Le motivazioni che mi guidano nella stesura del mio primo romanzo


   Le difficoltà aumentano man mano che ci si avvicina alla meta
(J.W. Goethe)

Una volta, il mio maestro reiki mi ha detto “se vedi emergere delle difficoltà o problematiche di vario tipo, significa che sei sulla strada giusta” ed io ho sempre considerato valide queste parole. Non è mai facile intraprendere un percorso finalizzato al miglioramento di sé. Nel corso degli anni, abbiamo elaborato un intricato groviglio di convinzioni limitanti che da un lato ci ingabbiano e, dall’ altro, ci fanno sentire al sicuro. Quando sfidiamo la nostra zona di comfort proponendoci di affrontare i nostri limiti, la nostra mente inconscia tende ad auto-sabotarsi, creando degli ostacoli. La paura del nuovo ci terrorizza, quindi abbiamo bisogno di alibi e giustificazioni per non dover affrontare il cambiamento. Le prove che spuntano come funghi lungo la nostra strada non sono altro che la risposta dell’ambiente alla nostra paura della libertà. Siamo noi che le abbiamo create. E ne siamo consapevoli.
Spesso ci dimentichiamo di essere perfettamente in grado di decidere in totale autonomia cosa sia meglio per noi. Ci sentiamo fragili ed insicuri. Vacilliamo, come un equilibrista su un filo sottilissimo. Il vuoto sotto i nostri piedi sembra volerci divorare e noi non ci sentiamo in grado di arrivare dall’ altra parte.



Parliamoci chiaro:

1)Per circa cinque anni, il mio rapporto con la narrativa si è basato soltanto sulla lettura.
2)Quando ho deciso di riprendere, mia tecnica era piena di ruggine ed ho dovuto fare un ripasso teorico notevole, nonché tanto, tanto, tanto esercizio pratico.
3)Il mio stile, con gli anni, era diventato un po’ insicuro e ancora non ho ritrovato piena fiducia nelle mie capacità.
4)Il tempo che ho a disposizione, con un lavoro da impiegata, è pochissimo, quindi la stesura procede con una pachidermica lentezza.

Dunque, perché sto portando avanti questo progetto?
Ultimamente sento storie di romanzi che hanno fatto la muffa nel cassetto, perché l’autore non aveva esperienza sufficiente per scrivere qualcosa che avesse un valore. Dunque avrei potuto riprendere lentamente, con una serie di racconti brevi, per poi avvicinarmi, piano piano, a lavori più impegnativi. Oppure avrei potuto scegliere una trama semplice invece di progettare una storia incasinatissima che straripa di personaggi e si estende su un lasso di tempo decisamente ampio.
A volte penso di essere megalomane. Leggo certe boiate in self-publishing ed oscillo fra due reazioni diverse. Se è il Mr Hide a parlare, penso “ma guarda questi incapaci che si credono Tolstoy.” Quando invece Dottor Jeckill prende il sopravvento, mi deprimo: magari anche loro, come me, credevano nel loro progetto. E poi hanno fatto un buco nell’acqua. Non mi sto forse sopravvalutando? Magari anche io mi illudo di essere capace a scrivere.
Mi sento ripetere continuamente che la gavetta è importante, che non ci si inventa scrittori dal nulla ma ogni volta che cerco di dissuadere me stessa percepisco una forza inarrestabile, che mi spinge avanti con la testardaggine di un muflone. Anche se procedo a piccoli passi, non ho mai pensato un solo istante di mollare.
Ripeto la domanda: perché?
Me lo sono chiesto tante volte, nelle ultime settimane. E credo di aver trovato le risposte.

Questa storia mi brucia dentro e sento di doverla raccontare.  Non so nemmeno io il motivo. È una trama come tante altre. Eppure è mia. Quando la vedo lì, nuda e cruda, senza tutti gli arzigogoli creativi finalizzati ad accattivarsi le simpatie del lettore, penso che valga la pena di metterla nero su bianco.
Ho deciso di semplificarla: proprio nei prossimi giorni, estrapolerò gli argomenti chiave, magari taglierò qualche sotto-trama dando più spazio all’evoluzione dei personaggi principali. In questo modo, potrò focalizzarmi sul cuore della vicenda, senza perdermi in giri a spirale che non arrivano da nessuna parte.
Ci sono aspetti della vita che sento di voler mostrare a tutti i costi. C’è un messaggio che si muove fra le righe e preme per venire fuori. C’è una voce che mi fa vibrare le corde vocali. Le agita. Le stimola. E questa voce mi appartiene. È stata muta per troppo tempo. Ora non vuole tacere più.
Rimanendo attaccata a questa storia, mantengo il contatto con essa. Anche se mi prendo qualche giorno di pausa per lavorare nel backstage, continua comunque a vivere. Questo mi rende felice: i miei precedenti romanzi esplodevano in un’unica fiammata che poi si spegneva di colpo lasciando dietro di sé una scia di cenere e legna bruciata. Questo fuocherello, invece, non è rovente. Lo ravvivo giorno dopo giorno e mantengo accesa la brace.  

Mi sono affezionata ai personaggi. Non posso abbandonarli così. Tutti questi mesi insieme e poi tanti saluti? No, non credo sarebbe giusto. In fondo, io sto bene in compagnia dei miei ragazzi. E loro hanno una missione da compiere. C’è un’evoluzione in atto. Devono crescere, comprendere, perdonare. Non voglio piazzare un segnale di stop proprio del mezzo della strada. So che il mio protagonista sarebbe capace di forzare il posto di blocco, ma io voglio consentirgli di proseguire il proprio viaggio. Un viaggio che stiamo portando avanti insieme.

Conosco i miei limiti e so cosa mi serve per superarli. Dopo essermi domandata per molti mesi se fosse il caso di far leggere a Maria Teresa e a mio marito dei brani non conclusi, ho deciso di vincere le mie resistenze. So che è un modus operandi atipico, perché di solito il lettore-cavia entra in scena dopo la revisione, però credo che faccia bene sia alla mia tecnica sia al mio umore. È bruttissimo sentirsi soli.
Proprio perché devo imparare ancora moltissimo, preferisco evitare illusioni. Mi serve un aiuto esterno per comprendere quali sono i punti forti dei miei pezzi e quali gli aspetti da migliorare. Certo, tante volte mi auto-valuto, ma attraverso il dialogo ed il confronto la mente diventa più lucida, riesce a focalizzarsi meglio su ogni singolo aspetto. Diversamente rischierei di perdermi in una lunghissima partita a ping-pong contro me stessa.
Voglio essere umile. Voglio imparare. Per fare ciò, sono disposta ad accettare consigli e a mettermi quotidianamente in discussione.

Comprendo che molte difficoltà sono figlie della paura. Come evidenziavo all’inizio del post, a volte siamo noi stessi a tirarci la zappa sui piedi. La mente si focalizza sui problemi e li gonfia a dismisura facendo assumere loro proporzioni abnormi. Quando temo di non farcela, tendo a bloccarmi. Ho perso tante occasioni a causa della mia insicurezza e non voglio che accada mai più.
Se voglio scalare la vetta, devo anche essere pronta ad essere travolta da una frana. Ma quelle pietruzze che ora mi stanno cadendo addosso, sono solo gli ologrammi dei miei fantasmi.

Non voglio deludere chi crede in me, ovvero mio marito, mia mamma e, perché no, anche voi. In fondo, questo blog è nato come diario di bordo per la stesura del romanzo. Ne ho parlato tanto e, proprio parlandone, ho trovato la determinazione che mi consente di andare avanti.
Molti si sentirebbero inibiti a parlare delle proprie opere con estranei e finirebbero per essere schiacciati dal peso dell’aspettativa. Io, invece, mi sento accompagnata da persone disposte a condividere con me questo momento così importante. Chi mi sta dedicando del tempo, merita che io arrivi alla meta.
A scrivere si impara scrivendo.  Anche se ci si sente continuamente dire che non si impara a guidare piazzando il sedere sul sedile di un Ferrari, io penso che chi ci riesce sia destinato a viaggiare con una marcia in più. Devo migliorare tanti aspetti della mia tecnica, ne sono consapevole. Però non mi spaventa l’idea di tagliare interi capitoli o riscrivere completamente determinate scene. So che i tempi si allungano a dismisura, ma in questo momento rischierei di addormentarmi, se mi mettessi al volante di una cinquecento. E qui mi collego ad un’altra motivazione, forse quella più importante di tutte: con il mio romanzo, mi diverto tantissimo.

Concludere l’opera è un dovere verso me stessa. Preferisco scrivere trecento pagine di cazzate piuttosto che arricchire la memoria del mio computer con l’ennesimo progetto abbandonato. Ho alle spalle cinque tentativi di romanzi non conclusi per pigrizia, per mancanza di un’adeguata progettazione oppure, semplicemente, perché le questioni quotidiane richiedevano la mia attenzione.
Stavolta, mi sto dedicando al progetto con una certa serietà: ho pianificato la trama (seppur nei suoi punti fondamentali perché una scaletta troppo dettagliata mi inibirebbe come spiegato qui) e portato avanti uno studio approfondito sui personaggi, in particolare sui tre più importanti, durato quasi due mesi. Solo quando mi sono sentita pronta, ho iniziato a scrivere. Se c’è bisogno di analizzare meglio qualche aspetto non ho alcuna difficoltà fermarmi per prendermi il tempo che mi serve. L’importante è ripartire prima che la passione si spenga.
Le ore trascorse davanti al computer saranno sprecate solo se dovessi abbandonare. Io preferisco considerarlo un investimento.

In fondo, ho già fatto un po’ di gavetta. Sono arrugginita, è vero, ma in passato ho scritto tantissimo. Non si tratta, forse, di creare una capacità dal nulla, ma di dissotterrare qualcosa che c’è sempre stato. La mia esperienza è sepolta da strati di polvere. Ma, forse, è ancora lì.
Che ne dite, sono motivazioni abbastanza valide per continuare?

Comunicazione di servizio: Stamattina è uscito un mio gues-post su Penna blu: “Lavisualizzazione creativa al servizio della scrittura”. Spero che abbiate voglia di leggerlo! 

Commenti

  1. Sono sicura che ce la farai! Hai le motivazioni giuste, tante strategie per mantenerti ferma nei tuoi propositi e un grande fuoco che ti arde dentro. Lascialo fluire dalle tue dita e noi ne sentiremo il calore leggendo il tuo libro! In bocca al lupo!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Crepi il lupo! :) E perdonami se non ti ho ancora risposto alla mail, ma come sai sono stata poco bene. Mi ha fatto piacere, però, che tu mi abbia pensata! :) Smack!

      Elimina
  2. Per caso ti riferisci a qualcuno in particolare, cara Chiara? :)
    Penso che credere nel progetto al punto tale che "ti brucia dentro" sia l'unica motivazione vera per proseguire. Tuttavia, se la brace si spegne, meglio cambiare che incaponirsi. Magari tornerà a riaccendersi più avnti. ;)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Il post aveva valenza generale, però devo ammettere che la tua decisione di mettere il progetto in stand-by ha fatto venire qualche dubbio anche a me. In fondo, le esperienze altrui possono essere il punto di partenza per riflettere meglio su se stessi.
      In ogni caso, ognuno è in grado di ragionare con la propria testa e di comprendere cosa sia meglio per lui. Sono d'accordo che se la brace si spegne occorre cambiare aria... conosci la teoria dell'arancia? :)

      Elimina
    2. La teoria dell'arancia? No... mi giunge nuova. Ha a che fare con la vitamina C? o.O'

      Elimina
  3. Ti citerò Ernest Hemingway: 'We are all apprentices in a craft where no one ever becomes a master.' ;-)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La scrittura è un fiume che scorre. Il fiume in cui mi immergo adesso non sarà lo stesso in cui mi immergerò domani. La scrittura segue ed accompagna la nostra evoluzione personale :)

      Elimina
  4. Risposte
    1. Se non lo faccio non posso essere recensita da te :)

      Elimina
  5. La tua frase "Concludere l’opera è un dovere verso me stessa" riassume bene una cosa che penso anche io. Me lo ripeto sempre, quando mi sento demotivata ed è l'unica cosa che mi spinge a continuare.

    PS Se non la smetti di citarmi, finirò per montarmi la testa!!

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Credimi che meriti tutte le citazioni possibili! :)

      Elimina
  6. Le tue motivazioni sono forti e per niente passeggere. Mi piace la tua tenacia, credo che ti porterà lontano, e mi auguro che sia dove vuoi andare; ma sono doppiamente tranquilla perché so che sei capace di affrontare il cammino nel modo giusto. ;)
    (Che belli gli "ologrammi di fantasmi"! Se è una figura retorica, questa è magistrale!)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Forse è artificiosa? Il fantasma è incorporeo, immateriale, invisibile. L'ologramma è un'immagine incorporea, immateriale, invisibile di qualcosa di incorporeo, immateriale e invisibile. Morale? Le pietruzze che mi cadono sulla testa sono paure stra-fasulle che non solo si legano a qualcosa che non esiste ma vanno addirittura oltre...
      Premettendo che questo articolo è stato scritto di getto senza rileggerlo... che dici, fa così schifo? Se sì cambio metafora! :D

      Elimina
    2. No, dicevo sul serio! E' bella perché il termine "fantasma" suggerisce l'incorporeità, e il termine "ologramma" lo rafforza. Mi dà l'idea di una cosa così inconsistente che più inconsistente non si può (questo è uno scioglilingua).

      Elimina
    3. Esatto era questo lo scopo. Sono in una fase di sperimentazione e a volte tiro fuori dal cilindro figure retoriche assurde :)

      Elimina
  7. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

    RispondiElimina
  8. Ci sono stati un paio di momenti in cui, leggendo il tuo post, ho pensato: "Yu-hhuuuu! Sì, è così anche per me. Evvai!"
    Hai ottime motivazioni - e la determinazione e la voglia di riuscire che trasmetti mi hanno "contagiata" :)

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi fa piacere! Forza e coraggio, allora! :)

      Elimina
  9. Mi sembrano tutte ottime motivazione, che con ogni probabilità condividi con migliaia di scrittori di ieri e di oggi. Alcuni di loro, spinti da analoghe motivazioni, ci hanno regalato storie che sono diventate parti di noi.
    Quando avrai finito la stesura ti scontrerai con altri problemi, legati alla pubblicazione. Se le motivazioni rimarranno forti uscirai vincitrice anche da lì.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Prima di pensare alla pubblicazione voglio vedere se uscirò vincitrice da questa sfida... perché le motivazioni ci sono e sono forti, ma occorre anche tenerle in vita. :)

      Elimina
  10. La motivazione più forte per scrivere è essenzialmente il divertimento e la felicità. Molte volte ho constatato che, a lungo andare, si fa altro: mettendo in primo piano l'eccesso di tecnica, o la rincorsa ad essere graditi e a parlare di quello che va per la maggiore, o anche ambizioni non troppo nascoste. Bisogna scrivere solo perché ci si diverte un sacco e poi, come dico sempre, "il futuro è nel grembo degli dei". Vai avanti senza scoraggiarti, io stessa ho trascorso anni senza scrivere, e ne ho risentito molto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. La gioia è fondamentale per scrivere. Diversamente non sarebbe una passione, ma un lavoro come tutti gli altri. :)

      Elimina

Posta un commento

Post popolari in questo blog

Letture che ispirano - La trilogia del male di Roberto Costantini

Freedom writers - il valore della scrittura di getto

Con le mani nei capelli - manuali e guest-post

La descrizione fisica dei personaggi

Scrivere un romanzo - portare a termine la prima stesura

La voce del Jolly #1 - Davide Laura, dalla strada alla Scala

Il Jolly e la gassosa purpurea - la disinformazione

La volontà di essere un Jolly

Scrittori a confronto - Massimiliano Riccardi e Sandra Faè

Guest post - Essere scrittori o tentare di diventarlo (prima parte)