Work in progress - una storia che mi somiglia.


I libri ci conducono nelle loro anime e aprono di fronte a noi i nostri segreti.
(William Hazlitt)

In uno dei miei primi post, “Una verità interiore che trascende l’autobiografia” evidenziavo la tendenza di molti aspiranti scrittori a narrare storie che, anche quando non sono strettamente autobiografiche, mantengono una forte connessione con la propria esperienza personale.
Non dobbiamo sorprenderci di questo: dopo tutto, l’arte scaturisce da una necessità di comunicare che appartiene alla natura stessa dell’uomo. Il primo riferimento, per ciascuno di noi, sono le esperienze personali, le emozioni, le paure. Raccontarle è un modo per comprenderle meglio, guardarle dall’esterno, condividerle con gli altri e liberarci del loro peso. Imprimendole sulla carta, le lasciamo libere di viaggiare per il mondo, ci sentiamo più leggeri, pronti a viverne di nuove.  Anche Natalie Goldberg, nel suo manuale Scrivere Zen, incentiva molto questo tipo di esercizio. Raccontarsi con onestà e senza censure è il metodo più efficace per abbattere le proprie barriere interiori, vincere la paura del principiante e diventare scrittori a tutti gli effetti. Solo quando ci saremo ripuliti dall’energia tossica e dai condizionamenti mentali che ci impediscono di avere un rapporto autentico con la scrittura, sentiremo il bisogno di guardare oltre la contingenza della nostra vita quotidiana e impareremo ad ascoltare la realtà che ci circonda.
Prima o poi questo momento arriva per tutti: l’aspirante scrittore, come un bambino il primo giorno d’asilo, capisce che non esistono solo mamma e papà. Il mondo è immenso, fuori dalla zona comfort. Ci sono parole che bruciano dentro e vale la pena di imprimerle su carta. E inizia a ficcare il naso ovunque, avido e perverso, perché la è la base della buona scrittura, è la qualità personale che concretizza i concetti complementari di creatività e di creazione, è l’istinto naturale che ci spinge ad ampliare la nostra conoscenza per poi poter condividere con altri ciò che abbiamo imparato.
Non trovate che sia meraviglioso costruire qualcosa là dove prima non c’era nulla?
Io penso sia una sensazione bellissima. Amo vedere il mio romanzo che cresce come un feto nell’utero regalando un significato nuovo alla pagina bianca, e questa sensazione non ha niente a che vedere con l’apparente banalità del raccontare la mia vita. Inventare: questa è la parolina magica.
Ciò nonostante, uno scrittore può davvero separarsi dalla propria opera?

Io non credo. Nonostante tutti i nostri sforzi di tenere l’autobiografia lontano dalla pagina, tutto ciò che scriviamo è frutto di una selezione della realtà da parte della nostra mente. Ogni essere umano filtra ciò che vede in base a esperienze, a opinioni e qualità caratteriali. Se un argomento non entra nemmeno in punta di piedi nella nostra sfera di interesse, come possiamo essere stimolati a parlarne in un romanzo? Io per esempio non avrò mai un protagonista che gareggia in Formula1, perché non so come sia fatta una macchina da corsa e sinceramente non voglio saperlo, non me ne può fregar di meno!
Ho provato a rimarcare la mia distanza rispetto al romanzo che sto scrivendo dando vita a un protagonista completamente diverso da me: oltre a essere “maschissimo”, proviene da un mondo agli antipodi rispetto a quello in cui sono cresciuta, si differenzia da me per atteggiamenti, interessi e stile di vita. Anche molte vicende narrate sono lontane dalle mie esperienze, e a Milano non vivo più da anni. Ciò nonostante, devo ammettere che ogni singola parola rispecchia perfettamente la mia personalità. E la cosa, se devo essere sincera, non mi dispiace affatto.
Dunque, la domanda è di rito: cosa c’è di mio, nel romanzo in corso d’opera?

Anche se sono ancora in fase di prima stesura, e molti di questi elementi probabilmente saranno ripuliti in seguito, mi ritengo comunque in grado di rispondere.

In primo luogo, è spontaneo menzionare la mia visione della vita.  Attenzione: non sto dicendo che uso la  scrittura per pontificare o fare politica, ma che la chiave di lettura dei miei testi è spesso legata a ciò che penso del mondo che mi circonda. Anche il romanzo in corso d’opera ha una premessa forte, legata alla  volontà di rendere universale una mia interpretazione soggettiva, che potrà poi essere condivisa o rifiutata dal lettore. Man mano che procedo con il lavoro, questo messaggio si definisce in modo sempre più preciso e spero che questo possa dare stabilità e struttura alla trama, che ho voluto piuttosto ricca.
Io ho una mentalità molto autonoma, quasi anarchica, mi sento lontana dalle convenzioni e dalla logica del sistema dominante. Questa ribellione coinvolge in parte i miei personaggi, che si sentono estranei al proprio contesto e tendono a sconfinare fuori dalle loro quattro mura, illudendosi che lì possa esserci qualcosa di meglio. Inoltre, percepisco (nel mio protagonista e anche in me stessa) una  fortissima scissione fra la dimensione dell’essere e quella del fare, fra le aspirazioni individuali e le aspettative esterne.
Il mio interesse per le filosofie orientali è una nube dorata che aleggia sulla storia e si sposa con la premessa, però c’è un piccolo problema: i miei due/tre personaggi più importanti non hanno molta consapevolezza dei propri moti interiori, quindi ho dovuto creare una figura che funga da catalizzatore e mi aiuti a mettere in luce gli aspetti psicologici più profondi.
Dulcis in fundo, ho già parlato altrove della mia rappresentazionedell’amore, tutta postmoderna!

Per quel che riguarda le esperienze personali, noto una tendenza quasi preoccupante a maltrattare i padri, che sono sempre disadattati, assenti o morti. Io non ho mai avuto un buon rapporto con il mio. Forse mi sono un po’ ammorbidita nei suoi confronti solo negli ultimi anni, e non credo che sarebbe molto contento della mia posizione. E a dire il vero nemmeno io: all’ interno della storia, si era creato uno squilibrio disarmante, al punto che ho dovuto modificare alcune situazioni per armonizzare il tutto.
I musicisti mi hanno sempre affascinato moltissimo. Quindi, nel momento in cui ho dovuto assegnare una passione artistica al mio protagonista per rendere la sua personalità più concreta (e perché funzionale alla trama), non ho avuto alcun dubbio al riguardo. Per trovargli un genere preferito, mi sono consultata con un amico chitarrista, che mi ha indirizzato verso il grunge. Ho scaricato canzoni, analizzato testi e studiacchiato la filosofia che è alla base di questo movimento.  Il risultato? Ogni mattina vado al lavoro con i Nirvana e gli Smashing Pumpkins a manetta, prima o poi ricomincerò a mettermi i Doctor Marteens.
La mia esperienza ha condizionato anche la scelta dell’ambientazione, perché avevo bisogno di due cose: una metropoli e una location alla mia portata per poter rendere le descrizioni più vive e realistiche. Milano si è rivelata la scelta migliore e man mano che scrivo me ne convinco sempre di più. Ho vissuto lì dal 2000 al 2012, gli anni al contempo più belli e più brutti della mia vita. I miei ricordi sono molto vividi, non solo per quel che riguarda i luoghi, ma per il contesto socio-culturale inteso in senso lato: la realtà degli studenti fuori sede, la movida, le rassegne culturali, le mostre, gli yuppies, i tamarri e i quartieri a rischio, dove ho fatto volontariato per due anni. Unico gap: sono un po’ lontana dalla nuova realtà che è andata a crearsi grazie all’Expo, ma ogni volta che vado dai miei suoceri mi guardo in giro come un cane da tartufo. Credo che prima o poi farò anche un giro sulla metro lilla!  

I quattro personaggi principali del mio romanzo sono tutti piuttosto diversi da me, però se fossero degli assoluti estranei avrei qualche difficoltà a descrivere le loro gesta. Se per alcuni tratti caratteriali sono lontani dal mio sentire, è necessario che in altri frangenti si crei una certa prossimità.
Se li analizzo singolarmente, mi rendo conto che ciascuno di loro ha almeno un tratto caratteriale ereditato dalla loro mamma narrativa. Il protagonista tende a diventare aggressivo quando è in difficoltà e la sua coprotagonista è un’insicura cronica. Poi ho un viaggiatore inquieto e una mezza sensitiva fricchettona.
Queste qualità sono emerse spontaneamente con il procedere della stesura, e non c’è da stupirsi di ciò: le schede dei personaggi sono fondamentali in fase di progettazione perché ci aiutano a capire con chi abbiamo a che fare e a creare figure che abbiano una propria coerenza interna, ma è solo nel momento in cui iniziano a muoversi sulla pagina che il loro carattere prende forma e si definisce.

Infine, a unirmi a loro è anche la generazione di appartenenza, perché avevo un bisogno quasi viscerale di raccontare gli anni 2000-2015 dal punto di vista dei millennials. Questo intento perdura anche se ho definitivamente abbandonato l’intento di scrivere un romanzo generazionale e per focalizzarmi su un numero più ristretto di personaggi. Sarebbe stata un’opera troppo complessa per un’esordiente. E anche, probabilmente, noiosissima.

Il lancio della patata bollente.

Per gestire al meglio l’incursione dell’esperienza personale nella propria opera occorre tenere a bada un nemico di cui vi parlerò prossimamente. Intanto ditemi: cosa ne pensate di quanto scritto nell’introduzione del post? E cosa c’è di voi nelle vostre opere

Commenti

  1. Tenere a bada la tentazione di inserire un po' di noi nei propri testi non è mai facile. Probabilmente è impossibile. Per quanto ci di sforzi a lavorare su questo aspetta si finirà sempre per assegnare ad un personaggio almeno una caratteristica in comune con chi scrive, Non importa quanto questo personaggio sia distante dal nostro modo di essere: anche se il nostro personaggio fosse un essere tra i più abbietti e disgustosi, tipo un killer di bambini o di vecchiette, non potremo esimerci da guardarlo all'interno e dall'interno e, in quel momento, vedremo un po' di noi stessi. Sicuramente faremo fatica ad identificarci in lui ma, essendo il personaggio generato dal nostro "ventre superiore", non lo disconosceremo a priori.
    D'altra parte è un tipo di meccanismo che si innesca anche quando leggiamo l'opera di qualcun altro: anche in quel caso cerchiamo sempre di riconoscerci in uno dei personaggi, di trovare delle similitudini tra le sue esperienze e le nostre, no? Se leggiamo di un ragazzo seduto sui gradini di una chiesa ci tornerà alle mente un momento del nostro passato quando noi stessi eravamo seduti sui gradini di una chiesa. La nostra mente non riesce a tracciare un solco così profondo e separare la realtà dalla fantasia. Perlomeno io non ci riesco...

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    1. Nemmeno io ci riesco al 100%, e non credo che sia giusto sforzarsi perché questo avvenga: il fatto che l'opera somigli al proprio autore non è una cosa né bella né brutta: semplicemente esiste, e va bene così. La mente umana é per natura selettiva. Tutto ciò che ci colpisce fa volente o nolente appello a qualche parte di noi, altrimenti non lo noteremmo neanche. :)

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  2. Di me? AHAHAHAHHA c'è un botto di roba! (Robba buona spero!) Sandra come ho detto a Tenar si è riesumato il mio vecchio account del mio vecchio blog, dal mio primo romanzo dove, cade a fagiolo qui, c'era talmente tanto di me che per molti io ero Ilaria.

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  3. La metro lilla! La sto prendendo ogni sera per andare alla clinica S.Siro pre la fisioterapia, fighissima, un po' gelida, aria condizionata a pallla non solo sui vagoni ma nei corridoi stessi, però da provare e comunque copre zone dove prima occorreva usare mezzi di superficie con tempi di attesa spesso lunghi o scarpinare quindi W la lilla, la devi provare, per poterla mettere nel romanzo, sai che ci sto pensando anch'io? il mio è quasi finito ma mi sa che ci metto una scena. Sandra quella di sopra

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    1. Beh a dire il vero la metterò nel romanzo solo se mi servirà. Quando scrivo i post mi concedo spesso qualche licenza poetica. Certo è che ci sono molte cose nuove a Milano, che ancora non ho avuto modo di conoscere :)

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  4. Direi che questo post sembra scritto da me. Una volta, durante un incontro in cui ho presentato il mio libro, mi è stata fatta la domanda che ti sei posta tu e sta alla base di tutto il tuo ragionamento: non dico che ho usato le tue parole, ma quasi! La storia che ho scritto non è autobiografica, nessun esperienza traumatica ha reso unica una mia passata storia d'amore, come accade al protagonista del mio romanzo; vicende tanto estreme come la morte o la tossicodipendenza sono lontane anni luce dalla mia vita, però in ogni personaggio c'è il mio modo di essere, di pensare, di affrontare le situazioni; qualcosa di reale c'è, che ovviamente ho reso verosimile, perché la realtà è sempre meno colorita e interessante della finzione. Ci sono i miei gusti, le mie ossessioni e tutto questo traspare e risulta chiaro solo a chi mi conosce veramente. Una mia amica, leggendo il romanzo, mi ha detto: "sei tu", identificandomi con tutto ciò che ho amato raccontare: situazioni, stati d'animo, ambientazione.
    Lo sai perché sento che il tuo romanzo mi piacerà? Perché gli anni più belli della mia vita hanno una colonna sonora: Nirvana, (ero innamorata di Kurt Cobain), Smashing Pumpkins (ho tutti i loro dischi!) e poi Siouxie & the Banshees e mitici The Cure (anche se questi erano della corrente "dark" più che grunge).

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    1. È vero, succede proprio così: per quanto siano lontane le vicende che narriamo non possiamo fare a meno di filtrarle con la nostra esperienza. Anche io avrò personaggio cocainomane (ma non è quello più scontato...) e in questa scelta ho proiettato la mia dipendenza dalle sigarette, la difficoltà a fare a meno dei propri paletti. Mi sono poi ispirata ad una mia amica per la storia familiare di L... insomma, non si è mai completamente staccati dalla propria realtà.

      Da ragazzina io ero molto più "commerciale",ascoltavo Ligabue, Vasco, cose del genere, con qualche fuga nel metal. Infatti secondo le prime idee N.era un metallaro (non ho sfiorato nemmeno il cliché del rapper di periferia). Poi questo mio amico mi ha "illuminata" facendomi notare come il grunge fosse in sintonia con la sua filosofia di vita e il suo stile. Ora sono veramente soddisfatta della mia scelta. :)

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  5. Io ho sempre cercato di mettere mille cose tra me e le mie storie, in modo che solo chi mi conosce davvero davvero davvero bene potesse capire quanto di mio ci fosse dentro (nel romanzo di Sherlock Holmes c'è tantissimissimo di me, ma è molto ben mascherato). Nonostante questo la domanda tipo alle presentazioni è ancora se io sono il mio protagonista (certo, come no, sono Holmes! Immagino di doverlo prendere come una lusinga alla mia intelligenza e non come una velata domanda per chiedere se mi drogo...)
    In questo nuovo progetto ho deciso di rischiare di più e di inserire elementi più evidentemente personali. Sto facendo una fatica terribile. Fatico ad arginare le emozioni e già i lettori beta iniziano a fare domande che avrei voluto evitare. L'equilibrio è difficile da tenere e ho paura di perdermi. Del resto ci sono cose di me, della mia vita, della mia esperienza personale e di quella di mio marito che sarebbe stato un peccato non raccontare. Speriamo di riuscire a tenere dritta la barra del timone...

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    1. Mi hai fatto venire in mente quando hai tempi dell'università avevo scritto un racconto illudendomi di essermi ben nascosta... poi un mio amico é riuscito a stanare un nostro conoscente dal colore del suo berretto! :)
      Anche io ho tante esperienze meritevoli di essere raccontate e un compagno con una storia veramente interessante alle spalle, ma non credo di avere ancora sufficiente distacco critico per poter essere oggettiva, evitare di farmi travolgere. In futuro invece chissà... :)

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  6. Fondamentalmente sono d'accordo. D'altronde ciò che spinge a narrare storie è la sensazione che ci sia qualcosa "dentro" che deve vedere la luce, ma quel qualcosa che abbiamo dentro è nato sicuramente dalle nostre esperienze individuali, o quanto meno dalla nostra percezione soggettiva della vita e del mondo. Io non ho problemi ad ammettere che in molta della mia narrativa c'è, trasfigurata, la mia esperienza personale.

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    1. Nemmeno io ho problemi. Al contrario, penso che la mia presenza nelle mie storie sia una cosa bellissima, fondamentale. Dopo tutto la scrittura é un mezzo potentissimo, che la vita ci ha regalato per esprimerci liberamente. Sarebbe un peccato sprecare questo dono e rinunciare alle nostre emozioni. :)

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  7. Io non ho mai avuto dubbi al proposito: sono un autore di letteratura autobiografica, come lo è stato per tutta la vita il mio scrittore preferito, Henry Miller, e non ho mai voluto essere altro.
    Ma mai dire mai. Pensa che prima di iniziare a cimentarmi con la blog novel Solve et Coagula ero certo che avrei scritto sempre e solo usando la prima persona come POV.

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    1. Ero sicura che questo post sarebbe stato in sintonia con te. Me ne sono accorta subito dopo avere letto il tuo. :)

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  8. C'è sempre qualcosa dell'autore disseminato qua e là... addirittura nei romanzi storici che scrivo, ambientati in epoche lontane o lontanissime. Questo sia quando uso la terza che quando uso la prima persona. Persino il compassato Flaubert, fautore dello stile neutro, diceva "Madame Bovary c'est moi", e se lo diceva lui...

    La metro Lilla è comodissima, specie ora che l'hanno collegata a Porta Garibaldi. Se ti siedi dove in teoria dovrebbe esserci il guidatore, ti sembra di essere proprio il macchinista!

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    1. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    2. Quell'affermazione di Flaubert (famosissima) dimostra come ogni personaggio nasca dalle nostre costole e finisca per somigliarci.
      non ho mai preso la lilla e non conosco di preciso il suo percorso però ricordo il cantiere in zona Domodossola, vicino a casa dei miei suoceri, che mi ha costretto a fare deviazioni per anni! :)

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  9. Penso che dividere l'autore dal romanzo sia impossibile. Come hai detto, è impensabile che qualcuno scriva riguardo un tema che non sente vicino, lo affascina, o che conosce bene.
    Io riverso molto di me stessa nei miei protagonisti e nelle vicende che faccio loro vivere. Rielaboro esperienze che ho vissuto, posti che ho visitato, sensazioni che ho provato. Personalmente, poi, metto nel mucchio anche le persone che conosco e le loro abitudini, i loro modi di dire.
    Questi piccoli dettagli li inserisco consapevolmente, mentre le mie esperienze finiscono nelle storie senza che nemmeno io me ne renda conto.

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    1. Anche nella vita quotidiana quando parliamo con le altre persone siamo condizionati dal nostro modo di essere quasi senza accorgercene. Ho notato che le persone con mania del controllo, per esempio, tendono a chiedere sempre "hai capito?" ...é inevitabile che questa tendenza investa anche la scrittura :)

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  10. Sono d'accordo sugli argomenti: se sono distanti dal nostro modo di essere e pensare, non entreranno mai nei nostri romanzi. Neanche nelle mie storie troverai mai un pilota di Formula1, per esempio.

    Proprio oggi volevo scrivere un post sul messaggio che lancia lo scrittore nelle sue opere, anche se c'entra poco con questo tema, ne avevi parlato tu nel quinto chakra, la comunicazione.
    Ma da tempo avevo in mente di scrivere un post dal titolo "Quanto c'è di me nelle mie storie" :)

    Penso che sia normale essere presenti, io non scriverei mai di posti che non mi attirano, di temi che non amo, di personaggi che non mi incuriosiscono. Si dice che bisogna scrivere ciò che conosciamo e che ci piacerebbe leggere. Noi non leggeremmo mai la storia di un pilota di Formula1, quindi non ci verrebbe nemmeno voglia di scriverla.

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    1. La nostra comune avversione per auto e motori era venuta fuori anche nel post sui tabù. :)

      Come ho scritto nella mia risposta al tuo commento al post sui chakra, sarò molto curiosa di leggere il tuo articolo. Volendo ci si potrebbe lavorare insieme. :)

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    2. Io ho scritto già il post e è programmato per il 29, ma se lo scrivi prima, posso cambiare data e lo facciamo uscire insieme magari.

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    3. Ci rifletto, grazie! :)
      Oppure leggo il tuo, ed eventualmente rispondo!

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  11. Ciao Chiara, hai posto un tema interessante. Nelle mie storie, anche nei racconti brevi, c'è molto di me. Non sempre è una scelta, spesso è un'esigenza: scrivendo, alcune sensazioni o determinati modi di vedere, che mi appartengono, prendono forma nei personaggi o nelle vicende, in modo del tutto naturale. Ultimamente, riflettendo sui protagonisti a cui ho dato vita, ho scoperto di amarli e di essere legata a loro da qualcosa di familiare. Ognuno di loro ha un pezzo di me. :)

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    1. Anche a me capita che questi modi di essere fluiscano in modo assolutamente spontaneo e la trovo una cosa meravigliosa. Mi capita spesso di leggere brani vecchi e sentire che mi appartengono profondamente :)

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  12. Credo sia impossibile non mettere dentro la propria storia la visione che si ha delle cose, della vita. Tuttavia di autobiografico ci metto davvero poco. Sono una persona banale, e non saprei cosa infilarci. Ma allora, si pontifica a propria insaputa?
    Al contrario: uno entra in una stanza buia e accende la luce: ma questo non gli impedisce di scivolare, cadere, fare un'amicizia troppo diretta con gli spigoli.

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    1. Siamo esseri umani e la nostra umanità può fluire liberamente anche nei personaggi o negli ambienti, non solo nelle vicende :)

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  13. Nelle storie che scrivo c'è sempre molto di me. La storia può essere inventata ma i pensieri dei personaggi, le loro emozioni, gioie e dolori sono miei, nel senso che esprimo quello che sentirei io nella situazione specifica da loro vissuta.

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    1. Capita anche a me di immedesimarmi nelle emozioni, anche perché sono universali é impossibile sfuggire loro, e sono un elemento fondamentale di ogni storia perché consentono al lettore di partecipare attivamente alla narrazione rendendole proprie... :)

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  14. Mi sento abbastanza presente nelle storie che scrivo, ma non credo di essere ingombrante, perché mi frammento in dettagli sparsi. Non c'è un personaggio che mi somigli, ma mio figlio trova tutte le battute di dialogo, i pensieri, i gusti e le metafore che mi appartengono e ho immortalato nella storia, sempre cercando di salvare la coerenza. Non vorrei che qualche personaggio sembrasse improvvisamente posseduto, solo per pronunciare una frase non sua!

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    1. L'ultima frase del tuo commento mi ha fatto sorridere, perché mi ha ricordato i primi tempi dopo la pausa forzata dalla scrittura, quando ricominciavo a familiarizzare con i personaggi e avevo qualche difficoltà, a volte, a staccarmi da me stessa per calarmi completamente nei loro panni. Ogni tanto leggevo dei brani e poi pensavo "il protagonista sembra un po' gay", perché non riuscivo a mascherare come avrei voluto il fatto di essere donna. Per fortuna questi tempi sono ormai molto, molto lontani ... ;)

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  15. Purtroppo per quanto io tenti di separarmi dai miei personaggi, scopro continuamente caratteristiche che abbiamo in comune. Se la protagonista non ha più gli occhi verdi, le spuntano gli occhiali, se non è più psicologa, diventa spontaneamente brava a capire la gente a colpo d'occhio.
    Il limite più grande di questa tendenza è che mi tarpo le ali da sola quando mi viene in mente che potrei maltrattare i personaggi rendendoli antipatici, problematici o malvagi, ma non voglio che la gente pensi che io sono così. Per esempio, se la protagonista è di facili costumi, allora i miei parenti penseranno che la lussuria raccontata derivi da memorie personali, anziché da pura immaginazione.
    Scegliere un protagonista maschio è una scelta difficile ma che a lungo andare potrebbe rivelarsi ottima.

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    1. Io ho due parenti-due, cioè mia mamma e mia zia, e a loro non interessa una cippa di cosa scrivo. Pensa che bello! ;)

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    2. Scegliere un protagonista maschio è stata una bella sfida anche per me. Ma intanto mi somiglia ugualmente. Anche io ho un po' paura dei miei parenti per l'eventualità di un giudizio negativo e un po' di imbarazzo per alcune scene: personaggi che si drogano, che hanno una vita libertina, che ingannano o rubano... mio padre poi è un vero bigotto! ;)

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  16. Dalla mia esperienza, concordo pienamente con te.
    Impossibile essere nettamente separati dalla propria opera. Forse questo vale in modo particolare per le scrittrici donne, che tendono a essere "di pancia" anche nella scrittura. Ho sempre ammirato la capacità di oggettivazione propria degli scrittori.

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    1. Secondo me l'oggettivazione non è mai completa: la presenza silenziosa dell'autore rimane e rimarrà sempre. In generale, io preferisco le storie vibranti di energia. Quando l'autore è legato emotivamente alla propria storia, i libri hanno una forza particolare, secondo me :)

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