Le macchie e le paure dell' Antieroe.



Vi esorto solo a non farvi governare dalla paura.
(dal film "Il discorso del re")

Questo post nasce dalla fusione di due diverse idee, sulle quali ho rimuginato a lungo negli ultimi mesi. La prima è quella abbozzata alla fine dell’articolo “Le caratteristiche di un protagonista vincente”, ovvero il proposito di analizzare – da un punto di vista psicologico - l’archetipo dell’antieroe. La seconda tira nuovamente in ballo quell’arzillo vecchietto di Zygmunt Bauman e i suoi studi sulla post-modernità: quali sono le paure tipiche nostra epoca e in quale modo possiamo piegare questi concetti ai nostri scopi narrativi, per creare personaggi verosimili e realistici?
Entrambi questi spunti di riflessione presentano dei limiti. Sull’antieroe è già stato scritto di tutto e non voglio annoiare il lettore riprendendo concetti già presenti in rete. La sociologia, invece, è un argomento che può risultare ostico e fuori tema rispetto ai contenuti del blog, se si limita a illustrare teorie senza proporne un’applicazione pratica.
È stato un libro di favole, visto di sfuggita in una libreria, a fornirmi la soluzione: vi ricordate com’è definito il principe azzurro? Eroe senza macchia e senza paura. Da qui, un’intuizione: l’antieroe, per contrasto, ha un’anima sporca e piena di timori, di blocchi, di paranoie. Come tutti gli esseri umani, del resto.
Pertanto, se vogliamo creare un soggetto realistico e lontano dai cliché, in lui dovranno esserci delle zone d’ombra (macchie) e delle fragilità (paure) in grado di renderlo non un individuo perfetto ma, come dice Daniele Imperi, un personaggio perfetto, a tutto tondo.
L’articolo si dividerà in due parti. La prima, quella sulle macchie, sarà più tecnica. La seconda, più sociologica. Da questa unione, spero possa emergere una panoramica piuttosto completa dei tratti fondamentali di un antieroe.




Macchie indelebili.
In ogni individuo c’è un lato oscuro, una forza misteriosa e universale alla quale non si può resistere. Anzi: non si deve resistere, perché chi è incapace di accettare i propri difetti li amplifica, aumenta il loro potere.
È l’attrazione quasi morbosa verso la parte peggiore del sé, piena di dolore e di rabbia, di vergogna e di questioni irrisolte. C’è un Mr Hyde, dentro di noi, che ci spinge a ferire emotivamente le persone, a fumare e a bere per sfuggire dalla realtà, ad auto-sabotarci quando stiamo per raggiungere un traguardo importante perché inconsciamente pensiamo di non meritarlo e a fare tante altre cose meritevoli di biasimo.  
In particolare, l’ombra (la chiamo così per riferimento al saggio Shadow Effetct di Deepack Chopra dedicato alle pulsioni autodistruttive; qui l’archetipo di Voegler, pur esprimendo un concetto simile, non c’entra) può manifestarsi in tre modi:

Difetti caratteriali fortemente radicati.
Io ho l’indole di Madre Teresa di Calcutta, però mi hanno maltrattato da piccola e sono diventata una serial killer!
Scherzo, scherzo, io sono buona e cara, lo sapete. Questo esempio mi serve soltanto per farvi capire che, quando nasciamo, siamo delle lavagne pulite. Può esserci in noi una propensione naturale per determinati comportamenti, interessi e passioni, ma il contesto sociale in cui siamo cresciuti, le esperienze vissute e l’educazione ricevuta hanno un ruolo importantissimo nella formazione del nostro carattere e della nostra personalità. Tutto ciò che siamo, in poche parole, ha una spiegazione che risiede nel nostro passato.
Questa è una convinzione profonda – legata all’ interesse per le filosofie orientali – che ha condizionato il mio modo di lavorare con i personaggi. Almeno per quelli principali, ogni difetto e abitudine comportamentale ha un’origine ben precisa, di cui sono consapevole.  
Cos’è che li rende – per esempio -  costantemente arrabbiati, o insicuri, incapaci di coinvolgersi nelle  relazioni? Hanno avuto dei genitori affettuosi e presenti? A scuola come venivano trattati? Qual è la più grande umiliazione che abbiano mai subìto?
Risposte a domande di questo tipo mi servono per delineare al meglio la personalità dei miei protagonisti. Il lettore sarà informato del loro passato solo se necessario, ma io devo conoscerlo a fondo e fare in modo che sia lì, a mia disposizione, pronto per ogni evenienza.  
Un approccio di questo genere mi rende più sicura e limita il rischio di incongruenze e situazioni inverosimili. Temo la perdita di credibilità come i vampiri temono l’aglio.

Errori.
“Le uniche persone che non sbagliano sono quelle che non fanno un cazzo”, ha detto una volta un mio collega per consolarmi dopo una svista. E io non solo credo ciecamente in questa affermazione, ma la ritengo molto utile per spiegare le dinamiche della narrazione.
Anche se il nostro protagonista è un antieroe, prima o poi deve fare qualcosa, altrimenti la storia si blocca. Ogni trama che si rispetti, nasce dall’azione, dalla corsa verso uno o più obiettivi, quindi non possiamo lasciarlo per trecento pagine a guardare la partita con la birra in mano: deve agire, e deve sbagliare. Gli  incidenti di percorso sono fondamentali per la sua crescita, così come lo sono i successivi tentativi di rimettere a posto le cose.
Come evidenzia Tenar nell’articolo L’espediente narrativo del madornale errore, gli sbagli dell’ (anti)eroe possono essere un ottimo incidente scatenante, ostacolare il raggiungimento dell’obiettivo e rendere un personaggio più “umano”, verosimile e completo. Ma soprattutto, aggiungo io, servono per mantenere viva l’attenzione del lettore e aumentare la suspense.
Anche quando l’eroe non fa stupidaggini, questo rischio pende sulla sua testa come una spada di Damocle, minacciosissimo, soprattutto se la posta in gioco è molto alta. Il lettore freme in poltrona, e parteggia (si spera!) per lui.

Segreti. 
Amo i personaggi misteriosi, che nascondono i propri punti deboli, soffocano gli impulsi che provocherebbero imbarazzo e vergogna e le azioni che potrebbero minare la loro credibilità. In poche parole, amo i personaggi che odiano la propria ombra, il proprio lato oscuro. Parte del loro percorso evolutivo consisterà anche nel saperlo accettare.
I segreti aumentano la tensione narrativa perché il lettore partecipa al timore del personaggio di essere scoperto, prova empatia con i suoi tentativi di tenere nascoste le proprie ombre e si sente più tollerante verso le proprie. Tuttavia non si tratta soltanto di uno stratagemma finalizzato ad accrescere il pathos: il segreto ha a che fare  con l’identità stessa del personaggio e con i suoi limiti psicologici, quindi deve essere coerente con la sua personalità e contribuire a renderla più completa, più ricca.

Paure post-moderne.
Grazia Gironella, nel suo post “Emozioni al microscopio –la paura” ha già detto molto sulle caratteristiche psicologiche di questo sentimento distruttivo. Per questo motivo, ho deciso di affrontare l’argomento da un punto di vista diverso, tralasciare le dinamiche psicologiche e focalizzare l’attenzione sulle paure tipiche della post-modernità.
I miei personaggi possono essere terrorizzati dai terremoti e dai ragni (il mio protagonista, per esempio, fa tanto il figo ma è claustrofobico e non prende mai l’ascensore) ma portano dentro di sé anche fobie immateriali, che passeggiano sul versante della paranoia e si accaniscono contro un nemico invisibile.
Bauman, individua tre diverse categorie di paure.

La paura della mancanza di certezza è legata ai continui mutamenti del contesto sociale, che rendono difficile, per l’identità individuale, assumere forme radicate e stabili.
Al giorno d’oggi, tutto è precario. Lo sono le relazioni, spesso mediate dalla rete. Lo è il contesto lavorativo, che rende il posto fisso un miraggio per chi ne è privo e una gabbia per chi ce l’ha. Lo è la vita all’interno delle città, dove basta uno sciopero improvviso o un incidente stradale per stravolgere tutti i nostri piani. E lo sono le mode, le tecnologie, le tendenze, sempre soggette a un rapido invecchiamento. L’individuo cerca di adeguarsi a questi cambiamenti, ma si sente sballottato.
Come avevo evidenziato anche qui, c’è un atteggiamento ambiguo nei confronti della stabilità: da un lato l’uomo ne ha bisogno per sentirsi al sicuro; dall’altro, però, la teme, perché inevitabilmente la associa alla mancanza di libertà, alla necessità di conformarsi a un sistema che vuole renderci tutti uguali, obbedienti e qualunquisti. Vive pertanto sempre perso in questa continua dicotomia, che lo taglia in due e accentua il suo senso di spaesamento.

La paura dell’inadeguatezza si sostituisce a quella della devianza, che dominava in epoca moderna. Oggi tutto è concesso, quindi l’eterna scissione fra bene e male è rimpiazzata dal relativismo dei gruppi sociali. La conformità non è più ricercata nei confronti del sistema nel suo complesso, ma del microcosmo a cui si sceglie di appartenere.
L’inadeguatezza postmoderna è legata “all’incapacità di acquisire la forma e l’immagine desiderate, qualunque esse siano; alla difficoltà di rimanere sempre in movimento e di doversi fermare al momento della scelta, di essere flessibile e pronto ad assumere modelli di comportamento differenti, di essere allo stesso tempo argilla plasmabile e abile scultore.” (cit.Bauman)
In poche parole, l’individuo è pressato dall’incombenza di mantenersi sempre idoneo, pronto per assumere nuovi compiti, nuovi impegni. Lo stato e le istituzioni non sono più percepite come entità rassicuranti, e l’individuo sa di dover contare solo su se stesso, cosa che genera disagio e stress, e che alimenta il terzo timore.

La paura della responsabilità nasce nel momento in cui al singolo spetta il dovere di autogestirsi nelle proprie attività, di badare a se stesso, di provvedere alla propria formazione.
Non è forse quello che stiamo facendo anche noi, come scrittori? Chi è che ce lo sta insegnando? Nella maggior parte dei casi, nessuno. Ci esercitiamo, sputiamo in sangue sulla pagina, siamo esaltati all’idea di raggiungere il successo, ma ne siamo anche spaventati, perché ogni traguardo ci pone davanti nuovi limiti, nuove sfide.  
Anche i passi importanti della vita, come il matrimonio e la nascita di un figlio, da un lato riempiono di gioia e dall’altro creano – in molte persone – la sensazione di perdere la propria libertà. Molti individui, al giorno d’oggi, vivono costantemente in sospeso fra desiderio e paura o, per dirlo con le parole di Maurice Blanchot, “ognuno è libero nella propria prigione”.

In cosa si rifugia il singolo, per attenuare la propria paura?
La risposta è semplice: nel consumo. Il mercato offre un rifugio dall’ incertezza, fornisce beni simbolici che aiutano il singolo a sentirsi parte della collettività, attenua il senso di responsabilità garantendo un divertimento che distoglie l’attenzione dalle cose veramente importanti.
Quando andiamo al ristorante, al cinema o in palestra, frammentiamo il tempo in episodi che non producono esiti durevoli e che non compromettono gli avvenimenti futuri: in luogo della «irresponsabilità» forzata e imposta, tipica del prigioniero […] si diffonde l’irresponsabilità della persona «svincolata» da obblighi e schiavitù. (Bauman)
Le proposte del mercato sono raccolte spontaneamente senza alcuna coercizione esterna e senza alcuna opera di convincimento da parte degli altri. Pertanto, alimentano l’ illusione di libertà, unica consolazione della nostra epoca.

Il lancio della patata bollente.

Vi vengono in mente altre macchie o altre paure che possono arricchire la personalità di un personaggio? E fra quelle che ho citato, i vostri personaggi ne posseggono qualcuna? E voi, vi rispecchiate in questi timori post-moderni? 

Commenti

  1. Mi è piaciuto molto questo post, molto articolato e ricco di spunti.
    Nessun personaggio potrebbe essere realistico se privo di difetti. Di base anche l'eroe ne ha, nell'accezione classica del termine, poi, la debolezza dell'eroe, il tallone d'Achille appunto, è d'obbligo: l'eroe è colui che va avanti anche se consapevole di non poter fuggire al proprio fato. Per questo ho sempre pensato che l'antieroe si distinguesse dall'eroe per una questione mentale: l'eroe comunque crede a ciò che fa (come dire, alla possibilità dell'eroismo?), l'antieroe no, è disilluso, si può trovare a compiere gesti eroici, ma per caso o per mancanza di scelte e comunque senza la certezza che servano davvero.
    Per quanto riguarda le paure mie e dei miei personaggi, siamo gente vecchia dentro, con paure antiche, senza il bisogno di ulteriori paure postomoderne. Su tutte vince quella della malattia che cambia la vita, che impone limiti con cui fare i conti ogni giorno (qui c'è tanto del mio vissuto indiretto). La paura di rimanere ingabbiati in una vita che non è la propria per seguire delle consuetudini, per compiacere qualcuno o solo per mancanza di alternative. La paura di buttare via la propria vita senza aver mai fatto qualcosa di buono (questa viene proprio da me). I miei personaggi, poi, sono tutti dei trattenuti, quindi la paura di lasciarsi andare, di concedersi di vivere i propri sentimenti e di aprirsi con gli altri, nei casi peggiori proprio di fidarsi (cosa peculiare, non essendo io particolarmente introversa, timida sì, ma una volta sfondato il guscio non esiste che nasconda qualcosa)

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    1. Nel redigere questo post (che sono contenta ti sia piaciuto!) ho voluto staccarmi dal viaggio dell'eroe e considerare questo archetipo in un'accezione diversa, più classica, come individuo invincibile, al limite dello stereotipo. Non so se questa interpretazione sia corretta, ma è stata una guida interessante e utile per il mio post.

      Per quel che riguarda le paure, ne esistono migliaia, è impossibile individuarle tutte, per questo ho voluto individuare tre macro-categorie, nelle quali rientrano molteplici timori. Ad esempio, quelle che tu citi (paura di buttare via la propria vita, di vivere i sentimenti ecc...) per quanto universali potrebbero rientrare nel gruppo "paura dell'inadeguatezza", perché in ogni essere umano c'è sempre la pericolosissima sensazione di essere fuori posto.
      Anche il mio protagonista è uno che si fida poco, che non riesce a esprimere i propri sentimenti e da un lato desidera conformarsi al sistema perché è cresciuto come outsider, ma dall'altro è mentalmente autonomo e, quindi, dissociato. Non è una caratteristica che ho cercato: si è quasi imposta da sola, nel momento in cui ho definito i tratti fondamentali della sua personalità.

      P.S. Paura di buttare la vita senza aver combinato niente di buono? Come ti capisco, amica mia! è un tarlo che mi rode ormai da un annetto. :)

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    2. Sì, mi trovo molto in quello che dici.
      Quando scrivo spazio dal presente al passato all'altrove e quindi cerco di ragionare in termini di sentimenti universali, paure universali. Vero è che la stessa paura si declina in modo diverso a seconda del periodo storico. Ricordo un bel saggio, ad esempio, sull'evoluzione della paura della morte e di come cambiava nei secoli.

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    3. Il saggio che citi sembra interessante. Sulla paura della morte avevo letto qualcosa anch'io, ma si parlava più che altro di come cambi a seconda delle credenze religiose.
      Invece Bauman affronta l'evoluzione della paura della malattia, nei suoi saggi, evidenziando come si sia passati dalla "salute" al "fitness", proprio perché nella post-modernità ci si è staccati dalla dimensione individuale, per connettersi a quella collettiva, sociale. Alla sofferenza fisica si affianca la paura di essere "improduttivi", "inadeguati" (ecco: di nuovo la macro-categoria) e quindi fuori dai giochi. Si tratta però di un concetto che conosco troppo poco, per poterne parlare, e credo che potrei fare solo collegamenti forzati e blandi, con il "pianeta scrittura".

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  2. Beh, sembra quasi che nell'immaginare il protagonista del mio primo romanzo io abbia seguito i tuoi corretti e interessanti ragionamenti: pieno di segreti che hanno orientato la sua esistenza, di errori che continuano ad influenzare le sue scelte, il mio personaggio sembrerebbe quasi il prototipo dell'antieroe per eccellenza. In lui ho trasferito parte del mio mondo di allora, di come vivevo certe cose, dell'impatto che avevano avuto su di me alcune situazioni; naturalmente il tutto condito ed esasperato per raccontare una storia non banale. Personalmente, il mio senso di responsabilità è esploso forte e concreto dopo la laurea; mi sono sposata all'età giusta (30 anni), con percorsi di studio completati, progetti in divenire concreti. Dico sempre che i figli mi hanno tolto dieci anni di vita e me ne hanno restituiti venti, dunque sono sempre loro a vincere la partita dei dubbi sulla rinuncia ad una fetta di libertà: non mi sono mai pentita di essermi "chiusa in gabbia" con loro e, in verità, penso che nessuno dovrebbe vivere una paura del genere, ma imparare a convivere con i cambiamenti necessari della vita, sperimentando nuove forme di benessere.
    Il libro che sto scrivendo adesso risente di questa filosofia di vita e ne sono contenta.

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    1. Paure di questo tipo sono comuni a molti miei coetanei, ma io non le ho. Al contrario vedo il fatto di non essermi sposata e di non avere figli come un limite, così come lo è il fatto di svolgere un lavoro che non mi piace a volte ho la sensazione (bruttissima) di sprecare la mia vita.
      Sono d'accordo sul fatto che ogni fase della vita debba essere accolta e accettata. Questa consapevolezza presente anche nel mio romanzo, se ti ricordi il titolo del documento che ti ho mandato, che è anche quello della storia. Come sai il percorso del mio protagonista dura 15 anni, la sua vita cambierà, dovrà capire cosa meriti di essere salvato e cosa, invece, dovrà buttare nel dimenticatoio. Il suo percorso racconta proprio questo passaggio, anche se vorrei staccarmi dal romanzo di formazione tradizionalmente inteso. :)

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  3. Bellissimo questo tuo post, una vera e propria analisi sociologica, mi sono riconosciuta in parecchie paure, anzi direi che le ho tutte. È cambiato negli anni il mio modo di rapportarmi ad esse grazie alle filosofie orientali a cui mi sono avvicinata (abbiamo un altro lato in comune!). Credo che i personaggi imperfetti piacciano molto, soprattutto se hanno un lato simpatico così i lettori possono identificarsi. Infatti quando leggo di un personaggio pieno di paure che, nonostante tutto, si barcamena e arriva alla fine del romanzo con una parziale e sofferta vittoria,mi dico "ecco vedi anche lui è pieno di problemi però...."

    arriva alla fine del romanzo ad una soluzione

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    1. Ciao Lu, benvenuta!!! :)
      Anche io ho ricevuto un grande aiuto dalle filosofie orientali. In questi anni, credo abbiano completamente cambiato il mio modo di rapportarmi con la realtà. E anche io amo i personaggi pieni di paure, purché l'autore non esageri. Mi accorgo che spesso per evitare lo stereotipo della perfezione a tutti i costi si rischia di cadere in quello opposto: il personaggio è talmente inetto da far venire i nervi! :-D

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  4. Io nel mio romanzo sono stato molto fedele al mio diciottenne io anti-eroico che ne è protagonista. Il mio io diciottenne è quasi del tutto privo di certezze, si sente inadeguato ed è timoroso delle responsabilità. Insomma, ho fatto l'en plein ;-)

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  5. Grande post, ricco di spunti. Io credo di provare talvolta un senso di inadeguatezza rispetto ai molteplici compiti a cui devo rispondere. E questa paura ha contagiato i personaggi del mio ultimo romanzo.

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    1. Capita anche a me, perché spesso questi compiti sono in conflitto con ciò che vorrei davvero, con quello che considero il mio vero io! :)

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  6. I miei personaggi hanno sempre un background problematico, accennato o approfondito a seconda dell'importanza. Nascono già così, perché appena penso di far fare loro qualcosa, mi viene da domandarmi "perché lo fa?". Se non trovo un motivo nel loro carattere o nel loro passato, mi viene subito il dubbio che sia una mia forzatura. Mi sento abbastanza lontana dalle paure postmoderne, e anche dai loro riflessi sui consumi... libri a parte. (Grazie della citazione!)

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    1. Oh che bello, finalmente qualcuno che, come me, cerca una ragione a tutto! A volte temo di essere fin troppo fissata, dico "ma figuriamoci se il lettore si pone queste domande"... però è più forte di me, sono ossessionata dalla coerenza! :-D

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  7. Bel post, ho apprezzato soprattutto la chicca del tuo collega su chi non fa sbaglia mai perché non fa mai nulla. Cercherò di tenerlo a mente! I miei personaggi sono più paurosi che eroici, sia che lo ammettano sia che cerchino di fare di tutto per nasconderlo!

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    1. Nella prima bozza del post, avevo edulcorato la frase del mio collega, scrivendo "gli unici a non sbagliare sono quelli che non fanno niente"... poi ho pensato che, lasciandola così com'era, rendesse meglio l'idea. Spero che il mio turpiloquio non vi infastidisca! :-D

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    2. No anzi, rende meglio l'idea :D

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  8. Nessuno è perfetto nella vita reale, credo che il personaggio debba da un lato rispecchiare la non-perfezione di ogni essere umano, e dall'altro fornire uno spunto per il lettore: il personaggio può, talvolta deve commettere qualche errore davvero grave, irreparabile, ma poi avere una seconda chance in una situazione successiva (non la stessa ovviamente) tramite la quale può redimersi. Io amo i personaggi di questo genere. E spero di essere anch'io riuscito a fare tesoro dei miei errori passati e di non ripeterli.

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    1. Sono d'accordo con te, anche perché la vita (ed è una convinzione maturata grazie alle filosofie orientali) ti pongono davanti sempre lo stesso problema, finché non lo affronti nel modo giusto! :)

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  9. Quello che emerge in modo sicuro dal tuo post molto accurato è che i protagonisti "devono" avere delle paure per essere sufficientemente vivi. Lo penso anche io, tanto che i miei sono tutt'altro che eroici.
    Vero anche che a un certo punto è importante che affrontino i loro disagi reali o esistenziali. Noi persone reali non sempre lo facciamo, ma per i nostri personaggi di carta il discorso è diverso, il confronto con le paure è una tappa necessaria.

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    1. Sì, esatto. Io parto dal presupposto che non esistano persone veramente cattive, ma solo sofferenti. Sono il dolore, la rabbia e la paura a generare scorrettezze e sbagli, e i miei personaggi ci cadono con tutte le scarpe. Ma in fondo sono buoni, e prima o poi questa bontà emerge...

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    2. ricordi Chiara luci e ombre spesso le persone sono spaventate più dalla propria luce che dalle ombre dei pensieri e sentimenti pesanti la paura è un sentimento che inibisce ogni bagliore. ..

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    3. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    4. sì. è vero. è un aspetto da considerare, sia nella vita quotidiana, sia quando si scrive, perché può offrire nuovi e costanti spunti narrativi. :)

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  10. Non ci ho mai pensato, a dire la verità. O, meglio, sono paure e macchie insite nel carattere del personaggio che definisci nella scheda. Io però non vado così a fondo, altrimenti rischio di non iniziare mai. Mi riferisco al punto in cui ti chiedi perché sono sempre arrabbiati, ecc. Credo che comunque dipenda dal tipo di storia. In un romanzo thriller, magari, può essere utile, lo è anzi, andare a fondo nel passato del personaggio. Ma per tutte le storie lo è?

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    1. Questi aspetti sono definiti nella scheda in modo sommario, e approfonditi in fase di stesura. Fortunatamente, la progettazione aiuta ad avere le idee chiare, ma non è una gabbia. C'è sempre la possibilità di andare oltre...
      Sai qual è la cosa curiosa? Che ho scoperto l'importanza del passato del personaggio proprio su Penna Blu!
      P.S. Si è poi risolto quel problema su twitter?

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  11. Ho scritto sul mio copione personale che dovevo essere in prima linea a commentare questo articolo. Sono arrivata tra gli ultimi, ma l'importante è esserci.
    Amo gli antieroi, e i miei personaggi sono quasi tutti cupi o "difettosi", cambia solo il grado di consapevolezza e il modo di reagire alla propria parte nera. Quoto tutta la parte tecnica. Macchie indelebili? Ci sono. Conseguenti segreti e difetti caratteriali? Non parliamone nemmeno. Infine adoro far sbagliare i miei personaggi. Forse sono una dei pochi lettori ad apprezzare quando un personaggio sbaglia, perchè mi sembra più realistico, più umano. Sì, sono avvincenti i personaggi super-intelligenti che non fanno mai un errore, però non riesco a immedesimarmi in loro.
    Il mio attuale romanzo è post-moderno fino a un certo punto, perchè la società in cui si svolge per certi versi è più moderna che no. La paura dell'inadeguatezza è la più gettonata tra i miei personaggi, tra quelle che hai elencato. Poi c'è una lunga galleria di "paure evergreen": della propria identità, del cambiamento, di sperare...

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    1. Io odio i personaggi perfettini! Infatti tutti i miei personaggi hanno un lato oscuro, al punto che mi sono anche domandata se per caso non fosse troppo... a un certo punto, ci vuole anche un po' di freschezza, di gioia di vivere. Quindi ho deciso di rimpinguare il cast con figure che fossero un po' più solari e risolte...
      Io credo che il mio romanzo sia post-moderno all'ennesima potenza!

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