La scrittura imprigionata nella zona di comfort (1)


Se la vostra mente non è aperta, tenete chiusa anche la bocca.
(Sue Grafton)

Quando, ormai mesi fa, ho scritto il post “Le qualità psicologiche e spirituali delloscrittore” 1° e 2° parte, ne ho trascurata una fondamentale. Forse l’avevo data per scontata: la considero una caratteristica talmente ovvia per uno scrittore che mi sembrava ridicolo menzionarla. In realtà, non è così.
Se la psicologia tradizionale considera l’  apertura mentale come una generale assenza di pregiudizio, io voglio andare oltre a questa definizione e fornire un’interpretazione personale, la stessa che mi ha aiutato a comprendere meglio determinati meccanismi psicologici alla base della mia scrittura.
L’obiettivo del post è renderci consapevoli di cosa avviene nella nostra testolina ogni volta che ci è richiesto di osare: la paura del cambiamento ci crocifigge ai vecchi schemi, rendendo i nostri testi statici ed ingessati. Eppure, se vogliamo partorire opere di qualità, dobbiamo essere in grado di trascendere il noto per seguire strade un tempo impensabili. Solo così potremo scoprire la nostra America creativa: un mondo sconosciuto e meraviglioso, dove non esistono Mary Sue, cliché, trame banali e parole abusate.
Come è possibile arrivare a ciò? La risposta è una sola: se vogliamo impedire al censore interno di legarci le mani, dobbiamo saper trascendere alcuni comportamenti ripetitivi ed abitudinari. In poche parole,  dobbiamo uscire dalla nostra zona comfort.

Che cos’ è la zona di comfort?
Si tratta di una “condizione neutra”, uno spazio metaforico caratterizzato da elementi conosciuti, entro il quale l’individuo si può muovere senza ansia. Utilizzando un numero limitato di comportamenti, può ambire ad un livello di prestazione costante, non eccelso, ma nemmeno misero.
All’interno della nostra zona di comfort siamo assolutamente tranquilli, pertanto tendiamo a rimanerci il più a lungo possibile. Qui, abbiamo il controllo di tutto, siamo nella normalità, non c’è il rischio di compiere errori. Possiamo procedere anche bendati, intanto nessuno turberà la nostra quiete.
Diversi scrittori, anche molto noti, si muovono lenti all’interno del proprio recinto. I personaggi sono tanti piccoli cloni che saltellano da un romanzo all’altro. Le trame sembrano uno di quei ricalchi che facevamo alle elementari. L’ambientazione è circoscritta in un orticello verdeggiante. Le espressioni sono sempre le stesse, familiari per il lettore, ma che dopo un po’ tendono ad annoiare a morte. Un esempio? Andrea De Carlo, uno degli idoli adolescenziali che mi è scaduto crescendo. Tecnicamente è ineccepibile, non lo metto in dubbio, ma mi sono un po’ stufata del quarantenne milanese che si sente schiavo del sistema e dei suoi irrinunciabili dialogue tags. Al diciottesimo romanzo ho gettato la spugna…

Cosa ci trattiene all’interno della zona di comfort?
La sicurezza, l’ho già detto. Ma non solo. È il funzionamento stesso della nostra mente a fregarci. I processi di apprendimento a cui ci siamo sottoposti nel corso degli anni hanno creato dei binari nel nostro cervello, su cui scorre il treno dei pensieri. Di conseguenza, nemmeno la meta cambia: se a Triora (paesino dell’entroterra ligure) non c’è la ferrovia, noi non è che possiamo farci granché. O la creiamo dal nulla, oppure andiamo a piedi.
Per farvi meglio comprendere questo concetto, vi propongo un giochino.
Guardate l’immagine qui sotto, riproducetela su un foglio e provate (non barate, mi raccomando) ad unire i nove puntini con quattro linee, senza staccare la mano dal foglio e senza passare due volte sullo stesso punto.

L’avete fatto?
Ci siete riusciti?
Ecco: anche se non sono riuscita a trovare due immagini perfettamente identiche, questa è la soluzione. 


Posso immaginare che molti di voi abbiano provato a risolvere l’enigma utilizzando i puntini come i vertici di una figura geometrica. Non c’è da sorprendersi: dopo tutto, fin da piccoli, abbiamo imparato a schematizzare il mondo sulla base di determinati meccanismi.  Io stessa, la prima volta, sono rimasta entro il perimetro definito dai puntini. Tuttavia, la soluzione è oltre il limite. E questo vale in ogni settore della nostra vita.

Come si comporta la nostra scrittura all’interno della zona comfort?
I punti che elencherò qui di seguito fanno riferimento alla mia esperienza personale. Sono aspetti che ho osservato nel mio metodo di scrittura e sui quali sto lavorando molto, facendo un passettino alla volta fuori dal cerchio invisibile che mi sono disegnata intorno. So che il percorso è ancora lungo, ma mi piace osservare come la mia scrittura acquisti progressivamente nuova energia. Mi piacerebbe sapere quali saranno le mie prossime mete, ma intanto vi descrivo quelle che ho trovato finora.

La trappola della prima idea.
Questo non riguarda soltanto il romanzo nella sua interezza, ma anche le singole scene. A volte mi capita di decidere che si svolgeranno in un determinato modo, che coinvolgeranno Tizio e Caio, che avranno luogo proprio lì, dove ho previsto. Elaboro il mio testo e mi sembra che fili tutto liscio. Poi la rileggo, magari a distanza di tempo, ed inizio a notare delle stonature. Tuttavia, se sono vincolata al mentale, tendo a fare proprio ciò che in prima stesura si dovrebbe evitare, pena un allungamento ingestibile dei temi: intervenire sul testo. Mi incarognisco per ore e mi metto a spostare anche le virgole, perché ormai la mia mente scivola lenta sui binari, è vincolata ai nove puntini.
Come venire fuori da questo inghippo? Ovviamente riconoscendo l’errore.  Se siamo bloccati su un punto morto è inutile riscrivere sempre le stesse frasi: occorre cambiare qualcosa. Prevenire è meglio che curare, non è solo una frase fatta. E con il tempo si impara ad avere le antenne sempre alzate.
Una volta compiuto questo importantissimo primo passo, dobbiamo trovare delle tecniche in grado di costruire nuovi binari tramite una sospensione del ragionamento logico e razionale. Il brain storming e la mappa mentale sono solo alcune fra queste, così come la meditazione o la visualizzazione creativa.
Purtroppo, in questa sede, non posso entrare nel dettaglio, altrimenti rischio di scrivere un post lungo 20 pagine. Magari, se vi interesserà, approfondirò in futuro. Tuttavia, i primi due metodi si basano sulla libera associazione, il terzo lascia i pensieri liberi di fluire ed il quarto genera stimoli visivi. Tutti e quattro agevolano la nostra capacità di seguire ed assecondare l’ intuizione, quel sesto senso che per i buddhisti rappresenta la suprema fonte di conoscenza.

Scelta di vocaboli abusati.
Le prime pagine del mio romanzo, scritte ormai molti mesi fa, ricordano un po’ i miei temi del liceo. Sembravo ossessionata dalla forma e generavo brani  impeccabili, ma freddi come il ghiaccio. Inoltre, usavo sempre le stesse parole, quelle che conoscevo e che ritenevo corrette. La mia zona di comfort sintattica, era diventata una prigione. Le parole sono dotate di energia propria: se vengono utilizzate troppo spesso si inaridiscono e creano, intorno alla nostra storia, un guscio fatto di gesso.
Grazie al cielo, le cose sono cambiate man mano che ho preso confidenza con i personaggi. Vedendo il mondo con i loro occhi, ho a scegliere termini in grado di rappresentare meglio il loro sentire. Questo ha reso la mia scrittura molto più viva ed intensa.  
Sia chiaro: la correttezza grammaticale è fondamentale per uno scrittore, ma tutte le regole possono essere infrante, l’importante è che non si noti. Pensiamo a quei make-up finalizzati a creare un aspetto “acqua e sapone”: sapete quante ore di lavoro richiedono ad un truccatore? Con la scrittura è più o meno la stessa cosa. Se il realismo ed il vincolo alla tersa persona limitata ci richiedono un certo stile, dobbiamo saper assecondare questa esigenza creativa. Dopo tutto, un individuo che si lascia trascinare dal flusso dei propri pensieri, può anche concedersi di non essere politically correct.
Le parole, in fondo, sono uno strumento meraviglioso. Con esse si può giocare. Combinandole in vari modi, come i tasselli di un puzzle, possiamo ottenere risultati eccezionali.
Nathalie Goldberg suggerisce, a tal proposito, un esercizio molto interessante.
Scegliete una professione, e poi scrivete dieci verbi ad essa collegati.
Ad esempio, dottore: curare, visitare, prescrivere, auscultare, radiografare ecc…
Poi, elencate dieci oggetti che vedete nella stanza: telecomando, bolletta dell’Eni, manuale di Grazia Gironella (giuro, ce l’ho qui davanti!) borsa, I-pod ecc…
Dopo di che, formate delle frasi abbinando soggetto e verbo.
Il mio I-pod, con le sue 722 canzoni, riesce a radiografarmi l’anima.
Il manuale di Grazia G. cura ogni mancanza scrittoria.
È un gioco piuttosto divertente, che ha il merito di trasportarci fuori dal vincolo dei nove puntini. Chi ha voglia di provare?

Per concludere.
Questo articolo ha preso una piega diversa del previsto. La descrizione della mia zona comfort prevedeva altri TRE aspetti per un totale di cinque. Ma sono giunta ormai a pagina quattro (senza ancora aver inserito le immagini) e, dal momento che non voglio liquidare il tutto in poche sintetiche frasi, ho deciso che questo post avrà un seguito. Allora potrò parlare anche di giudizio morale, scene imbarazzanti e personaggi perfettini
L’idea vi aggradaIo me lo auguro, ma intanto ditemi: cosa vi trattiene all’interno della vostra zona-comfort? E come intendete uscirne?

Commenti

  1. Non vedo l'ora di leggere il seguito, Chiara, questo è un post davvero splendido.

    Il giochino delle quattro linee mi ha stremato, costringendomi a mangiare un intero pacchetto di wafers (rigorosamente alla nocciola). E l'avrò visto venti volte, e ogni volta mi scordo come si risolve!

    La trappola della prima idea è un mio grande limite, mi innamoro di un nome buffo o di un posto inesistente e anche se mi sforzo a pensare ad alternative non mi viene in mente nulla di anche lontanamente paragonabile.

    I vocaboli abusati abbondano, così come i soliti sospetti: la ragazza che si arriccia i capelli tra le dita, il burino che si gratta il sedere, il sospiro profondo a occhi chiusi, le azioni che avvengono "improvvisamente", "d'un tratto", "in un attimo" o "prima ancora di saperlo".

    Come intendo uscire dalla mia zona di comfort? Non lo so, speravo me lo dicessi tu nella seconda parte del post!

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    1. Grazie per il complimento, mi commuovi! :)

      Giovedì pubblicherò la seconda parte del post. Se riesco, inizio a scriverla oggi stesso, così non mi riduco come sempre all'ultimo secondo.

      Avevo poi in mente (magari però lo farò più avanti, sennò divento monotematica) di scrivere un post su ciò che si trova fuori dalla zona di comfort, ovvero zona di apprendimento e zona di panico... e vorrei anche approfondire le tecniche descritte al paragrafo "la trappola dell'idea".

      Insomma, questo piccolo post ne ha originati molti altri. La verità è che anche io mi sono divertita moltissimo a scriverlo!

      Nel post ho dato qualche piccolo suggerimento per uscire dalla zona di comfort, ma è la nostra volontà che ci può garantire il salto di qualità. E comunque, nemmeno io ne sono uscita del tutto!

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  2. Sta cominciando a diventare alto l'elenco di bei post tuoi a cui devo rispondere... u_u Saranno compiti per le vacanze, appena ci arrivo ^^'

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    1. Mi fa molto piacere che i miei post ti piacciano. Attendo le risposte, allora! Quando vuoi, senza fretta! :)

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  3. La soluzione è oltre il limite.
    Questa frase mi piace così tanto che me l'appenderei in giro per casa. Spero tu non ti offenda se mi limiterò a segnarmela tra gli appunti (a margine?) ;)
    Avevo come tanti l'abitudine di usare termini raffinati o costruzioni grammaticali elaborate, quasi poetiche. Per fortuna ho imparato ad anteporre al mio esibizionismo una scrittura più semplice a favore di una lettura più scorrevole. Anche il contesto della storia mi aiuta a preferire alcuni termini rispetto ad altri, cerco di portare il narratore sullo stesso piano sociale dei protagonisti: il linguaggio di chi parla di un incontro con gli elfi tra i boschi sarà necessariamente diverso da quello di chi racconta di una caccia al vampiro. E tu mi dirai: "Ok furbacchione, e come evito il ripetersi dello stesso schema linguistico di frasi trite e ritrite all'interno dello stesso contesto, cioè in un romanzo?" E io, che non ho mai scritto niente oltre pagina 8, posso solo suggerire che se un personaggio ragiona sempre nello stesso modo (il narratore/scrittore descrive scene analoghe in modi analoghi) forse è il caso di fargli cambiare ottica o fargli fare qualcosa che non ha mai fatto, che noi stessi magari non faremmo. Lasciare uscire il personaggio dai binari per un po' e vedere che combina. Perché la soluzione è oltre il limite. Anzi, adesso che ci penso forse è proprio lo scrittore che deve uscire dai propri binari e fare qualcosa di diverso.

    p.s.: visto che ogni tanto un commento lo lascio? :)

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    1. Grazie mille per il tuo commento, Seme Nero.

      Il limite molto spesso è autoimposto, non si tratta di qualcosa di oggettivo, bensì di una prigione alimentata e creata dalle nostre convinzioni limitanti. Per cui la scrittura diventa una continua sfida contro se stessi. Ogni volta che si supera un ostacolo, si migliora e si evolve.

      La necessità di far uscire il personaggio dai binari sarà uno degli argomenti della seconda parte del post, che pubblicherò giovedì. La fedeltà al contesto è fondamentale per garantire il realismo ma, come dici tu, non deve diventare una gabbia. :)

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  4. Credo che arrivare già a prendere coscienza che stiamo scrivendo in una zona protetta aiuti molto. Il primo segnale per me è stato accorgermi che usavo spesso gli stessi termini o giri di parole per esprimere qualcosa. Poi mi sono resa conto che usavo le stesse tipologie di personaggi. Ma la zona-confort è anche qualcosa di più ampio per quanto mi riguarda, ha a che fare con il pensiero di qualcuno che leggerà quello che scrivo. Sto cercando di andare oltre... vedremo cosa ne verrà fuori :)
    Sono curiosa della seconda parte del post!

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    1. Il timore del lettore di cui parli sarà uno degli argomenti che affrontero' nella seconda parte del post, relativamente al giudizio sia nostro (l'autogiudizio è terribile) sia altrui. Anche per me è un fattore altamente paralizzante tant'è che ho momentaneamente sospeso gli invii. Ho bisogno di procedere un po' più spedita! :)
      P.s. oggi risponderò alla tua mail!

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  5. Anch'io aspetto di leggere il seguito. :)
    Nella vita grufolo nella zona di comfort con grande godimento. Mi piace la vecchia cara routine e, quando sorgono nuove necessita, mi affretta a creare una nuova routine. Qualche esempio? Alzarsi alle tre di mattina per scrivere. Ormai non mi pesa neanche più.
    Nella scrittura, invece, è diverso. Mi piace tentare nuove strade, provare stili, usare la prima, ma anche la terza persona senza tralasciare l'onnisciente... Provo a scrivere storie anche molto diverse fra loro e trovo che il limite che alcuni scrittori si auto-impongono all'interno di un genere non abbia granché senso. Nella scrittura non credo di averla una zona di comfort. Il racconto che sto scrivendo recentemente (a proposito te lo invierò più in là del previsto), dopo un mese di stagionatura, lo sto riscrivendo completamente perché non mi soddisfaceva per nulla. Credo sia sempre meglio rifare che aggiustare.

    P.S. la figura che proponi l'avevo già risolta anni fa, ma sono curioso di vedere le altre. Un consiglio però, la soluzione postala in un altro articolo... :P

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    1. A dire il vero non ho pensato ad altri indovinelli per il prossimo post, ma vedrò di farmene venire in mente qualcuno!

      Concordo con il fatto che spesso sia meglio rifare che non aggiustare. Mi sono resa conto che mettere le mani ad un testo più volte di quante siano necessarie lo impoverisce enormemente. Le parole sono materiali, hanno un energia propria. Se vengono spremute troppo a lungo, il risultato è freddo. è come se perdessero vitalità.

      Anche a me piacerebbe sperimentare generi diversi. Appena finita l'opera di cui mi sto occupando vorrei cimentarmi con un giallo :)

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    2. "Le parole sono materiali, hanno un energia propria. Se vengono spremute troppo a lungo, il risultato è freddo. è come se perdessero vitalità." Ecco, vedi? Cogli sempre il senso delle cose... ;)

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    3. Speriamo che questa qualità mi aiuti con il romanzo allora ;)

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  6. Davvero un bel post! Sto aspettando la prof al corso abilitante, quindi l'energia per una risposta sensata latita.
    Sottoscrivo in pieno.
    La mia zona di comfort sono certe ambientazioni e certi personaggi che ormai conosco bene e so di padroneggiarli. A volte tornare da loro è rilassante, ma c'è il rischio di rimanere imprigionati in quello che tu chiami l'orticello.
    Un trucco potrebbe essere spingere al limite gli elementi della nostra zona di comfort? Il personaggio ci sta comodo, bene, proviamo a metterlo in una posizione davvero davvero scomoda e vediamo se come autori sappiamo uscirne.
    Partiamo dalla nostra vita? Bene, buttiamo un personaggio come noi in una situazione di crisi che noi stessi non sapremmo affrontare.
    Che dici, potrebbe essere un buon esercizio?

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  7. Oltre che un buon esercizio, potrebbe essere un modo per generare conflitto all'interno della narrazione.
    Mi piace molto infilare i personaggi in situazioni contrarie alla loro natura: ad esempio, un macho palestrato che sbaglia locale e si ritrova in un bar gay, una ragazza pudica e bigotta coinvolta in una lap-dance e così via....
    Con il tuo commento vai ad esplorare una nuova possibilità: quella di allargare la zona di comfort, di ampliarne i confini facendo in modo che comprenda elementi molteplici. E se fosse semplicemente esperienza? Insomma, più lo scrittore è abile meglio sa districarsi nello sperimentare strade diverse. :)
    Sono contenta che il post ti sia piaciuto!

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  8. Molto importante ciò che dici sulla comfort zone, e non solo in relazione alla scrittura. La trappola della prima idea, poi, è molto mia. Per questo cerco di insistere con il brainstorming prima di iniziare la stesura. Se non mi viene fuori qualche idea valida in quel momento, dopo sono condannata a cincischiarmi in eterno sulla stessa idea, correggendo l'incorreggibile.

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    1. ...e stupenda citazione! La adotto. :)

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    2. Puoi adottarla a scopo promozionale! :D
      Immaginavo che il post potesse piacerti, so che condividiamo la stessa filosofia di vita. Stasera pubblicherò la seconda parte!
      Un abbraccione!

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  9. bellissimo post. La zona comfort è la trappola che blocca le persone non solo in una categoria come la scrittura, ma anche nella vita di tutti i giorni. La nostra mente ha bisogno spesso di certezze e queste sono date dalle abitudini. L'abitudine di fare la stessa strada ogni giorno, comprare le solite cose al supermercato, parlare con la solita gente ed altrettante situazioni analoghe. L'idea è quella di pensare in maniera aperta, senza pregiudizi e senza paura. Così la monotonia viene sostituita da nuove idee e nuovi progetti e si proverà un piacevole senso di libertà. Ne concerne una piena consapevolezza nel fidarsi del proprio intuito per fare le scelte più corrette a seconda della situazione che si presenta.

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    1. Il discorso non fa una piega, peccato che avere mentalità aperta non significhi trascurare completamente le proprie esigenze ed i propri bisogni.
      Le scelte più corrette quali sono?
      Quelle che rendono felici o quelle moralmente giuste?
      Sinceramente, io non lo so. :)

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  10. Di Andrea De Carlo avevo letto solo un romanzo (Yucatan) anni fa, e probabilmente non era uno dei migliori, perché non mi è venuto voglia di leggere nient'altro. Probabilmente uno scrittore in cui ormai vige la zona-comfort è riconoscibile dai romanzi fotocopia che produce, come dici tu.

    Certo è che la zona comfort è rischiosa, nella vita come nella scrittura!

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    1. Lunedì scriverò l'articolo "meme" sulle idee fisse. Me l'hai ispirato tu. Ed è significativo che venga proprio dopo quello sulla zona comfort: anche i tormentoni personali, se male utilizzati, possono diventare una gabbia.

      Quanto ad Andrea De Carlo, pensa che leggendo "Di noi tre" (edito nel 1996) ho deciso che volevo diventare una scrittrice! Ho letto quel romanzo almeno quattro volte e ce ne sono anche altri molto belli. Nell'ultimo decennio, tuttavia, ha esaurito un po' le idee. Ho continuato a leggerlo sperando che potesse tornare a sorprendermi, poi ho deciso che se lui non evolve io voglio farlo quindi... tanti saluti! ;)

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    2. Yucatan l'ho letto, sempre da ragazzina, ma non me lo ricordo per niente!

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    3. Sono lusingata sul tuo prossimo "meme" a proposito delle idee fisse, Tenar ne ha appena pubblicato uno anche lei. Ogni tanto imbrocco anch'io qualche post ahah! :-)

      "Yucatan" me lo ricordo benissimo perché secondo me era la classica "sola": tanti soldi spesi in quanto edizione cartonata e tanto tempo perso. Irritante.

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    4. Dal punto di vista stilistico, secondo me De Carlo è bravo. Però sono sempre le solite storielle trite e ritrite: ormai non se ne può più! :)

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