Lo scrittore empatico - questione di sguardi


Ed è in certi sguardi che si intravede l'infinito.
(F.Battiato)

So che quanto vi sto per dire contrasta un po’ con l’immagine della scrittrice un po’ radical-chic e molto new-age che ormai avete di me, ma a volte mi concedo qualche scivolone qualunquista: mi piace guardare la trasmissione The Voice. Oddio, un talent-show!
La televisione, a casa mia, è un semplice soprammobile. Non sono una di quelle persone che scandiscono la propria quotidianità sulla base dei palinsesti televisivi. La uso praticamente solo collegata al pc portatile con il cavo HDMI, per vedere i film. Ma da tre settimane, al mercoledì, cedo al suo richiamo.
Tutto è cominciato una sera in cui, reduce da ore infernali, non riuscivo a concentrarmi su niente. Avevo gli occhi a palla e scrivere sarebbe stato impossibile. Anche leggere mi sembrava un’impresa titanica. E, se avessi guardato un film, mi sarei addormentata prima dell’incidente scatenante.  Quindi mi sono buttata sul divano e ho fatto zapping a casaccio per una decina di minuti, finché non sono  incappata in un tizio bravissimo che cantava “Always” di Bon Jovi. Adoro questa canzone, perché è legata a tanti ricordi importanti. Quindi l’ho ascoltata e poi… beh… ho spento a tv verso mezzanotte, perché la musica mi ha fatto salire l’adrenalina e passare il sonno. La settimana dopo, ero di nuovo lì.

La musica, nel mio romanzo, ha un ruolo fondamentale: fa nascere legami, crea fobie, struttura ricordi. A volte, diventa fanatismo, alimenta dipendenze pensanti. Dal momento che ne parlo parecchio, cerco di documentarmi meglio che posso, ma leggere e ascoltare a volte non basta: bisogna vedere.
Al venerdì e al sabato sera mi capita spesso di frequentare locali in cui suonano musica dal vivo, e ne approfitto per studiare le band, trovare nuovi elementi da inserire nella mia storia, per approfondire alcuni personaggi e rendere le descrizioni più dettagliate. Ma qui in zona ci sono sempre gli stessi gruppi, che ho visto decine di volte. Inoltre, parliamoci chiaro, non è che siano granché. Si tratta per lo più di cover-band che spaziano dai Led Zeppelin a Ligabue, spesso veri e propri cloni. Quindi mi piace guardare una trasmissione in cui senti da Bob Dylan a nuovi talenti come Stromae e Assaf Avidan. Alcuni dei concorrenti sono bravissimi, fanno venire i brividi. Da scrittrice, trovo interessante osservare come si muovano sul palco, analizzare il loro look, ascoltare le loro storie e trovare nuovi spunti creativi. Non avrei mai pensato che una trasmissione del genere potesse darmi tante idee.

Ma veniamo al dunque: ieri sera, mentre vegetavo con il telecomando in una mano e la sigaretta nell’altra, è successa una cosa che mi ha aiutato a focalizzare meglio il mio rapporto con la scrittura. In quel momento, è nata la riflessione da cui è scaturito questo post.   
Adesso vi racconto.

Appuntamento al buio.
Quando fanno le selezioni, i giudici di “The voice” sono girati di spalle. Hanno un minuto e mezzo per comprendere se un artista può entrare a far parte della loro squadra. In tal caso, premono un pulsante e la poltrona ruota in direzione del palco.
A volte, nemmeno lo spettatore può vedere il cantante, perché è nascosto dietro una tenda o ne vengono inquadrati soltanto i piedi. Capita soprattutto quando la voce è così particolare da rendere difficile capire se si tratti di un uomo o una donna.
Ieri, una di queste esibizioni cieche, è stata sensazionale. Non conoscevo il brano, ma il tizio aveva una vibrazione vocale che trasmetteva un’energia incredibile. Ricordava un po’ Ray Charles, avete presente? E io, solitamente, assorbo sensazioni come una spugna. Ero colpita, emozionata, commossa con tanto di lacrimuccia. Sembravo una quindicenne idiota.
I giudici non si sono girati. “Era solo tecnica”, hanno detto, mentre la telecamera si spostava sul volto del ragazzo. Mi sarei aspettata un omaccione con i tatuaggi, ma si trattava di un biondino intorno ai venticinque anni. Un volto pulito, di quelli che piacciono alle mamme, ma una luce negli occhi che mi ha fatto paura, mi ha colpito come una coltellata.
So che queste trasmissioni spesso sono pilotate (così come lo sono molti colloqui di lavoro) e so che potrei aver colto le stesse emozioni che, ultimamente, dominano il mio stato d’animo. Dispiacere e frustrazione. Questo ho visto e questo sento negli ultimi giorni. L’inquadratura è durata solo pochi secondi. Ma l’espressione era così eloquente che mi sono sentita quasi schiacciare.
Ho provato empatia, e non mi succedeva da un po’.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Ormai da giorni percepivo dentro di me una sorta di ribollio emotivo. Il mio cuore era come il laboratorio di uno scienziato pazzo: se metti l’ingrediente X, salta tutto per aria.
Al lavoro mi sentivo sotto pressione. Ero reduce da una brutta influenza e con un livello di energia bassissimo. Alcune persone mi rompevano le palle e non riuscivo a reagire.  Avevo voglia di urlare, di piangere, di spaccare tutto, ma chiudevo il mio quarto chakra, il cuore, con un lucchetto a doppia mandata, cercavo di anestetizzarmi e di non percepire nulla. Per me, era puro istinto di sopravvivenza.
L’ho detto più volte e l’ho scritto anche qui:  io sono molto sensibile alle energie altrui. Se ho una persona vicino, mi sembra di percepire ogni suo pensiero. E siccome molti dei soggetti che abitualmente ho intorno si muovono su frequenze negative, ero costretta a fare scudo.
Ma la creatività, voi lo sapete bene, nasce anche dalla nostra capacità di ascolto. E l’ascolto, per le filosofie orientali, coinvolge tutti i cinque sensi, non soltanto l’udito, perché porta la persona a risuonare completamente con l’ambiente che la circonda, al punto di diventare un tutt’uno con esso.
La mia scrittura, in fondo, è sempre nata da questo: dalla capacità di cogliere, negli altri, le emozioni che si nascondono dietro la maschera. E gli occhi, in tale frangente, sono una finestra su un mondo oscuro. Ma io non volevo più vedere niente. Volevo solo stare per i fatti miei ed essere lasciata in pace.
Il romanzo ha un po’ risentito di questo mio malessere. Scrivevo le scene inserite in scaletta facendo ricorso più alla tecnica che all’emozione, cosa che mi limitava tantissimo. Le mie scene migliori sono calde e vive. Se navigo in un limbo di silenzio, dalle mie mani esce solo ghiaccio.
 Trovo quasi ridicolo che sia stata una stupida trasmissione televisiva a sbloccarmi, dopo tutte le risposte che ho cercato nei miei libri. L’impassibilità dietro cui mi trinceravo è andata a farsi fottere e, all’una e mezza, ero ancora sul letto, in posizione fetale, a singhiozzare come una bambina. Ah, che liberazione! Oggi, nonostante cinque ore scarse di sonno, ho avuto una giornata piacevole e produttiva.
Il pianto di ieri ha tirato fuori tutto ciò che avevo represso nei miei tentativi di proteggermi da me stessa. Il pallone che mi sforzavo di tenere sott’acqua è tornato a galla scoppiandomi in faccia. E mi ha fatto tornare in mente delle cose. Mi ha fatto tornare in mente sguardi che non ho mai dimenticato, seppure appartenessero a perfetti sconosciuti.

Il bambino sulla spiaggia.
Agosto 2004. Ero stesa a prendere il sole sul lettino. Vegetavo passiva, pensando ai cavoli miei. Era un momento di stallo esattamente come quello che sto attraversando ora, perché mi trovavo inchiodata all’ultimo esame della laurea triennale perché mi faceva schifo e non riuscivo a passarlo, sebbene la tesi fosse già pronta da mesi. Già l’anno prima, per colpa di questa rogna, non avevo potuto iscrivermi alla laurea specialistica e temevo di realizzare una doppietta. Macinavo noia e disperazione ormai da tempo, senza riuscire a scrivere nulla.
Vicino a me, c’erano dei bambini che giocavano. Erano tutti intorno ai sei o sette anni, tranne uno più piccolo. Due, tre anni, non di più. Mi sembra di vederlo come se fosse ieri, così biondo da sembrare nordico, tedesco o svedese, quei dentini bianchi che spiccavano in mezzo alla faccia rosa e rotonda, mentre cercava di acchiappare un amico per la maglietta, le mani cicciotte protese di avanti. Una tenerezza infinita!
Ricordo che quella gioia così libera e incondizionata mi squassò il cuore, facendomi sentire in colpa.
Noi adulti perdiamo di vista il concetto di semplicità. Crediamo che il nostro ruolo e le aspettative altrui ci impongano di essere sempre preoccupati. La sofferenza è diventata quasi una virtù. Ci siamo lasciati fagocitare dalla cultura del piagnisteo. Eppure siamo liberi di decidere, in ogni momento, come reagire davanti ai problemi.
Cosa mi impediva di essere pura come quel bambino? Solo una scelta. Io mi sentivo una fallita per colpa di un esame di merda, quando avrei potuto affrontare la situazione a testa alta, senza autocommiserarmi. Avevo ventidue anni, ero giovane e, nonostante quel piccolo intoppo nello studio, non mi mancava nulla, eppure mi sembrava di vivere una tragedia.   La mia creatività agonizzava, non si esprimeva nel modo giusto perché la preoccupazione per il futuro impregnava una mia parola.  Permettevo alle mie seghe mentali di ciucciare tutta la mia forza, senza rendermi conto che potevo essere felice, anche nelle difficoltà.
Ricominciai a scrivere quella sera stessa. Il 4 settembre passai l’esame. Il 28 mi laureai e, il 19 ottobre, giorno del mio ventitreesimo compleanno, passai la selezione per la laurea specialistica. Nello stesso periodo conobbi il mio attuale compagno e, a lezione, i miei amici più cari, ancora oggi una sorta di famiglia adottiva. Credo di aver tolto il tappo, quel giorno. Probabilmente ho attivato un ingranaggio invisibile che ha rimesso in moto la mia vita. Dopo di che, tutto è cambiato.

Il ragazzo in libreria.
Ero alla Mondadori, a Sanremo. Non mi ricordo esattamente in che anno, forse 2007 o 2008. Nemmeno in quel periodo ero al settimo cielo, probabilmente stavo cercando lavoro. Ed era estate. Sì, di questo sono assolutamente sicura. Pioveva che dio la mandava, uno di quei temporali che non ti dimentichi mai più, ma faceva un caldo boia.
Ma ricordo che stavo curiosando fra le nuove uscite quando notai una coppia mano nella mano. Avevano l’accento torinese e un look da turisti: calzoncini, camicia a fiori, barba lunga. Entrambi, con buona pace degli omofobi. 
Ricordo di essere rimasta colpita da uno di loro due, in piedi vicino al totem dei thriller. Mentre il suo compagno gli parlava, rispondeva a monosillabi e si guardava intorno circospetto, come se dagli scaffali stesse per sbucare l’incredibile Hulk. Sembrava spaesato, perso dentro se stesso, estraneo alla situazione. C’erano dei problemi che gli impedivano di godersi la vacanza, generando una tristezza di fondo che si propagava nell’ambiente, quasi per osmosi.
Mi sono sentita improvvisamente vicina a questa persona, non so nemmeno io perché. Forse perché in quei tempi – quando ancora non conoscevo il reiki e la filosofia orientale – anche io ero sempre distratta da un pensiero, da un ricordo o da un problema che mi pungolava il cervello anche nei momenti più felici, impedendomi di rimanere focalizzata sul presente. Mi sentivo sempre fuori luogo.
Per un attimo, ho avuto l’impressione di essere meno sola. Avevo trovato un fratello di sventura in mezzo alla folla. E, alla fine, abbiamo comprato lo stesso libro.

Quando non riuscivo più a vedere.
Ho parlato tante volte del periodo in cui mi sono allontanata dalla narrativa. Avevo tanti, tanti problemi, tanti blocchi emotivi ed energetici. In particolare, avevo perso la mia socialità. Uscivo quasi tutte le sere, ma non ero interessata agli altri. Non li percepivo più e ogni interazione stazionava su un livello molto superficiale. In particolare, ero piena di rabbia nei confronti del mio passato.
Avevo da poco conosciuto la meditazione e la visualizzazione creativa e, nonostante gli immensi benefici, queste pratiche all’inizio sono difficili da gestire, perché portano a galla tutto ciò che non è stato risolto, chiedendoci di ripulirlo, di lasciarlo andare, di perdonare noi stessi e gli altri.
La consapevolezza, a volte, fa un male cane. Mentre imparavo a vedere oltre il velo di maya, scoprivo sugli altri delle cose che non mi piacevano per niente. Sarebbe esagerato forse dire che odiavo tutti, ma quasi. Sentivo di essere circondata da nemici. Criticavo negli altri ciò che non riuscivo ad accettare di me stessa. La mia capacità di immedesimazione e di empatia era pari a zero.
Ora comprendo il motivo per cui ho abbandonato la scrittura.

Lo scrittore ha bisogno di sguardi.
Io non credo al mito dello scrittore misantropo. Senza le persone che mi circondano, non potrei creare nessun personaggio, nemmeno una comparsa. Il contatto umano  accende la lampadina di cui parlavo qui.
A volte basta uno sguardo, per far nascere una storia. Basta un gesto, una parola, la sensazione di essere immersi in un ambiente emotivo condiviso.
Ogni persona ha negli occhi una luce che non si può mai mascherare completamente, perché dice sempre la verità. Quindi noi, come scrittori, non dobbiamo mai smettere di osservare e percepire.

Il lancio della patata bollente.
Questo post è stato un flusso di coscienza così potente che ho quasi paura a pubblicarlo. Non ho nessuna domanda da porvi. Lasciatevi andare, come ho fatto io. Scrivete, semplicemente, a ruota libera.

Postilla.

Grazie ad Aislinn, Tenar e Cristina M. Cavaliere per il Boomstick Award. Ho deciso che pubblicherò il post al di fuori dai due consueti aggiornamenti settimanali, per non togliere spazio alle idee che, in questo periodo, mi stanno travolgendo. Probabilmente vi risponderò domani o nel weekend! 

Commenti

  1. Miiiiii, non so cosa dire. Però ho letto tutto con interesse. Un abbraccio. Sandra

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    1. Sono contenta che ti sia piaciuto. :) poi ci sentiamo per le altre cose ...

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  2. La musica, la buona musica, fa spesso questo effetto e la televisione non è per forza un oggetto malvagio. Dipende molto da come la si utilizza. Se la si guarda tutte le sere per anestetizzare il cervello... ecco, quello non è un buon modo.
    Io ho smesso di scrivere per ben dieci anni. Avrei potuto continuare così, vivendo una vita felicissima. Felicissima, ma non completa. Si nasce scrittori.

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    1. La TV é come internet. Non è né positiva né negativa, ma dipende dall'uso che se ne fa. Io non la guardo perché mi annoia e non sopporto la pubblicità. Ma se spunta una trasmissione che mi piace (una volta all'anno circa) la seguo senza problemi.

      Scrittori si nasce, lo penso anche io. E un vero scrittore sa cosa scrivere anche quando non è incanalato su binari prestabiliti. ;)

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  3. ...per la musica, o il cinema, l'empatia è più semplice, l'immediatezza senza fatica aiuta grandemente...

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    1. Sono due forme comunicative completamente diverse.
      Un libro ha un approccio uno - uno.
      Un film o una canzone, invece, uno - molti.
      Anche le tempistiche variano. Un libro puoi leggerlo in 3 o 4 giorni. Un film dura un'ora e mezza. Una canzone pochi minuti. Per questo è difficile paragonarne l'impatto. :)

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    2. I libri però, quelli buoni, ti rimangono dentro però molto, molto a lungo. ;)

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    3. Anche certi film e certe canzoni 😊

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  4. Da qualche settimana compilo schede su personaggi e ambienti a ruota libera. Ho anche iniziato da qualche giorno a scrivere delle scene cercando di andare avanti senza fermarmi, senza rileggere. È uno sforzo enorme perché io invece vorrei tornare indietro, limare subito. Come andrà a finire non lo so. Però rifletto parecchio. Ho già segato un paio di scene che credevo fossero importanti, invece erano "fuffa". La riflessione, il domandarsi: "A che serve?", il rimandare la scrittura (nonostante prudano le mani), mi sembrano espedienti utili. Vedremo...

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    1. Ci sono passata anche io. I primi tempi in cui ho ripreso a scrivere non sono stati facili. Tendevo a rileggere mille volte e a cancellare. Poi mi sono accorta che non miglioravo il testo, anzi... troppo mentale impoverisce, e le parole hanno bisogno di decantare. Se posso darti un consiglio, non interrompere l'allenamento che stai facendo. Arriverà un momento in cui ti sbloccherai, e la tendenza a rileggere e correggere passerà da sola. É tutto mentale che ti separa da te stesso... :)

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  5. Se comincio a raccontare io le suggestioni vissute grazie agli sguardi delle persone che ho incrociato nella vita, ne possiamo fare uscire insieme un nuovo romanzo!
    Solo questa: ero a Torino per un concorso (all'indomani della mia laurea) ed era novembre. Torino, a novembre, è sotto la morsa del freddo polare, o almeno io non ho mai visto il ghiaccio svegliarmi al mattino, alzando le persiane del balcone: da casa di mia cugina,che mi ospitava, il panorama era spettrale (ho delle foto che testimoniano il mio stupore, dovuto sicuramente al fatto che noi, ancora in quel periodo, andavamo a trascorrere i week-end a Mondello). Dunque, quel giorno mi sono organizzata per prendere l'autobus che mi avrebbe portato nel luogo, che adesso non rammento più, scelto per le selezioni del concorso.
    Avevo attorno al collo una sciarpa caldissima di lana, guanti e berretto a coprirmi quasi gli occhi. Alla fermata dell'autobus mi è toccato aspettare qualche minuto, non c'era nessun altro a parte un barbone, alle mie spalle, che provava a farsi scudo con un cartone che disponeva attorno alla panchina su cui giaceva con movimenti lenti e poco precisi. Gli ho lanciato un'occhiata furtiva per non essere inopportuna, poi per un attimo, un solo attimo, ho incrociato il suo sguardo. Il gelo percepito sulla pelle si è trasferito all'interno del mio corpo: quell'uomo raccontava una vita di stenti, rinunce ed umiliazioni dietro quei suoi occhi liquidi. Ho sofferto per lui e con lui. Mi sarei tolta la sciarpa e gliel'avrei donata se la mia volontà non avesse incontrato una forte resistenza.
    Non ho mai dimenticato la dignità di quell'uomo e ancora adesso vivo il rimpianto di non avere ceduto al mio egoismo.
    Ricordi che porto con me!

    Il tuo post è molto bello, al di là delle riflessioni che stimolano. Sono sicura che molti, leggendolo, hanno pensato ad un episodio della loro vita in cui uno sguardo è stato determinante per qualcosa.

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    1. Sono molto felice che l'articolo ti sia piaciuto. :)
      é stato scritto di getto, a tratti può risultare grossolano e poco curato, ma avevo proprio bisogno di andare a briglie sciolte, stavolta. Il mio blog é sempre meno tecnico e sempre più personale. Non so quale piega prenderà, ma va bene così.
      Bellissima anche la tua storia. Spesso il dolore nello sguardo altrui fa capire la fortuna che abbiamo. Una persona sofferente spesso non sa guardare. Occorre una luce che filtri attraverso una crepa, ricordandoci che dall'altra parte c'è un mondo più bello e intenso di quello che riusciamo a vedere se rimaniamo dall'altra parte del muro. :)

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  6. In generale io faccio fatica a provare forti empatie. Tutto dipende dalle circostanze e dalle modalità con cui ricevo un'informazione. Non sono indifferente, ma forse ogni tanto un po' distaccato. Anche verso me stesso, non solo con gli altri.
    E questo si ripercuote anche sulla mia scrittura perché non sono sempre in grado di imprimere le mie emozioni su carta. Devo anche dire però che la scrittura è un esercizio anche per i sentimenti e da quando scrivo le sensazioni, positive o negative (ahimè) che siano, mi raggiungono molto più facilmente: la scrittura mi rende più sensibile.
    Come anche la lettura, che mi trasporta e mi fa riflettere. La televisione invece è perlopiù una distrazione per me, se si esagera ovvio: la guardo come divertimento e per rilassarmi ogni tanto, ma l'appuntamento quotidiano spesso può essere trascinante e diventare una distrazione.
    In sostanza anche io ho bisogno della scrittura e, certo, è difficile in certi periodi scrivere, però farlo mi solleva e continuare è una gioia immensa!
    Gianluigi

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    1. Scrivere aiuta a sbloccare le emozioni represse. Occorre però la nostra disponibilità a lasciarci andare, a scioglierci consentendo alle energie di scorrere. Solo così la scrittura può diventare un mezzo per sciogliere i nostri vincoli interiori e risultare libera e spontanea. Diversamente, sarà chiusa dentro un blocco di marmo! :)

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  7. Non conoscevo questo programma "The voice" e non credo che mi piacerebbe, però a volte troviamo qualsiasi scusa pur di farci una bella gnolata catartica :)
    Io sotto Natale quando ero in Italia mi sono commossa a guardare Albano (di Albano e Romina) che faceva un programma tipo "C'è posta per te". Più in basso di così...
    Anch'io, certo, ricordo sguardi e situazioni che mi hanno segnato, ma vorrei farti una domanda per il tuo prossimo post: ricordi quando tu sei stata il catalizzatore del cambiamento di altri? Sarebbe interessante sapere l'altra faccia della medaglia. Io, per conto mio, posso annoverare almeno cinque persone che dopo aver passato qualche ora con me sono andate a casa e hanno preso un biglietto aereo :) Sono il mago Silvan delle agenzie di viaggi!

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    1. La trasmissione è molto carina. Sul sito della Rai ci sono i video e le repliche. Se vuoi dai un'occhiata! Comunque sono d'accordo sul fatto che questi improvvisi risvegli non nascono dal nulla. Lo stimolo esterno non fa altro che agganciarsi a una sensazione che già esiste dentro di noi, ma della quale non siamo consapevoli...

      Bello il suggerimento per il post! Io ho avvicinato un paio di persone (fra cui il mio compagno) alle filosofie orientali. Rifletto sull'idea di trasformarlo in un articolo. Se riesco a collegarlo alla scrittura lo scrivo, perché non voglio andare troppo off-topic! :)

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  8. Non c’è una canzone di cui riesca a ricordare le parole e se provo a cantare mi traumatizzo da sola per la pessima intonazione, eppure The Voice è uno se non l’unico programma televisivo che riesco a seguire volentieri. E’ interessante come riesci a trarre spunti e riflessioni da ogni cosa :-)

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    1. A me diverte molto. Inoltre, da ex adolescente degli anni '90, ho un legame quasi generazionale con J-Ax e Piero Pelù! :-D Mi fanno ridere tutti i cantanti trentenni che dicono, quasi con orgoglio, che il loro primo cd è stato degli Articolo 31... sai che novità! Ce l'avevamo tutti! :-D

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    2. Vero. E poi i due che hai nominato sono gli unici personaggi fuori di testa (leggi interessanti) che meritano un po’ di attenzione anche oggi, visto che tutto il resto è noia (mi riferisco ai palinsesti televisivi). Per restare in tema di passioni in comune, se Asaf Avidan torna in Italia per qualche concerto sarebbe il caso di andarci insieme noi due, anche se poi dovranno metterci la camicia di forza per impedirci di saltare sul palco, in particolare se canta The Disciple o The House of the Rising Sun :-D :-)

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    3. Io l'ho visto dal vivo quando è stato ospite a Sanremo, cantando "One Day"... non lo conoscevo prima di allora. Era semplicemente fantastico! Ho ancora la pelle d'oca! :)

      P.S. ricordo una volta, quando avevo 13 o 14 anni, di aver fatto ascoltare "Voglio una lurida" al mio patrigno, musicista. Lui rise da matti, poi disse "Questo fra un mese è sparito, perché queste cose non durano!"... stiamo parlando di J-AX, che ha già fatto la greatest-hits dei 20 anni di carriera, se non sbaglio! A me non piace il rap, però quello italiano l'ha inventato lui, tutti gli altri sono imitazioni... e anche se le sue canzoni non sono capolavori, mi ricordano la mia adolescenza quindi ci sono affezionata!

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  9. Ciao Chiara, interessante questo post. Sebbene sia pericoloso chiedermi di lasciarmi andare (la logorrea è sempre dietro l’angolo), provo a farlo. Vediamo che ne esce fuori.

    La musica ha un enorme potere evocativo su di me. Se voglio scrivere, metto le cuffie nelle orecchie e mi distraggo facendo qualsiasi cosa finché non vengo proiettata nella realtà dei miei personaggi. E non capita solo quando sono seduta davanti al pc, con un file di word aperto e iconizzato. Succede anche per strada (e se ci sono pali nei paraggi sono guai!).

    Le persone invece… non mi hanno mai fatto scattare alcuna scintilla. È molto interessante leggere ciò che accende la fiamma creativa di un altro scrittore, perciò ti ringrazio per questa lettura. Se sono circondata dalla gente, la mia attenzione si focalizza sui dettagli. Amo osservare, colgo particolari assurdi e sono capace di distrarmi e isolarmi per ore in mezzo ad una folla per questo motivo. Ma il contatto umano non ha mai acceso alcuna lampadina in me, anzi… l’esatto contrario, io ho bisogno di solitudine per mettere in moto il mio lato creativo. La socialità, per me, è fonte di blocco (ma non sono uno scrittore misantropo).

    Sono empatica a modo mio. L’empatia l’associo al mio sesto senso: una minima vicinanza, un minimo sguardo, mi permettono di capire al volo com’è la persona e istintivamente scatta un immediato feeling o la repulsione. Credo che l’empatia dipenda anche dal proprio stato emotivo del momento, ci sono certi periodi in cui ho le barriere così alte che nulla penetra e altre, invece, in cui sono talmente vulnerabile che vengo travolta dalle sensazioni, come hai raccontato tu. Se chiudo gli occhi e penso a cosa mi smuove nel profondo, però, mi viene in mente il volto degli anziani. Sono affascinanti, hanno così tanto da raccontare quei visi raggrinziti dal tempo e quegli occhi saggi (e talvolta malinconici) che… mi incantano. Ma nessuna ispirazione alla scrittura.

    Al contrario, divento estremamente empatica con i miei personaggi, così empatica che, mentre scrivo, avverto fisicamente ciò che provano loro e descrivere quelle sensazioni su un foglio diventa la cosa più naturale del mondo. È per questo che cambio umore quando scrivo, posso passare dal ridere divertita al sentire una morsa di sofferenza allo stomaco nel giro di pochi minuti, è difficile che un non scrittore possa capire… ma se dovessi descrivere con una sola parola la scrittura e ciò che provo quando vedo scorrere le immagini davanti ai miei occhi come se fossero un film, me ne viene in mente soltanto una: trance.

    Oltre alla musica, ciò che accende in me la scintilla sono i luoghi. Una sera ero seduta sui gradini di una semi buia e silenziosa Piazza Maggiore a contemplare i palazzi medievali intorno a me. Tutta sola e con un immancabile blocco note poggiato sulle gambe. Sono passati anni, ma ogni volta che mi catapulto lì col pensiero, mi torna sempre alla mente la storia che in quel momento nacque nella mia testa (e davanti ai miei occhi). Non l’ho ancora scritta, ma è sempre lì che spinge per uscire…

    Fermo qui questo mio sconclusionato flusso di pensieri. Ho letto i commenti (impossibile non farlo, sono super curiosa) e la domanda che ti è stata posta come suggerimento per un prossimo post mi piace molto. Se riuscirai a renderlo "non troppo off-topic" (ma quando uno scrittore parla di sé, nulla è off-topic secondo me), leggerò con molto interesse.

    Niente, non ce la posso fare ad essere sintetica :-)

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    1. Io ho avuto un periodo in cui mi sentivo un po' asociale, ma questo non ha assolutamente giovato alla mia scrittura. Al contrario, non avevo niente da dire. è vero che anche i luoghi ispirano, però secondo me ciò che dà dignità a un posto, chiedendo di essere raccontato, è proprio l'interazione che avviene al suo interno. Anche un paesaggio naturale incontaminato e meraviglioso diventa noioso per il lettore, se non si fa in modo che, lì, accada qualcosa. Per questo motivo, io sono molto affascinata dai non-luoghi (ne ho parlato qui: http://appuntiamargine.blogspot.it/2014/07/ambientazioni-il-fascino-impersonale.html) : sono posti assolutamente vuoti, ma dialogano con il personaggio e acquistano un senso proprio perché il personaggio li vive.
      Anche io, inutile dirlo, sono molto empatica nei confronti dei miei personaggi e condivido le loro emozioni! :)

      P.S. Non ti preoccupare se non riesci a essere sintetica. Per me è un pregio! :-D

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    2. Credo che molto dipenda da ciò che si scrive... poi, naturalmente, ad ognuno la scintilla scatta in modo diverso, l'importante è che scatti.
      Ho letto il post che mi hai linkato, grazie, ma non credo di aver mai ragionato sui luoghi in quel modo. Forse... non credo di avere la necessità di ragionare in genere. Quando scrivo, scrivo senza regole. I manuali mi fanno storcere il naso :)
      Non sono un'amante della descrizione degli ambienti, mi annoiano. Ciò che intendevo dire è che la gente mi distrae. Se nel posto in cui mi trovo non c'è anima viva, la "me visionaria" inizia a vederlo animato: individui e animali che non sono realmente lì ma che si muovono e interagiscono fra loro. Se ci fossero persone in carne ed ossa mi bloccherebbero la "visione". Ma concordo con te, è proprio l'interazione col personaggio che conta, il resto per me è solo background.
      Quando scrivo rifletto ben poco sulla relazione fra luoghi, personaggi, storia ecc. Magari un giorno parlerò in dettaglio del mio strambo processo creativo in un blog, quando mi deciderò ad aprirlo :)

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    3. Sicuramente ognuno ha il suo percorso e le sue strade da seguire, che tra l'altro non sono statiche e monolitiche, ma seguono delle fasi. Se una cosa ci colpisce adesso, non è detto che sia lo stesso domani. Siamo sempre in evoluzione. E l'evoluzione è continua! :)

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  10. Anch'io non guardo mai la tivù, come te, ma sento gli echi delle trasmissioni che guarda mio marito, talent show inclusi, e devo dire che sono le uniche cose che attirano la mia attenzione. Un po' è bello scoprire quanto possono essere bravi degli sconosciuti (come gli scrittori?), un po' si empatizza con loro, si immaginano i loro sforzi, i loro sogni, il desiderio di imparare e di farsi conoscere. C'è qualcosa di bello in questo. :)

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    1. Io ho guardato le prime edizioni di X Factor, poi ho smesso (l'ultima che ho visto è quella in cui ha vinto Mengoni, quindi almeno 5 o 6 anni fa), mentre di The Voice avevo a malapena sentito parlare. è già la terza serie che fanno, ma non ne avevo mai visto nemmeno un minuto. E mi piace proprio per il motivo che dici tu: fra artisti, ci si capisce! ;)
      C'è anche da dire che la trasmissione è gestita in modo che non sia solo emozionante, ma anche spiritosa e divertente.

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  11. Non ho mai conosciuto persone hanno ancora potere e far accadere le cose in questo modo. Il mio nome è Elena Alexandra, mio ​​marito Alexandra mi ha lasciato per un'altra ragazza per tre mesi da allora la mia vita è stata piena di dolori dolore e spezzare il cuore perché è stato il mio primo amore, Un mio amico Stephanie mi ha detto che ha visto alcune testimonianze di questo grande Dr. Luke Lele Spell Tempio che egli può portare indietro il mio amante all'interno di alcuni pochi giorni, mi viene da ridere fuori e ha detto che non mi interessa, ma per l'amore il mio amico aveva per me, ha consultato il grande sacerdote a nome mio e per la mia più grande sorpresa dopo tre giorni il mio marito mi ha chiamato per la prima volta dopo tre mesi che mi manca e che lui è così dispiaciuto per tutto quello che mi ha fatto passare. io ancora non riesco a crederci, perché altamente incredibile semplicemente troppo reale per essere vero. Grazie Dr. Luke Lele per riportare mio marito e anche per la mia bella amico che ha interceduto a mio nome, per tutti coloro che potrebbero aver bisogno l'aiuto di questo grande sacerdote puoi contattare la grande Erboristeria e un mago su drlelespelltemple@outlook.com

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