulla con ciò che si è. Ma se percepiamo una forza creativa che vibra dentro di noi e ci porta a esprimere le nostre emozioni, a condividere una visione del mondo, allora siamo fregati. Non possiamo più fingere:

L’essenza di ciò che siamo chiamati a creare è eterna e trova la propria realizzazione solo nell’espressione autentica delle parole che scriviamo e delle azioni che intraprendiamo.

Per allineare l’Io interiore e l’Io esteriore, dobbiamo quindi riconoscere i nostri preconcetti e scardinarli senza pietà. Dobbiamo rinunciare al pilota automatico e far sì che le nostre parole rispecchino la nostra vera essenza.  Ma, soprattutto, dobbiamo abbandonare tutte le convinzioni sulla persona che pensiamo di dover essere per rivelare al mondo – e soprattutto a noi stessi – chi siamo realmente. È difficile, vero? Sì. Lo è. Pochi di noi sono disposti a raggiungere una piena conoscenza e accettazione di sé. In una società che trae profitto dall’insicurezza collettiva, le ombre fanno paura. Vanno nascoste, non trasformate in parole. Eppure per scrivere dobbiamo raggiungere il nucleo della nostra vera essenza, togliere pian piano gli strati di ego che il sistema ci ha cucito addosso, trovare la nostra verità interiore e restarle fedeli anche quando vogliono costringerci ad agire diversamente. Ci faremo dei nemici, io vi avverto. Ma nel momento in cui smetteremo di credere alle bugie che ci raccontiamo da soli porteremo un immenso beneficio sia alla nostra scrittura sia alla nostra vita. Il coraggio di essere se stessi si lega infatti al benessere psicofisico, alla vitalità, all’autostima e alla capacità di gestire  con lucidità e amore le situazioni più difficili.
Questo discorso porta inevitabilmente a una domanda:

QUALI CONDIZIONAMENTI LO SCRITTORE DEVE RILASCIARE SE DESIDERA ESSERE AUTENTICO?

Ce ne sono molti, ma vi anticipo il più importante:

Noi Scrittori Consapevoli abbiamo bisogno di rilasciare in particolare le nostre convinzioni riguardo all’autore che pensiamo di dover essere e agli argomenti di cui pensiamo di dover scrivere. Abbiamo bisogno di seguire la nostra vocazione interiore e di scrivere ciò che allieta davvero il nostro cuore, per poi condividere la nostra opera con il pubblico in modi che davvero siano autentici per la nostra anima.(p.55)

So che non è molto carino lasciarvi in sospeso ma sono quasi a 1400 parole, e si sa che gli articoli troppo lunghi provocano un calo di attenzione. Inoltre voglio lasciarvi il tempo per assimilare i concetti qui esposti. Nel prossimo articolo (che a questo punto, per dare continuità al discorso, pubblicherò la prossima settimana) entrerò nel dettaglio della voce autoriale. Parlerò sia di scrittura sia di blogging, vi riporterò la mia opinione sulla mancanza di autenticità e condividerò con voi l'esercizio finale. Nel frattempo, vi invito a riflettere sulle mie parole, a riportare le vostre opinioni nei commenti e a rispondere a due domande, semplici solo all’apparenza: qual è il vostro rapporto con l’autenticità? Qual è il vostro principale condizionamento?  


Commenti

  1. Sinceramente mi sento molto ma molto autentica quando scrivo. E mi sono state mosse critiche su questo, su argomenti che ho trattato fino all'ossessione, la mancata genitorialità, e me ne sono fregata, ero io nel profondo come dici tu nel post. Ed era fiction, romanzo, creatività vera nel mischiare le carte per restituire una storia del tutto nuova al lettore.

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    1. Sì, è vero. Tu sei davvero autentica, e la cosa mi piace. Anche sul blog, non stai a perder tempo a spostare le virgole, e il risultato è una scrittura molto fresca, piacevole. :)

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  2. RIsposta semplice (spero sia tale e non banale :D): il condizionamento è nascondere cose che possono provocare il biasimo e la critica. Non necessariamente un'opinione scomoda: ma anche ad esempio una passione.

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    1. Il timore del giudizio in passato mi ha rovinato la vita. Comprendo bene anche il temere il biasimo per le tue passioni. Per esempio, qualche anno fa in ufficio tenevo nascosto di avere il blog. Poi con il tempo le cose sono cambiate. Non sono un'assassina, e non faccio nulla di così deplorevole da dover essere insabbiato. ;)

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  3. Molto bello questo post, sinceramente l'ho letto con interesse e peccato sia finito XD
    Non sono una scrittrice, lo sai, ma quell'intenzione di recuperare al meglio delle mie possibilità il contatto con la mia autenticità, cioè quella che a me pare tale, cerco di tenerlo sempre presente.

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    1. Sono molto felice che l'articolo ti sia piaciuto.
      Porta pazienza per un paio di giorni, e arriverà la seconda parte. Sarà più specifica, maggiormente focalizzata sulla scrittura, però potrà esserti ugualmente utile. :)

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  4. Si parla tanto di autenticità anche nei corsi d'aggiornamento per prof, del fatto che non si può mostrare una maschera di fronte agli alunni, anche se viene quasi naturale farlo nel tentativo di mostrarsi migliori di quello che si ritiene di essere (con risultati tra il deleterio e il comico a seconda dei casi) e da prof scrittrice la mia esperienza dice che è comunque più facile essere autentici quando si scrive che non di fronte a degli adolescenti iper giudicanti.

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    1. Il fatto che l'autenticità venga "promossa" ai corsi di aggiornamento per gli insegnanti mi rincuora. Per anni infatti l'ipocrisia è stata legata all'educazione, considerata un valore. Ora invece ci si rende conto che indossare una maschera non aumenta le nostre potenzialità ma le riduce: andiamo bene così, senza finzioni. è la connessione con noi stessi, non la finzione, a farci trovare le cose giuste da dire, che si sia scrittori oppure no. :)

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  5. Quando sono arrivata alla fine del post pensavo di essere appena all'inizio! Non sembravano per niente 1400 parole!

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    1. Mi fa piacere, significa che hai gradito! :)
      Spero che la seconda parte ti piaccia allo stesso modo.

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  6. Io credo di essere vera soprattutto nella scrittura, di solito certe idee le esprimo liberamente in quello che scrivo, nel blog oppure le faccio dire ai miei personaggi. La scrittura è il mio vero spazio di libertà, forse è per questo che la passione per la scrittura non mi ha mai abbandonato.

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    1. Anche per me è così. Quando scrivo ci metto la faccia e il nome, ma non ho paura. Forse perché percepisco tanta di quella libertà da aver la sensazione che non possa esserci nulla di sbagliato in ciò che sono.

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  7. Bella parola, "autenticità". C'è coerenza tra la mia identità e ciò che scrivo? Sì, la coerenza c'è, perché quando scrivo lo faccio assecondando il mio carattere e se nella vita non amo manifestare i miei sentimenti, se resto chiusa dentro il mio recinto e questo non è per me motivo di frustrazione, anche nella scrittura resto un po' dietro le quinte e non mi dispiace affatto. Questo distacco si percepisce? Nelle cose che scrivo si avverte come un'assenza di proiezione del mio vero io? Certo, può essere, ma non è una mancanza di autenticità, perché io so esserlo, autentica, solo in questo modo: se scrivessi con un trasporto diverso, mi sentirei a disagio e la scrittura non dovrebbe portare a questo, a sentirsi fuori luogo. Ne abbiamo parlato in altri contesti e il discorso è più complesso: poche righe di commento, sicuramente, non spiegano tutto, soprattutto non lo spiegano bene. 😊

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    1. Io credo che occorra fare un distinguo. Così come bugia e omissione sono due cose diverse, allo stesso modo sono diverse riservatezza e ipocrisia. Conosco persone che non parlano di sé per timidezza e per pudore. Si può dire che fingano? Ni. Rinunciano a dire quello che pensano, ma non si mostrano diverse da ciò che sono. Quindi, sono autentiche. C'è chi invece si impone di dar ragione al proprio interlocutore anche quando pensa che abbia torto, chi nella blogosfera recita un ruolo, chi scrive ciò che può piacere alla gente e non ciò che piace a lui... è qui che secondo me manca l'autenticità. :)

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    2. Ho comprato questo libro anche se ancora non l'ho letto per intero e contiene un concetto di scrittura totalmente diverso da quello propagandato, da quello che fa fiorire i soliti scrittori e i soliti argomenti commerciali. E poi ti lascia ben poco in tema di contenuti.
      Scrivere senza badare al mercato: questa è la grande sfida.
      Scrivere con autenticità per quello che siamo è il giusto antidoto. Ma chi siamo veramente?
      Se sono un individuo in crescita ciò si proietterà sulla mia scrittura; così come se ho contraddizioni in me e problemi non risolti appariranno sulle pagine scritte.
      Ecco bisogna essere autentici e occorre anche lasciare qui l'ego che vuole riconoscimenti a tutti i costi.
      Essere autentici non è però necessariamente avere un'anima serena; è solo essere coerenti con se stessi

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    3. Dicendo che lascia ben poco in termini di contenuto sembra che il romanzo sia misero. In realtà sappiamo benissimo che non è quanto vuoi dire. il romanzo è decisamente ricco di contenuto, ma non dà dritte su cosa scrivere, lasciando a ognuno la propria libertà di scelta. Questo secondo me è bellissimo.

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  8. Io ricordo che in passato tu abbia espresso il concetto che "un autore italiano debba necessariamente ambientare le sue storie in Italia". Secondo me anche questa è una forma di condizionamento, cioè di ambientare le storie dove ci si aspetta da noi che vengano ambientate.
    Per inciso, una mia amica ha aggiunto che gli editori le preferiscano ambientate in Italia perché il pubblico si identifica meglio nei personaggi. Anche questo secondo me è farsi condizionare, in questo caso da pubblico, editore o mercato (o da tutti e tre).

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    1. Ricordi male. Sono sicura di non aver mai espresso una frase così categorica. Io ho detto che per gusto personale, da lettrice trovo più autentiche le storie narrate da un autore che conosce i luoghi dell'ambientazione, e che non apprezzo la moda di ambientare le storie negli USA perché "fa figo", senza conoscere adeguatamente il contesto.
      Il post si intitolava "contro l'americanizzazione della letteratura", o qualcosa del genere.
      In molti casi, mi sembra quasi un automatismo, ma non escludo che ci siano autori consapevoli della propria scelta. Questi vanno apprezzati, perché sono stati autentici. L'autenticità però richiede responsabilità, e la consapevolezza che un lettore potrebbe anche non gradire la loro scelta. è un principio che riguarda me, te, e chiunque scriva.

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    2. Allora chiedo scusa! Evidentemente devo aver fatto riferimento a un tuo commento, dove ovviamente, per ragioni pratiche, hai fatto un sunto di un pensiero maggiormente argomentato in un post apposito.

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