La scrittura imprigionata nella zona di comfort (2)


Non ci si libera di una cosa evitandola, ma soltanto attraversandola. 
(C.Pavese)

Sono molto contenta nell’ appurare che il mio articolo “La scrittura imprigionata nella zona di comfort (1)” è stato apprezzato e lodato dai lettori. Per questo motivo, ho deciso di scrivere immediatamente la seconda parte, senza prestar fede al principio della rotazione di argomenti che tanto mi sta a cuore.
Questa volta, non ho bisogno di alcuna introduzione: sapete già cos’è la zona di comfort e quale protezione ci offre. Chi avesse perso la prima puntata, può recuperare il pezzo al link di cui sopra.
Tutti gli altri, possono continuare l’excursus dei comportamenti con i quali tendiamo a rinchiuderci dentro la zona di comfort. Riusciremo a cambiare? Io ci provo. E voi?



Sfuggire le scene imbarazzanti.
Come ho avuto modo di evidenziare anche in altri post, uno degli aspetti critici su cui sto lavorando è la difficoltà a liberare completamente la mia creatività quando scrivo brani difficili o dall’argomento scomodo. Pensare che prima o poi qualcuno le leggerà mi fa sudare freddo. Ed è in questi momenti che il censore interno si risveglia dal coma, legandomi le mani.
Nel mio romanzo, saranno presenti alcune scene un po’ “spinte”. Ho riflettuto a lungo se inserirle o meno, però sono importanti per lo sviluppo della trama, una in particolare. Inoltre, la loro presenza offre una visione più completa dei protagonisti, del loro carattere e della loro relazione. Niente di esagerato, sia chiaro: la volgarità non fa parte del mio modo di essere e le cinquanta sfumature di grigio risultano ben lontane dalla mia sensibilità. Tuttavia, era necessario osare un po’ di più rispetto a qualche casto bacetto qua e là.
 Ho scritto una sola di queste scene e… mamma mia che vergogna! Nella prima versione, mi è uscita fuori una roba da educanda. La seconda volta sarei riuscita ad imbarazzare anche Rocco Siffredi. Adesso va piuttosto bene. O almeno credo: fra un mese la penserò nello stesso modo? Chissà.
E magari fosse solo questo a inibirmi! Una volta ho scritto una scena di violenza: una donna aggredita a casa sua e picchiata da uno stalker. Un mio lettore-cavia ha definito il risultato “manierista”: ero talmente turbata dal tema che solo distaccandomene avrei potuto affrontarlo dignitosamente. Non si trattava, però, di quella “testimonianza priva di giudizio” di cui parlerò al capitolo tre. Avevo eretto un vero e proprio muro fra me e l’evento narrato. L’avevo scritto cercando di proteggermi. Morale della storia? Il brano era pieno di arzigogoli stilistici, ma freddo come il ghiaccio. Prima o poi lo rifarò da capo, sperando che il risultato sia migliore. Se non sarà così, lo eliminerò del tutto.
Fin da piccoli i nostri genitori ci hanno insegnato a distinguere bene e male, giusto e sbagliato. Però ce l’hanno insegnato sulla base non di una verità assoluta, ma delle loro personali categorie.  C’è chi ha avuto un’educazione più rigida e chi meno, ma ciascuno di noi, almeno una volta nella vita, si è sentito sgridare perché aveva detto o fatto qualcosa di inopportuno. Oggi non esiste più la censura di un tempo, ma io ritengo che viviamo ancora in una società bigotta. C’è chi considera sconveniente un bacio, chi punta il dito contro gli omosessuali, chi crede che gli stranieri siano tutti spacciatori o delinquenti … c’è un gran conformismo, un malsano bisogno di non essere considerati degli outsider. Eppure, come ho evidenziato anche nell’ articolo più letto del blog, un artista è quasi chiamato ad ergersi sopra la massa mantenendo intatta la sacrosanta libertà di essere se stesso. È la sua natura ad imporglielo. Se si fa tagliare le corde vocali dalla smania di essere politically correct, la sua scrittura cessa di essere una testimonianza e finisce per rappresentare una realtà surrogata, edulcorata, quasi utopica. A questo punto, meglio scrivere favolette per bambini.
Se vogliamo mostrare un brutale omicidio, cosa penserà la società?
E noi, invece, cosa pensiamo di noi stessi?
Questo è l’interrogativo che, a mio avviso, deve starci maggiormente a cuore. Forse abbiamo paura più delle nostre ombre che delle reazioni altrui. Scappiamo a gambe levate da certi argomenti perché abbiamo paura di guardarci dentro. Ma dobbiamo essere in grado di parlare anche di ciò che ci inibisce, se la storia ce lo chiede. E dobbiamo farlo senza alcuna paura. In fondo, siamo liberi di scegliere se farci contaminare dalle nostre stesse parole, oppure guardarle dall’esterno come se non ci appartenessero, accettandole e non giudicandole. Accettandoci e non giudicandoci.
Quando scriviamo una scena che rischia di essere impopolare, dobbiamo fare in modo che nel risultato ci sia la giusta dose di intensità. Dobbiamo divertirci, nel redigerla. Mal che vada, non uscirà mai dal nostro pc.

- Partorire personaggi perfettini.
I nostri protagonisti spesso rappresentano il nostro modo di essere, sono figli non sempre desiderati di quell’ inconscio che vorremmo tanto mettere a tacere. Quindi, vorremmo proteggerli dai mali del mondo, chiuderli dentro una teca di vetro.
In narrativa, questo è impossibile per due motivi. Innanzi tutto, per mandare avanti la trama dobbiamo generare ed alimentare il conflitto. In secondo luogo, abbiamo bisogno di creare un arco di evoluzione: come può il personaggio maturare se è già perfetto? Ci servono dei lati oscuri, più o meno evidenti, su cui farlo lavorare. Diversamente, la storia si inchioda e rischia di non ripartire più.
Perché ci facciamo scrupoli, dunque?
Perché abbiamo così paura che soffrano o che sbaglino?
Io non conosco la risposta precisa a queste domande. Forse, ciascun autore ha la propria. Però posso raccontarvi un aneddoto.
In questi giorni, rimettendo mano alla scaletta fatta in precedenza, mi sono trovata indecisa se far combinare al protagonista un grosso guaio oppure lasciarlo fuori. Si tratta di un’azione abbastanza meschina ma coerente con il suo vizio di incasinarsi la vita.
Ero già propensa a spingerlo nel baratro quando, all’improvviso, è sorta una domanda molesta:  e se poi diventa antipatico al lettore? L’immedesimazione, in fondo, è la chiave per tenere il lettore inchiodato alle pagine. Se questo meccanismo si inceppa, il distacco è una conseguenza quasi inevitabile.
Ci ho rimuginato parecchio, poi ho deciso che sì, lui farà questa cazzata perché ne ha bisogno per crescere. Dovrò lavorare duramente affinché il lettore possa comprendere le sue motivazioni e continuare a volergli bene. E gli offrirò anche la possibilità di rimediare.
L’eroe senza macchia e senza paura non esiste nella letteratura post-moderna. E, se esiste, non è più molto gradito. I personaggi che piacciono sono quelli che somigliano alle persone reali, che hanno pregi e difetti, che sbagliano e si pentono.
Quella dell’immedesimazione era una paura fittizia che ne nascondeva un’altra, molto più profonda. Me ne sono accorta solo in un secondo momento, quando ho messo a punto i dettagli delle scene incriminate.
Il comportamento infame che mi ha causato tanti dubbi è lo stesso tenuto per anni da una persona che non ho mai perdonato fino in fondo. Da un lato lo desidero, dall’altro ho sempre vissuto con questo rancore. Non so come potrei farne a meno.
Parlarne mi avrebbe costretta (e mi costringerà) ad uscire dalla mia zona di comfort per guardare in faccia alcune ombre del mio passato. Forse sarà un’occasione per accettare il mio vissuto, buttare fuori tutto il dolore e guardare avanti. Eppure si sta così bene, in questo guscio protettivo. Ciò che mi aspetta, lì fuori, non mi piace per niente. Non so nemmeno se sono pronta ad affrontarlo. Però ci voglio provare.
La scrittura è catartica. Tutto ciò che preme per uscire dalla nostra tastiera è lì per un motivo preciso. Forse non siamo in grado di coglierlo fino in fondo ma, raccontarlo è un modo per mettere nero su bianco le nostre ombre più cupe. Solo dopo essercene liberati, comprenderemo che quel mostro non era poi così terribile. Diversamente, continueremo a portare sulle spalle il nostro pesante fardello.

-Schiavitù del giudizio (proprio ed altrui).
Inizialmente volevo affrontare tale argomento soltanto sotto il profilo morale, poi ho deciso di considerarlo  su scala più ampia.
Premessa: io odio il giudizio. Penso sia una trappola mentale alquanto perversa, nella quale cadiamo fin da piccoli, quando a scuola ricevevamo il voto per i nostri compiti e, sulla lavagna, la maestra annotava i nomi dei “buoni” e dei “cattivi”. Siamo talmente abituati che non riusciamo ad osservare nemmeno una lucertola stesa al sole senza esprimere un’opinione al riguardo.
Un giudizio può essere emesso, oppure subìto.
Ciascuno di noi analizza le proprie opere, le guarda con occhio critico e, talvolta, le ripudia come se non gli appartenessero. Siamo tendenzialmente più duri con noi stessi che non con gli altri: basta un piccolo passo falso e ci sentiamo dei falliti.
Ma è il potenziale lettore che ci sembra un orco cattivo, con i denti aguzzi e gli occhi fuori dalle orbite. Vorremmo che non esistesse ma, nello stesso tempo, abbiamo bisogno di lui. Gli mandiamo le nostre bozze, cerchiamo conferme. Quando qualcosa gli piace, ci sentiamo al sicuro. “Se ha detto così mi fido…” pensiamo, come se la sua opinione fosse emessa da dio padre onnipotente. E ci sediamo sugli allori.
Far leva sui propri punti di forza è fondamentale ma, se non ci proponiamo continuamente nuove sfide, blocchiamo la nostra evoluzione. In fondo, l’ arte è movimento, è crescita, è un fiume che scorre e che a volte ha la necessità di rompere gli argini. Imprigionandola, creiamo un blocco energetico.
C’è chi ritiene – non so se a torto o a ragione – che il blocco dello scrittore non esista. Invece esiste eccome. E la parola stessa riassume perfettamente il suo significato: blocco.
Se l’energia creativa non scorre fuori dalla nostra mente, trasformandosi in un testo che possa rispecchiare il nostro sentire, rischia di congelarsi e toglierci la voce. Sappiamo benissimo che le nostre opere sono lo specchio di ciò che siamo.  Se abbiamo paura di loro, quindi, abbiamo paura di noi stessi.
La paura scompare nel momento in cui si riconosce che qualunque tipo di giudizio, buono o cattivo che sia, è strettamente individuale, è figlio delle convinzioni personali, dei gusti e del background di colui che emette la sentenza. Pertanto – a meno che non faccia riferimento ad elementi misurabili e tangibili, difficili da riscontrare in un’opera d’arte – sarà sempre viziato da criteri che non hanno nulla a che vedere con la qualità effettiva del materiale da noi prodotto.
Quante volte vi è capitato di ricevere due opinioni completamente discordanti sul medesimo testo? A me è successo moltissime volte. Quindi, come faccio a capire chi ha ragione? Semplice: cerco di appoggiarmi al principio dell’ osservazione silenziosa senza sforzo
Nello yoga e nelle arti marziali, l’individuo compie i propri gesti in piena consapevolezza ed autonomia, senza giudicare se stesso. Entra nel flusso delle cose e le lascia scorrere. Semplicemente le guarda, come se non gli appartenessero.
Quando si fa meditazione, dobbiamo far sì che i pensieri ci sfiorino appena e poi lasciarli andare. Sappiamo che esistono, sappiamo anche che sono brutti, però riusciamo ad accettarne la presenza con silenziosa dignità. E, nel momento in cui smettiamo di opporre resistenza, inizia la trasformazione del buio in luce, del male in bene.
I nostri piccoli o grandi difetti di scrittori vanno trattati nello stesso modo. Io conosco le limitazioni tecniche su cui devo lavorare, così come conosco i miei pregi. Eppure mi ripeto continuamente che sto imparando, che non posso pretendere troppo da me stessa dopo cinque anni di silenzio.
Una volta, ero demoralizzata per un errore sul lavoro, ed un collega mi ha rincuorata dicendo: “le uniche persone che non sbagliano mai sono quelle che non fanno un c…o”. Un’affermazione semplicissima, forse addirittura banale, ma profondamente vera.
Io sto scrivendo:  forse è questo che conta.
Per qualunque alto problema, la soluzione è oltre il limite.

Ora che è terminato l’excursus sulla zona di comfort, in quale fra le problematiche elencate vi trovate maggiormente? Ve ne vengono in mente delle altre? Non escludo che ci possa essere una terza parte, se arriva l’ispirazione giusta!

Commenti

  1. Ah, lo aspettavo questo post, e non mi ha deluso, anzi!
    Allora, le scene hot o violente sono ancora il mio punto debole, con il massimo di ansia quando si unisce la violenza al sesso. Non per paura del giudizio morale, se mai per quello estetico, sembrare ridicola o quanto meno non naturale. Il risultato? Quando posso sfumo ancora. In un memorabile caso, un romanzo che (sarà un caso?) ha ricevuto molte lodi, ma nessuna proposta di pubblicazione, violenza e sesso proprio non potevo evitarli. C'era davvero tutto, corpi squartati descritti con dovizia di particolari, un protagonista bisessuale e la scena più cruda che abbia mai scritto, una violenza sessuale gay. Il mio gruppo di lettori cavia comprende, tra gli altri, una docente di religione e un'altrettanto cattolicissima cognata. Alla fine tutti i lettori sono arrivati in fondo e hanno reputato assolutamente necessarie quelle scene. Da allora (e sono passati due anni), però, non mi sono più cimentata in storie così oscure. Non è solo una questione di comfort. Da certe storie si esce stando male. Forse pure troppo.
    Sugli altri due punti me la cavo meglio, spero. Personaggi perfettini non ne ho (ho in programma anche un post sull'espediente narrativo di far compiere al protagonista un grosso errore, lo scriverò appena troverò un termine migliore di "Grande Cazzata").
    Il giudizio è inevitabile, almeno quando si decide di far uscire i propri scritti dal cassetto. La paura non passa mai, ma più o meno ci si convive. Più o meno.

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    1. Io quando scrivo sul blog non mo trattengo se devo usare delle parolacce. Ho usato il termine "cazzata" perché non me ne veniva nessun altro. Ma se divento troppo sboccata sgridami pure. Mi piace scrivere in modo vero, qui sul blog. Mi piace essere nello stesso tempo romantica e grezza. ;)

      A proposito di quanto scrivi su sesso e violenza, sto leggendo un noir molto bello che si chiama "la sentenza della polvere". Proprio ieri mi sono imbattuta in una scena abbastanza raccapricciante in cui una ragazzina per entrare in una gang fa pompini (scusa il francesismo ma non trovavo eufemismi) a sette uomini che poi la violentano... eppure anche io penso che quella scena ci doveva essere. La cosa che mi ha sorpresa di più? La bravura dell'autore nel fare in modo che non risultasse pornografica. Infatti, nonostante tutto, secondo me non lo era.

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    2. P.s. aspetto il tuo post : sono sicura che mi sarà molto utile :)

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    3. I miei alunni dodicenni bazzicano per il mio blog e questo mi rende molto attenta al linguaggio, non per pudore, ma per praticità: il genitore scandalizzato preferisco evitarmelo.

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    4. Fai benissimo in questo caso, ci mancherebbe :)
      Io la censura ce l'ho su altre cose. Ad esempio non parlo del mio lavoro se non a grandi linee, o di cose troppo personali riguardanti la mia vita. So che qualche collega ogni tanto passa di qua. Finora sono giunti solo i "buoni", ma è sempre meglio non rischiare.

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  2. Stamattina ho letto tutto d'un fiato la prima parte del post e poi questa. Mi sono piaciute moltissimo e mi ci sono riconosciuta, perché quando voi scrittori parlate di scene difficili da scrivere, parlate anche dei problemi di immedesimazione di noi attori.
    Sto cercando anch'io di uscire dalla zona di comfort e il mio ostacolo è l'improvvisazione. Non riesco proprio a farmela piacere...

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  3. Come mai non riesci a fartela piacere?

    Io credo che questa risposta sia fondamentale, qualunque problema una persona si trovi ad affrontare. Una volta scoperta la causa, diventa poi più facile riuscire a migliorarsi. La consapevolezza può risolvere buona parte dei problemi.

    La zona comfort è un principio di psicologia che ho riadattato alla scrittura. In realtà, creiamo spazi sicuri in ogni settore della vita.

    Sono davvero felice che i due post ti siano piaciuti. :)

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  4. Non ho timori riguardo a scene imbarazzanti. Anzi, lavoro, in genere, proprio su queste: violenza, sesso, fobie, follie... Forse ci posso anche essere delle scene che, in tal senso, mi possono mettere in difficoltà, magari legate a certe figure tradizionali, religiose, ma finora non mi ci sono mai imbattuto.
    Stessa cosa con i personaggi, nessun timore a ucciderli o sacrificarli. Anzi, mi ci diverto proprio. I miei personaggi, soprattutto quelli buoni, finisco tutti in un solo modo: morti! Se… la trama lo prevede, naturalmente. La cosa più importante per me, l’ho già detto, non è il personaggio, e nemmeno lo stile, ma la storia.
    Sul giudizio degli altri… ecco, forse su questo punto ho dei limiti. Legati, però, solo a una circostanza ben precisa: quando parlo di una persona che conosco e quando so che quella persona leggerà ciò che scrivo. Ecco, in questo caso, potrei arrivare a non scrivere quello che vorrei. Motivo, questo, per il quale eviterò sempre di scrivere autobiografie. :P

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    1. L'ispirazione dal reale a volte inibisce anche me.
      Io non ho certo peli sulla lingua: se devo descrivere un ambiente o una categoria di persone, anche in modo crudo, lo faccio senza problemi.
      So che il mio romanzo non offrirà una panoramica lusinghiera di un certo stile di vita/mentalità milanese, ma spero che il mio amore per la città possa leggersi fra le righe. Dopo tutto, dico cose vere. :)

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  5. Sai che leggere questi due tuoi post mi è stato molto utile? Credo che ragionare su queste cose porti sempre qualche frutto.

    Come dicevo nell'altro commento, un mio limite è di certo legato al giudizio degli altri, del quale devo cercare di dimenticarmi.

    L'altro limite sono le scene difficili, non tanto quelle imbarazzanti (di cui per ora non ho avuto bisogno!) quanto in generale di quelle impegnative. Mi devo proprio costringere ad affrontarle, perché la tentazione è quella di dirmi: "non sono capace".

    Poi, mi sono identificata molto quando hai parlato di "opinioni diverse" dei lettori.. :) E proverò la soluzione che hai proposto!

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  6. Sai, ho pensato anche a te quando ho scritto quel post sulle opinioni diverse dei lettori. Ogni suggerimento può essere prezioso o assolutamente inutili: siamo noi a dover comprendere cosa sia più opportuno e più adatto per noi.
    Mi capita spesso di leggere le recensioni dei lettori su IBS: spesso sullo stesso libro ci sono opinioni discordanti... eppure si tratta di opere edite!
    Lettori diversi = opinioni diverse, specialmente se si tratta di persone competenti che vanno oltre l'impatto immediato. Con le prime stesure, invece, i difetti possono essere più evidenti. Che io faccio infodump, ad esempio, è un dato tangibile. ;)

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  7. Due post interessanti... Io credo che la capacità di uscire dalla zona di comfort faccia la differenza tra essere bravi davvero oppure no: perché, senza niente che ci metta in crisi e ci destabilizzi, basta davvero poco a essere bravi.
    Lo dicevo anche qualche tempo fa, parlando di scrittura: bisogno osare. Farlo, significa uscire dalla zona fatidica. Per me, almeno, è molto complicato comunicare un'emozione se io per primo non mi ci immergo e non me ne faccio travolgere: questo è un mio limite. Se non mi destabilizzo, buttandomi fuori dal comfort (e facendomi anche un po' male) come farò a scrivere una cosa credibile? Con questo limite che mi frena, infatti, per me tutto quello che non è narrativa contemporanea è davvero off-limit.

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    1. Quanto tu dici è quanto scritto anche da Nathalie Goldberg, autrice che mi capita di citare spesso in questo blog, nel suo manuale "scrivere zen": dobbiamo avere il coraggio di farci turbare dalla scrittura e non dobbiamo mai fermare la mano, nemmeno quando ciò che stiamo scrivendo ci fa del male. Solo in questo modo riusciremo a sentire profondamente il nostro lavoro, ad entrare nel cuore delle cose. Anche per me questo è difficile, perché talvolta tendo a proteggermi. Però ci provo! :)

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  8. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  9. Molto interessante anche questo tuo secondo post sull'argomento! Grazie di averlo scritto. Direi che non sfuggo la descrizione di scene imbarazzanti, semmai ho il problema opposto, cioè devo creare dissolvenze. Non ho problemi a descrivere scene crude di sesso o di violenza, ma devono essere naturalmente funzionali alla trama. Altrimenti non avrebbe senso o sarebbe solamente una mossa da scrittore-furbetto.

    Personaggi perfettini non ne ho nemmeno io, anzi, credo che siano un concentrato di problemi; semmai, più che di perfettini ce ne sono di carismatici, ma di sbagli ne fanno pure loro eccome.

    Forse il terzo punto è quello che più mi tocca da vicino: più che la paura di non piacere al lettore, temo un po' di essere travisata. Alle volte accade.

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    1. Sono molto felice che i due post siano stati graditi a tutti! :)

      La funzionalità delle scene è fondamentale, non solo per quelle "ostiche" ma per tutte. Io credo che dovrò potare un bel po'.

      Anche io ho il timore di essere fraintesa o, più che altro, quello di far emergere lati di me che possano non essere compresi fino in fondo.

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  10. Commento la parte sulle scene imbarazzanti, che mi ha fatto riflettere molto.

    Ho scritto un racconto imbarazzante quest'estate, e mi vergogno perfino di averlo sul computer. Non credo che ne farò mai nulla.
    Mi capita anche di cominciare racconti allegri che prendono svolte assurde, deviate, addirittura schizofreniche. Chissà che quello non sia il mio subconscio che si fa una scappatella dalla zona di comfort!

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    1. è probabile.
      Anche se cerchiamo di vincolarci alla tecnica, tutto ciò che esce dalla nostra tastiera è per un motivo preciso. Per questo motivo, deve essere lasciato fluire. Se non uscirà dal computer va bene lo stesso. Abbiamo comunque fatto pulizia nelle nostre energie, siamo riusciti a trascendere il nostro inconscio. Non ci sentiamo tutti più leggeri, dopo aver scritto? Ci sarà un motivo! :)

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  11. Ho vissuto in prima persona queste problematiche proprio nel corso dell'anno a causa di un romanzo che sentivo la necessità di scrivere ma al tempo stesso era troppo scabroso per tematiche, possibili fraintendimenti, personaggi sicuramente poco piacevoli, situazioni ambigue e giudizi che la maggioranza in genere non condivide...
    Ho scritto un post sul mio blog quasi per giustificarmi di aver scritto una cosa del genere benché non l'avessi ancora pubblicato e quindi nessuno conoscesse ancora i contenuti... Sì, decisamente sono stato fuori dalla mia zona di confort, e in parte lo sono ancora perchè ho la costante impressione che alcune persone cambieranno l'opinione che hanno di me dopo averlo letto...
    Però sentivo che dovevo farlo. Vedremo se davvero avrà conseguenze sui miei rapporti con gli altri.

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    1. Hai fatto benissimo.
      La scrittura deve essere libera.
      Non dobbiamo censurare nulla, nel momento in cui ci sediamo al pc.
      Al massimo, in un secondo tempo, possiamo limare, cucire, tagliare, aggiustare. Vergognarci e cestinare il romanzo/racconto. Oppure farlo pubblicare. Insomma: la scelta appartiene a noi. E questo è meraviglioso. Tale consapevolezza dovrebbe essere sufficiente per non farci bloccare...ma siamo umani, purtroppo, non computer. Quindi, tendiamo ad arenarci spesso e volentieri.

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  12. Sesso spinto e violenza pesante sono bocconi difficili da masticare per me. Ma il mio problema, se problema c'è, forse è un altro: non arrivo al punto di censurarmi, perché mi sento benissimo a scrivere di altro. In teoria dico sì, è vero, lo scrittore deve saper scrivere di tutto e non spaventarsi di niente, dipinge l'umanità anche nei suoi aspetti più crudi e dolorosi... ma il mio è un annuire di facciata, perché di fatto non desidero approfondire questi aspetti. Secondo me hanno fin troppa risonanza ovunque. Potrei dire che non mi è mai capitata una storia in cui fosse necessario tuffarmi in certi temi, e sarebbe vero. Ma sono sicura di non selezionare inconsciamente le storie in modo da evitare certi temi? Per niente. E comunque, non è quello che facciamo tutti, alla fine? Scrivere di argomenti che sono nelle nostre corde. Se mi capiterà una storia che mi richiederà di uscire davvero dalla mia comfort zone, chissà come me la caverò... sono già curiosa. ;)

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    1. E' comunque diversa la situazione di chi sente che quella determinata scena lì serve, ma sorvola, da quella di chi non sente proprio il bisogno di mettercela.

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    2. Io credo dipenda molto anche dal tipo di storia che si decide di scrivere: tu ti occupi di YA, e dubito voglia trovarti alle spalle genitori furiosi ed assistenti sociali! :-)
      Per quel che riguarda me, invece, come ho ribadito nell'articolo,le mie scene non sono mai eccessive. è la mia natura, è il mio carattere: non riuscirei a superare il mio innato senso del pudore. E anche quando parlo di "sesso" lo faccio in modo piuttosto romantico... che ci posso fare, se sono una sentimentalona? :)
      Però a volte è bello osare. Mi sono divertita molto a scrivere certe scene. Se rimarranno chi lo sa... ma almeno so di esserne in grado, e per un'insicura come me non è roba da poco!

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  13. “Le uniche persone che non sbagliano mai sono quelle che non fanno un c…o”. Questa frase sarebbe da incorniciare!
    Ho empatizzato molto con questo articolo. Le mie storie sono piene di gente immonda che fa cose immonde, eppure ho un grande imbarazzo a "prendere per le corna" le scene più significative. Quando per la prima (e ultima) volta ho usato il verbo "chiavare", sono morta e resuscitata dalla vergogna. Scrivere è anche mettersi a nudo, e non si sa mai chi potrebbe leggerti e crocifiggerti, da qualche parte, nella sua mente - peggio se, come spesso accade all'inizio, si tratta di gente che ti conosce da vicino.

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    1. Benvenuta e grazie per il commento. Sono molto contenta che l'articolo ti sia piaciuto...
      In generale io credo che in prima stesura sia molto importante fare uscire ciò che si sente. Ci sarà poi sempre il tempo per limare in seguito.
      Nathalie Goldberg dice che se scriviamo schifezze per cinque anni è perché la sporcizia è dentro di noi e dobbiamo liberarcene. Arriveremo spontaneamente a parlare di cose più positive. Ciò non significa che siamo perversi o sbagliati... ma che abbiamo accumulato sofferenza e dolore che, quasi inconsciamente, cerchiamo di sublimare. Quindi non dobbiamo vergognarci di nulla :)

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  14. Capisco la vergogna. Ma credo che possa essere di aiuto (credo) accettare un semplice fatto. Dobbiamo raccontare la storia. Usare le parole giuste. Alla fine diventa fondamentale decidere se ascoltare noi, oppure la storia. Quindi se il personaggio si comporta in un certo modo, dobbiamo riportare il suo comportamento perché altrimenti non sarebbe la storia, ma il suo tradimento. Una delle cose che chi scrive impara è che il giudizio altrui non sempre è di aiuto. Chi scrive è solo. Quando accetta questa condizione il giudizio, i fiaschi, gli insuccessi lo troveranno più forte. O almeno preparato.

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    1. Sono assolutamente d'accordo, per questo ritengo importante, per scrivere una buona storia, riuscire a superare i propri limiti. Se non si riesce in questo, forse c'è qualcosa che non va nella nostra stessa scelta. La storia giusta è quella che chiede di essere raccontata: in questo caso, non c'è zona comfort che tenga!

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  15. Finalmente ho trovato il tempo per leggere questo post... scoprendo che ne hai fatto un dittico!
    Io mi ritengo una persona aperta. Non ho difficoltà a uscire dalla mia sfera di comfort, anche se, come naturale, a una certa distanza incontro anch'io difficoltà. E' il caso della scrittura, dove facilmente capita di raccontare personaggi molto diversi, ma anche solo, banalmente, leggendo le notizie su un quotidiano. La differenza è che il personaggio lo creo io, quindi si presume che lo faccia con competenza e non mi fermi a metà strada per un mio disagio personale. La scrittura non è un pranzo di gala. La mia difficoltà principale, al di là di quelle da te esposte, è rimanere nella sfera del personaggio. Se per esempio devo raccontare di un tizio con una particolare stortura, mi accorgo che andando avanti nella storia tendo a riportarlo nella mia zona, per effetto molla. In certi casi in cui c'è una trasformazione interiore si può anche capire, in altri no. E' una delle cose su cui devo lavorare molto.

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    1. I personaggi mi danno meno problemi rispetto ad altre situazioni narrative. A mettermi in difficoltà, come evidenziato in questo post, sono piuttosto le loro azioni. Come evidenzi tu, dobbiamo capire che non sono stati creati a nostra immagine e somiglianza, ma hanno una loro personalità definita. Quindi devono rimanere nella loro zona comfort, non entrare nella nostra!
      Buon Natale! :)

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