Scalare la vetta della prima stesura senza farsi troppo male.


Non importa quanti obiettivi raggiungi.
Quando sei uno scalatore, c'è sempre un'altra montagna.
(Meredith Gray)

Per l’aspirante scrittore, la prima stesura del primo romanzo non è una passeggiatina ma una scalata bastarda, scalzi sull’Everest. Ci illudiamo che i nostri personaggi siano gli unici a compiere il viaggio dell’eroe, ma anche noi dobbiamo sudare le proverbiali sette camicie per raggiungere il nostro obiettivo. Le prove che dobbiamo affrontare non sono semplici. Se non riusciamo a superarle, dobbiamo avere l’umiltà di metterci in discussione e cambiare strategia. Non abbiamo nemmeno un antagonista a cui dare la colpa dei nostri fallimenti, perché tutte le nostre difficoltà dipendono da un modo sbagliato di affrontare il problema. Siamo i principali responsabili dei nostri scivoloni, e  in un’epoca dominata dalla sindrome dello scaricabarile, prendere atto di questa sacrosanta verità è un atto di coraggio.
Qualche settimana fa, in questo post, ho parlato dell’allarmante lentezza che ha caratterizzato i primi mesi di lavoro ed espresso l’esigenza di sospendere temporaneamente gli aggiornamenti fissi del blog per avere più tempo da dedicare al romanzo. Questa decisione mi ha aiutato a gestire meglio i miei ritmi, ma da sola non bastava per donare alla mia andatura lo sprint di cui avevo bisogno: sono intervenuta su problemi di carattere pratico, sulla gestione delle mie giornate e sulle mie scadenze; ora devo occuparmi della mia mente e delle mirabolanti architetture di paranoie che riesce a ideare ogni volta che mi siedo al pc.
I tentennamenti, infatti non sono legati soltanto alla sfera del fare. Le difficoltà più grandi sono figlie dell’insicurezza e della paura. Il lavoro può mangiare tutto il tuo tempo libero, e tu non scrivi. Ma quando sei davanti al computer e sai di avere due ore a disposizione, perché ti blocchi? Perché non ammetti di avere dei limiti e, di conseguenza, non sai ideare degli stratagemmi per superarli.

Non voglio spendere troppe parole sull’ansia da prestazione, perché presto uscirà un mio guest-post sul blog di Salvatore Anfuso che mi vedrà sviscerare l’argomento per benino. Credo però che il timore di non essere all’altezza dell’impresa e di non essere apprezzato dai lettori ponga un freno alla creatività attivando l’istinto della revisione perenne, che ci fa tornare sui nostri passi ogni tre righe.
Il senso comune ci ha abituato a concepire il successo come un riconoscimento esterno: senza un riscontro da parte del pubblico, il valore che attribuiamo alla nostra scrittura quasi è nullo. Questa convinzione limitante è molto diffusa e ci porta via una bella fetta di divertimento, perché le mani tremano sulla tastiera e le parole diventano sempre più aride.
Quando scriviamo dobbiamo uccidere il potenziale lettore, farlo uscire dalla nostra testa: solo così riusciremo a creare un rapporto autentico con la pagina che abbiamo davanti. Le nostre parole esistono a prescindere da chi le leggerà. Hanno vita propria, hanno energia. Ma i nostri timori creano un filtro, succhiano la loro linfa vitale e le trasformano in banalissimi segni su un foglio.
La nostra scrittura può esprimersi al massimo delle proprie potenzialità solo se impariamo a relazionarci con i nostri testi senza filtri. Lasciando da parte le interferenze della razionalità, consentiamo all’ispirazione di fare il proprio corso: questo è il significato profondo dell’essere artisti.

Il primo passo per velocizzare la mia prima stesura è stato imparare a sentirmi sola davanti allo schermo; il secondo, particolarmente significativo per una pignola all’ultimo stadio come me, accettare che la prima stesura non può essere perfetta, specialmente quella di uno scrittore emergente.
I libri che leggiamo sono stati editati da professionisti e curati da case editrici più o meno grosse che hanno scelto il titolo, la copertina e tutto ciò che serve per trasformare un manoscritto in un prodotto finito.  Non posso pretendere che i miei rocamboleschi tentativi di raccontare una storia producano lo stesso risultato in un battito di ciglia. Un’opera, prima di assumere una forma accettabile e pressoché definitiva, ha bisogno di decantare, di essere rimaneggiata a freddo più e più volte. Ma io, testarda come un muflone, volevo raggiungere la vetta ad ampie falcate. Se non ero soddisfatta di una scena mi spaccavo il cervello finché non ero nauseata dall’idea di averla ancora davanti. Quindi la abbandonavo per sfinimento, ancora imperfetta. Tutto questo leggere e rileggere, tornare indietro, pasticciare, cambiare parole in scene che poi nella versione finale potrebbero essere tagliate, a cosa diavolo mi è servito? A nulla, se non ad alimentare la sensazione di essere una pivella.

Per portare a termine una prima stesura l’unica cosa che dobbiamo fare è creare, continuare a scrivere anche se ci sta crollando il soffitto in testa. Se rileggere ci fa sentire più sicuri possiamo farlo, ma c’è un dettaglio da tenere in considerazione: solo dopo aver prodotto un bel po’ di materiale si può capire come intervenire per migliorare il manoscritto.
 Se non si riesce a ragionare sull’opera nella sua interezza si può stabilire un numero di pagine da scrivere prima della rilettura (50 nel mio caso) oppure ragionare per sezioni. Le modifiche possono essere annotate su un foglio e concretizzate in occasione della “revisione ufficiale”, se apportarle subito ci rallenta troppo. Io sto facendo così, perché al momento la mia priorità è andare avanti. In futuro, chi lo sa.
In questa fase, voglio concedermi il lusso di sperimentare. Non sto facendo  un’operazione a cuore aperto, sto solo scrivendo un libro, quindi se sbaglio non succede niente. Al momento giusto potrò tornare indietro, cambiare una parola, tagliare una scena, riscrivere completamente interi capitoli. Ora mi preme solo imparare il più possibile, anche attraverso i miei errori.
Quando è opportuno utilizzare una doppia interlinea?
I pensieri dei personaggi in corsivo stanno bene o spezzano il discorso?
Posso inserire una frase al presente in una scena al passato, se esprime una considerazione generale?
I romanzi che leggo, generano domande. Le bozze che scrivo danno le risposte. Non mi allarmo se un capitolo è scritto in un modo e quello dopo usa uno stile diverso, perché solo questi tentativi consapevoli possono aiutarmi a trovare la mia strada, il mio metodo e il mio stile.

Il lancio della patata bollente.
Voi come ricordate la prima stesura del vostro primo romanzo?
Vi concedete il lusso di sperimentare, o riuscite a prestare fede al vostro intento originario? 

Commenti

  1. andò via liscia, avevo un'idea e la buttai giù nel 2004, pochi mesi, poi il romanzo rimase stampato su carta senza essere salvato in alcun supporto digitale, pazzesco a pensarlo ora e nell'autunno del 2009 mio marito me lo riportò su pc, non era lunghissimo, lo rilessi con cura, sistemai qualcosa e tra ottobre e novembre proposi a una casa editrice che mi aveva notata a un concorso di racconti, lo accettò proponendomi un editing piuttosto costoso, valutai che poteva andarmi bene. Il romanzo uscì a giugno 2010. La prima stesura fu piuttosto indolore devo dire, e anche la revisione. Dicono tutti che il vero libro di un autore è il secondo e lo penso anch'io, non per scoraggiarti. Baci Sandra

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    1. Non mi scoraggio: comunque da qualche parte occorre pur cominciare. :)
      Io ho scritto molte prime stesure, molte bozze, ai tempi dell'università. Non sono mai arrivata alla fine forse a causa di una scarsa esperienza e progettazione. Ora voglio mettercela tutta per fare un buon lavoro.

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  2. Anche per me il primo romanzo non è passato ma presente, quindi non posso parlare per l'esperienza; posso però dire che anche io ogni tanto mi blocco un po', perché non ho in mente come andare dal punto A al punto B. Tuttavia mi sono anche accorto che ultimamente succede di meno: questo perché la fantasia riesce a lavorare meglio ora che ho cominciato a trovare la mia dimensione di scrittura, attraverso questi mesi d'esperienza. O forse è solo che ora riesco a scrivere di getto senza stare a pensare se funzionerà, e nemmeno se la costruzione delle frasi sono belle o scorrevoli: queste sono cose che rivedrò in futuro. Per ora vado avanti sulla mia strada, e ogni volta che penso di dovermi fermare e riguardarmi indietro mi ripeto che così non arrivo mai, e ricominciò a guardare avanti :) .

    Comunque questo non significa che io non stia già pensando alla revisione, anzi: leggendo tanto man mano che vado avanti ho avuto nuove idee per migliorare il mio testo. Non mi sono fatto però prendere dalla mano, inserendole subito: mi sono limitato ad appuntarle da una parte, e lì rimarranno finché non avrò scritto l'ultima parola della prima stesura. Ecco perché per ora le ansie che ho sul dopo-prima stesura sono molto ridotte: sono molto di più quelle che ho sul dover finire velocemente, scrivendo anche quando non ho voglia. Questo perché, come dici tu, so che quello che devo fare è andare avanti, magari anche sperimentando un po'. Di sicuro non ho l'ansia che sia buona la prima, è un obiettivo fuori dalla portata di chiunque: dopotutto era Hemingway che diceva "la prima bozza di ogni cosa è uno schifo", no :) ?

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    1. Anche io ho annotato le modifiche ma non sono ancora intervenuta, se non su quelle puntuali, che non richiedono grossi sforzi da parte mia (refusi e dintorni) né rubano troppo tempo. Il mio problema non è tanto andare da A a B perché ho la storia abbastanza chiara in testa, anche se spesso cambio idea. I miei tentennamenti sono soprattutto legati alla paura che ciò che ho fatto non sia bello. :)

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  3. Sperimentare è bellissimo! Quand'ero all'università non sapevo neppure usare word, non riuscivo neppure a giustificare il testo. Scrivevo, scrivevo un sacco, storie con salti temporali assurdi, scene di massa da far tremare i polsi Ken Follet, finali tristi che più tristi non si può. Quando riprendo in mano adesso quelle pagine un po' mi viene da ridere, un po' mi vergogno, ma riconosco che sono io e che, alla fine, tantissimi di quegli elementi tornano nelle mie storie di oggi... Insomma, è imbarazzante quel primo tentativo, ma anche necessario.

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    1. Anche io ho molti scritti che risalgono ai tempi dell'università, bozze di romanzi mai conclusi. Se li rileggo noto una freschezza che avevo perso: nel momento in cui ho ripreso a scrivere, ho cercato di farlo nel modo più professionale possibile, considerando - già in fase di prima stesura - aspetti che avrebbero dovuto essere demandati alla revisione. Il ritorno della sperimentazione può sembrare un passo indietro ma è fondamentale ora per poter proseguire. :)

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  4. il primo romanzo è ancora appeso nella mia testa e in mille fogli, cartacei, che mi cospargono la scrivania, ingombrando agende e quaderni
    credo di avere un'idea facilona di certe situazioni legate alla redazione di un romanzo

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    1. In che senso facilona?
      La creatività pura non è mai un male. :)

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  5. Per me si tratta ormai di preistoria: anni e anni fa. Ho poi tentato, anche di recente, di gettare le basi per un romanzo ma per diverse ragioni ho abbandonato. Non ho il tempo, soprattutto. Ci sono altre priorità.
    Una volta, non sperimentavo nulla, scrivevo e basta. Avevo chiaro (o almeno lo credevo), il mio intento, e mi attenevo a quello. Col tempo ho capito che sbagliavo tanto, quasi tutto...

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    1. Come mai sbagliavi?
      Quali errori facevi?
      Te lo chiedo perché le esperienze degli altri possono essere degli ottimi spunti per imparare. :)

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  6. Le mie due prime stesure, relative ai primi due volumi della Trilogia di Shaula, risalgono ormai a un bel po' di tempo fa. Per la prima ho impiegato quattordici mesi, dal dicembre 2010 al febbraio 2012 ma più per mancanza di organizzazione che altro. La seconda è stata di tutto riposo e si è quasi scritta da sola in tre mesi, tra marzo e giugno del 2012. I tre mesi di pausa che mi sono preso prima di dare inizio alla revisione del primo testo.
    La vera bestia nera per me è la revisione. Forse sono troppo maniacale, ma finché il testo non è esattamente come vorrei trovarlo in un libro stampato vado avanti. Per fortuna è anche una fase di lavoro che mi entusiasma perché mi permette di scendere molto in profondità, di entrare in contatto con i segreti meccanismi delle parole, con le loro armonie e dissonanze.

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    1. Anche io sono molto maniacale con la revisione. E anche per me é importante l'armonia delle parole così come (quasi paradossale) l'estetica della pagina. L'importante però é separare le due fasi. Io non ne sono stata in grado, ed è questo ad avermi rallentato così tanto. :)

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    2. Non è poi così paradossale il discorso dell'estetica della pagina. Come forse sai io ho anche composto musica e uno dei parametri per capire se il pezzo è composto come si deve è il colpo d'occhio che offre lo spartito. Se a vederlo non dà una sensazione di armonia è molto probabile che anche all'ascolto la musica sia in difetto.

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    3. A me dà fastidio vedere la pagina disordinata. Per esempio, non mi piace quando una frase non sta in una riga e vado a capo per una sola parola... che paranoica, eh? :-D

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    4. Questo problema è risolvibile in fase di impaginazione. I programmi appositi ti permettono di modificare la spaziatura tra le parole di una frase così da non lasciare parole isolate. La regola di massima prevede che le parole in una riga debbano essere almeno tre.

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    5. Si può fare anche dalle impostazioni automatiche di word?

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    6. Non so, non ho mai usato word per l'impaginazione, ma non credo sia possibile.

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    7. @Chiara
      Non uso word, ma penso che sia più o meno come in OpenOffice: tra le opzioni del paragrafo dovrebbe esserci il controllo vedove e orfane. Se ho ben capito cosa intendi.

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    8. Allora sì, se c'è in OpenOffice ci sarà di sicuro anche in Word.

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  7. Mi riconosco molto in quello che hai detto. Per rispondere alla tua domanda, tutte le mie prime stesure sono lentissime, proprio perché ancora non riesco a trovare il modo di lasciarmi andare e continuo a revisionare e modificare mentre scrivo. Ovviamente così non va bene. Ultimamente poi ho passato tanto di quel tempo a revisionare e riscrivere che temo per il futuro: di certo avrò ancora più difficoltà con le prossime storie. Ma condivido in toto il tuo pensiero: la prima stesura non deve essere perfetta, anzi deve essere libera e spensierata.

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    1. Anche io mi spavento se penso al lavoro che mi aspetta, e spero di riuscire a essere un po' meno pignola perché mi piacerebbe tanto riuscire a concludere l'opera prima della pensione. :)

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  8. La mia prima è unica stesura è molto datata, non che ne abbia un ricordo vago, ma l'approccio incosciente mi ha tenuto alla larga da un sacco di problematiche legate alla scrittura che sto scoprendo strada facendo. Il mio ricordo più netto va, tuttavia, proprio al momento della revisione, quando hai tutto il malloppo in mano e devi ripartire dalla pagina n. 1 per verificare che tutto fili... E non fila quasi mai al primo tentativo!
    Secondo me tu fai bene a lasciare che la creatività abbia la meglio su già scritto: prima definisci i confini della storia prima riesci a mettere a fuoco gli aggiustamenti da apportare al testo.

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    1. Io credo che le problematiche di cui parli vadano affrontate al momento giusto: angustiarsi prima del tempo può essere deleterio. Preoccuparsi per esempio che non ci siano sbavature nel punto di vista in una scena che è solo una bozza è come costruire una casa a partire dal tetto! :-)

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  9. Arrivo in ritardo. Il lavoro può debilitare seriamente anche i migliori propositi (da scrittore). In fondo si prendono sempre il momento migliore della giornata.

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    1. Questo sì, ma l'articolo parlava più che altro delle paturnie mentali. :)

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    2. Per me è una paturnia mentale. Il vero limite che sto affrontando adesso è proprio la mancanza di tempo... E questo influisce negativamente anche sulla capacità di concentrarsi.

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    3. Ti capisco perché anche io all'inizio vivevo malissimo il fatto di non avere tempo. Ma siccome quest'ansia mi stressava ho deciso di darmi una calmata. ora cerco di vivere meglio che posso quello che ho.

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  10. Alla fine, l'importante è arrivare ;-)

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  11. Non essendo scrittore non posso dire la mia, però visto che è il post è interessante te lo condivido un po su G+.

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  12. Non me la ricordo, perché ancora non c'è :)
    Ho fatto a pezzi il mio romanzo, ma ne parlerò più in là, ora però sembra che tutto fili.
    La prima stesura secondi me serve per inquadrare la storia. Con la revisione la storia migliora e si perfeziona. Con l'editing si scoprono lacune e magagne che l'autore non riesce a vedere.
    Quindi non mi farei troppi problemi sulla qualità della prima stesura.

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    1. è vero. La prima stesura ha lo scopo di farci capire cosa vogliamo scrivere. La progettazione infatti secondo me non è sufficiente: solo con il testo davanti si possono avere le idee chiare.

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  13. Ciao, ho trovato il tuo blog cercando compagni di scrittura :-). Io ho scritto due libri e hanno avuto due prime stesure molto diverse, segno che noi stessi reagiamo in maniera diversa a seconda del libro e probabilmente del momento che viviamo. Il mio primo libro ha avuto una gestazione molto lunga, scalette approfondite (poi magari anche tradite), scrittura a rilento. E una volta finito l'ho riscritto tutto per intero, cambiando punto di vista, stile, è rimasto solo il nocciolo della storia. Il secondo libro invece è venuto fuori senza che nemmeno me ne accorgessi, in modo molto spontaneo e veloce. E' stato bello sperimentare questa energia creativa, ma temo che non sia molto frequente. Ora sto scrivendo un nuovo romanzo e vado di nuovo a rilento. Mi accorgo che le maggiori difficoltà le ho con la trama, ci sono dei momenti in cui non so visualizzare cosa succede e mi blocco. Hai ragione comunque, l'insicurezza è una brutta bestia, quante volte penso di star scrivendo stupidaggini e non vado più avanti!

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    1. Ciao Laura, benvenuta!
      Quanto scrivi mi dà conferma di un fatto che ho sempre ritenuto vero: non esistono regole definitive, ogni scrittore reagisce a seconda delle circostanze. Anche il metodo è in continua evoluzione.
      Spero di rivederti presto su questa paginetta. :)

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  14. Certo, pian piano spulcerò tutti i tuoi post! E' bello condividere l'esperienza della scrittura, che di solito è così solitaria. Se anche tu vuoi venire a trovarmi sono qui:
    www.thebookpharmacy.altervista.com
    e qui:
    https://www.facebook.com/Dareilrestoepoisorridere

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    1. Certo, darò un'occhiata! :)
      Qui su blogger siamo una bella squadra!

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  15. Quando scritto il mio primo romanzo avevo già tutta la storia in testa, quindi l'ho scritto quasi di getto (in circa tre mesi) forse avrei impiegato anche meno ma il lavoro assorbiva molta parte del mio tempo. Il lavoro di revisione ha richiesto invece quasi un anno. Non ho sperimentato, ma l'avevo fatto spesso in precedenza con diversi racconti.
    Una cosa che mi serve molto è prendere appunti quando mi viene un'idea su cosa scrivere nel romanzo che sto scrivendo, perché spesso dopo una giornata di lavoro arrivo a sera con la mente vuota e mi capita di stare davanti al pc e non sapere più cosa scrivere.

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    1. Scusami se rispondo soltanto adesso a questo commento: non l'avevo visto e non so perché, visto che di solito ricevo una notifica via email.

      Anche io prendo appunti perché il lavoro toglie molta libertà creativa: spesso quando si ha tempo non si ha l'ispirazione e viceversa. Se potessi scegliere, la mia scrittura sarebbe organizzata in modo completamente diverso: so che il "quando mi va" e non "quando posso" non limiterebbe affatto la mia creatività, anzi, la agevolerebbe. :)

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  16. All'inizio non ero in grado di sperimentare, perché seguivo solo l'istinto e non avevo in mente una gamma di possibilità. Era come guidare in un senso unico. Studiando e scrivendo sono diventata molto più consapevole (toh!) delle alternative, e adesso - tipo negli ultimi due romanzi - sto iniziando a tentare cose nuove. Ogni cosa ha il suo momento, e io non sono proprio il tipo che ama i rischi; per questo ci ho messo tanto. :)

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    1. Per me è l'esatto opposto: non avendo ancora molta esperienza, i tentativi mi aiutano a individuare le soluzioni più efficaci. Prendendo spunto dai romanzi che leggo, noto che ci sono diversi modi di agire. Qual è il più adatto alla mia storia? Se non provo, non lo posso sapere! :)

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  17. Ciao, piacere, prima volta che entro nel tuo blog.
    Bellissimo post devo dire, sembra quasi che mi abbia strappato il pensiero dalla testa e me lo abbia mostrato qui sopra. Non sarei mai riuscito a spiegare il blocco e l'ansia da "prestazione" della prima stesura, come hai fatto tu.
    Trovo anche molto utili i tuoi consigli e voglio provare a metterli in pratica. Anche io sono ossessionato dalla rilettura, e a volte mi capita di tagliare con insofferenza quello che avevo scritto la sera prima e che mi sembrava calzasse a pennello. Come avrai intuito sono alle prime armi, primissime anzi.
    Le domande che poni me le sono già poste anch'io e provo a rispondere a modo mio. Mi piacerebbe sentire altri pareri più esperti ovviamente, compreso il tuo:

    _Quando è opportuno utilizzare una doppia interlinea?

    Fin'ora non l'ho utilizzata moltissimo, forse diventa utile per raccontare un sogno o un aneddoto legato a quel capitolo, o comunque una deviazione dalla scena a cui poi (inevitabilmente?) dovrà ricollegarsi. Avrei qualche lacuna in merito.

    _I pensieri dei personaggi in corsivo stanno bene o spezzano il discorso?

    Del corsivo ho fatto uso e abuso invece, lo trovo utile quando un intero pensiero è espresso come tale, magari come un breve ricordo, una canzone o la voce di una coscienza (e tra l'altro ci aggiungerei un'interlinea sopra e sotto se è il caso) e rimane praticamente a sè stante; lo trovo stucchevole quando ci sono troppe parole in corsivo in un testo tondo. Per esempio, nei dialoghi del mio romanzo in fase embrionale devo rendere l'idea di un personaggio straniero che parla l'italiano commettendo errori di pronuncia, mi sono accorto che scrivendo le parole "scorrette" in corsivo (per far capre che sono appositamente scorrette), irrita la lettura, almeno la mia! Così ho deciso che quel personaggio deve esprimersi in tondo, come gli altri.

    _Posso inserire una frase al presente in una scena al passato, se esprime una considerazione generale?

    Secondo me sì, non so se questo può essere un esempio: "A volte Fabio tornava a fare visita al capanno- il colpevole torna sempre nel luogo del misfatto- anche se non c'era ormai più niente da vedere o da cercare. In realtà nemmeno lui riusciva a comprenderne il reale motivo..."

    Che ne dici/dite invece dell'uso dei trattini per espirmere pensieri o tacite risposte?

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    1. Ciao Pongo, benvenuto! :)

      Le domande che ho menzionato erano citate a titolo di esempio. In realtà ho già trovato delle risposte pur con la consapevolezza che domani potrei metterle in discussioni.

      Per quel che mi riguarda, uso la doppia interlinea specialmente per i cambi di ambientazione o di punto di vista, per creare uno stacco: mi capita spesso - quando un romanzo ha troppe pagine consecutive - non accorgermi, per esempio, che il personaggio si è spostato.

      Uso il corsivo per quel che concerne i pensieri dei personaggi quando non spezzano troppo la narrazione. A volte lo stesso concetto si può esprimere diversamente, specialmente con l'utilizzo della terza persona limitata.

      Anche io, come te, uso il presente per le espressioni di carattere generale. I trattini, invece, mai, così come gli incisi. Ma è solo questione di gusto personale!

      Spero di rivederti presto su queste pagine! :)

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    2. Grazie,

      Sì, avevo intuito che le risposte te le fossi già date, ero più io che cercavo dritte e alternative :))
      Sull'interlinea come dicevo avrei dei dubbi, più per quanto riguarda il mio modo di scrivere, ma in qualche modo farò, non sarà lei a fermarmi! :D

      Il tuo blog è davvero molto interessante, magari non mi vedrai commentare spesso, ma di sicuro attingerò!

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