I 7 pilastri della Scrittura Consapevole - Autenticità (3)


Continuiamo a bere pessimo vino, preoccupati che i calici siano di cristallo.
(Mirco Stefanon)

Nella prima parte del lunghissimo post dedicato all’Autenticità vi ho spiegato quanto sia importante la coerenza tra la personalità dello scrittore e il suo messaggio; la seconda puntata trattava di quattro qualità caratteriali che permettono di distinguere un autore autentico da un autore che si auto-censura; oggi chiuderò il discorso analizzando la diretta conseguenza della decisione di vivere assecondando le proprie naturali tendenze espressive:  l’emergere di una voce autoriale chiara e autorevole.

La pubblicazione dell’esercizio suggerito da Julia Mc Cutchen relativamente a questo tema avverrà tra qualche giorno. Ho deciso di tenerlo separato dal post affinché non si perda in questo fiume di parole. Però stavolta non lascerò passare molto tempo. Se ci riuscirò, vi darò i compiti a casa già alla fine di questa settimana. Sono molto curiosa di vedere se qualcuno di voi deciderà di cimentarsi con questa prova e di raccontare la propria esperienza sul proprio blog. A differenza di quanto avviene per gli altri pilastri, non vi sarà chiesta una performance scrittoria, ma un allenamento spirituale che avrà un grande beneficio sulla creatività. Vi darò tutte le informazioni necessarie, state tranquilli. Prima, però, leggete…

LA VOCE AUTORIALE  

Julia Mc Cutchen scrive:

Immagina di gettare un sasso nelle acque calme di un lago e di osservare l’inevitabile incresparsi della superficie in onde circolari che si espandono fino a riva. L’impegno a essere autentici ha un effetto simile in tutti i regni più sottili della nostra esistenza. Le onde che si creano con l’impegno costante verso la verità interiore si propagano e si rivelano in tutte le aree della vita, comprese le forme di espressione creativa.

Come ho già scritto in una delle precedenti puntate, la decisione di essere autentici nasce prima nel nostro intimo, poi si concretizza nella vita quotidiana e solo in ultima battuta si espande all’attività creativa. Quindi la voce autoriale non può essere assimilabile né allo stile né ai contenuti, perché questo è solo il risultato visibile di una decisione molto più profonda. La nostra consapevolezza artistica affonda le proprie radici nella gola di un Essere Umano (questo siamo, prima di diventare scrittori) che ha promesso a se stesso di non tradire mai la propria anima, né davanti allo schermo né fuori, nel mondo reale.

Non sempre il gusto delle masse rispecchia la sensibilità individuale. Spesso ci barcameniamo con canoni estetici e formali calati dall’alto e passivamente accettati dal senso comune. Molti di noi (me compresa) si sentono in imbarazzo a mostrarsi in tuta, con i capelli in disordine e senza trucco, ma la scrittura ci chiede di abbandonare ogni orpello. Davanti alla pagina dobbiamo essere nudi. In centro città. All’ora di punta. Chi di voi ci riesce? Già immagino le manine che si alzano: io, io, io! Però non dovete rispondere a me. Guardatevi dentro e cercate la verità. Io stessa, che mi ritengo una paladina del libero pensiero, a volte tiro i remi in barca per paura di mostrarmi senza filtri. Poi però mi sgrido: questo però non dovrebbe mai accadere quando ci si dedica a un’attività artistica. Siamo qui per esprimerci e per toccare il cuore della gente, non per essere conformi. E per farci dire bravi. Da chi, poi? Da un Sistema che elargisce premi e punizioni sulla base delle esigenze di mercato? Da un critico letterario che è un essere umano anche lui, e quindi per natura fallibile? Dalla mamma? Dalla zia? Dall’ex fidanzato che non vediamo da dieci anni? Da chi, cazzo! Da chi? Quale parere altisonante vale quanto la nostra libertà di raccontare la storia che ci pare, come ci pare?

Conosco moltissimi autori che vivono assecondando l’idea di come dovrebbero essere, senza preoccuparsi di chi sono davvero. La loro mente ha redatto il vademecum dell’intellettuale perfetto: non seguire il calcio, non guardare la televisione e, se sei donna, scrivere su Facebook che preferisci comprare libri che scarpe. Leggono mille manuali, questi qui, su come realizzare un best-seller in trentadue giorni, e si buttano nell’impresa con la sensibilità artistica di chi sta risolvendo un’equazione di terzo grado. Il risultato è un vile esercizio di tecnica che partorisce trame trite e ritrite scritte in modo mediocre. Le loro storie si dimenticano dieci minuti dopo aver chiuso il libro, però vendono come un cinepanettone di Boldi e De Sica.

TRADIRE LA PROPRIA VOCE AUTORIALE

Ancora Julia Mc Cutchen:

Quando facciamo sentire la nostra voce autentica, troviamo il modo di distinguerci dalla massa e condividiamo con il mondo il contributo che siamo chiamati a offrire.

Ma noi non vogliamo questo. No. Noi esseri umani vogliamo approvazione. L’ho sempre saputo, e ne ho avuto conferma qualche giorno fa, durante una delle mie solite discussioni sui social. Mi fanno arrabbiare quelli che si scagliano di default contro gli autori self adducendo come alibi un irritante: “chi mi dice che sono bravi?”. Nessuno. E quindi? Non vale la pena di provare? Io l’ho fatto. MarinaGuarneri anche. Siamo ancora vive, sapete? Abbiamo trovato opere buone e opere meno buone, come nell’editoria tradizionale. Alcune piacevoli, altre terribili. Perché su Amazon c’è tanta spazzatura, nessuno lo nega. Ma molti autori di valore (forse più in ambito musicale che letterario) hanno iniziato la propria carriera nell’ambiente indie. Se non diamo loro fiducia, intorno avremo sempre i soliti noti. Che a me, sinceramente, hanno un po’ stufato.

Credo nel self-publishing. È una forma di imprenditoria che consente all’autore una totale libertà creativa e, quando ben gestito, può garantire all’autore un risultato di ottima qualità. Qualche nome? Maria Teresa Steri e Riccardo Moncada (pseudonimo di un blogger che conosciamo tutti). Certo, bisogna fare le cose per bene, investire del denaro per dare al lettore un’ opera di valore e seguire meticolosamente tutte le fasi della lavorazione, dalla prima stesura fino alla post-produzione. Nemmeno a me piacciono quei romanzi buttati nel calderone di Amazon senza nemmeno una rilettura. Eppure, paradossalmente, nella loro agghiacciante inconsistenza, a volte sono più autentici di tanti libri pubblicati dalle major. Almeno lì l’autore si è messo in gioco con tutta la propria ignoranza, assumendosi la responsabilità di essere fatto a pezzi dal buon Alessandro Cassano del blog Obbrobbrio e dai lettori tutti. Quando non è vittima del proprio ego (capita raramente, ma capita) riesce anche ad ammettere di aver scritto una boiata. Non pretende di dar lezioni di buona letteratura, né di vincere il premio Pulitzer: vuole soltanto divertirsi e divertire.

Il bisogno di essere legittimati dal Sistema sta diventando una malattia. Forse lo è già da anni. Da secoli. Da sempre, e in ogni settore della vita. È così fin dai tempi della scuola: solo un numero dice che noi siamo più intelligenti degli altri, e questo numero spesso non rappresenta assolutamente la realtà dei fatti. Stessa cosa accade nel mondo del lavoro. Cos’è un curriculum? Un elenco. Niente di più. Su quel pezzo di carta risulta che mi sono laureata con un anno di ritardo, ma nessuno mi chiede perché. Si guarda la quantità di qualifiche, non la loro qualità. Titoli di studi. Certificazioni. Corsi di lingua. ECDL. Dati che non dicono chi siamo né cosa sappiamo fare, ma assumono un’importanza incredibile per chi deve giudicarci. Come le referenze. E il parere del cosiddetto esperto, abituato a pontificare su qualunque argomento: che si parli di scie chimiche o di Grande Fratello VIP, lui c’è. A reti unificate, su tutti gli schermi.

Come può emergere la voce autoriale in un mondo così succube nei confronti dell’autorità?  
“Pinco Pallino è stato pubblicato da Mondadori: sicuramente il suo romanzo non sarà un ciofeca”, dice lo scrittore che considera fuffa ogni opera priva di un’etichetta altisonante. Così, invece di aiutare un giovane collega, preferisce riempire le tasche dei colossi. Poco importa se il libro che ha tra le mani è stato scritto dal nuovo Baricco: non lo leggerà mai. A meno che qualche sapientone non ne parli bene, ovvio! Allora, contribuirà a trasformarlo in un best-seller. Anzi: caso editoriale, che fa più figo.

CONFORMISMO

Lungi da me far di tutta l’erba un fascio. Tra le opere pubblicate dalle major ce ne sono state alcune memorabili. Ma recentemente mi sono imbattuta in un fenomeno disarmante: la standardizzazione del linguaggio. Quand’ero ragazzina, aprivo un libro e riuscivo a distinguere Andrea De Carlo da Camilleri, Ammaniti da Montanari. Oggi i nuovi arrivati si somigliano tutti. Non ci sono guizzi di creatività o scintille che rimangono accese anche quando la lettura è terminata. La paratassi e il formalismo sono un virus che contaminano ogni cosa. Le metafore sono sempre le stesse ormai dagli anni ‘90: “un disordine che sembrava fosse scoppiata una bomba”, “con la grazia di un elefante”, “una nebbia che si tagliava con il coltello”. Questo non è tutto ciò che siamo in grado di offrire, ne sono sicura. Però le regole del mercato portano le grandi case editrici ad andare sul sicuro. Non vogliono osare, loro. Quindi ci chiedono a tagliare di lì, cucire di là e far scempio delle nostre corde vocali. Ci chiedono di aderire a un genere (un autore che cambia rotta al decimo romanzo è messo alla gogna) e di portarcelo nella tomba. Ci chiedono di rinunciare all’unicità dell’arte, per diventare come tutti gli altri.

La voce autoriale è stata zittita. E la responsabilità non è solo delle major e del loro iper-allineamento, ma di tutti noi. Di chi rinuncia a mettersi in gioco. Di chi sostiene che un esordiente non debba scrivere storie troppo originali. Di chi demonizza il self-publishing. Di chi legge solo autori che conosce. Di chi ha preso la lingua italiana e l’ha messa sotto una teca rinunciando a farla evolvere. Di chi pensa che il bambino del “petaloso” abbia sbagliato e non inventato qualcosa di nuovo. Di chi snobba la contemporaneità. Di chi non crede che il post-moderno possa sfornare opere di valore. Di chi senza una trama al cardiopalma si annoia. Di chi non sa entrare nella psiche dei personaggi. Di chi non sa leggere tra le righe e comprendere ciò che non viene scritto esplicitamente. Di chi nemmeno ci prova, a leggere tra le righe. Di chi crede che l’ispirazione non esiste. Di chi crede che la tecnica sia la soluzione a tutti i problemi. Di chi non esce dalla zona comfort. Di chi, prima di mettersi a scrivere, pianifica anche la posizione delle virgole. Di chi non fa mai sbagliare i congiuntivi ai propri personaggi. Di chi non scrive parolacce perché chissà poi la gente cosa pensa. Di chi non è politicamente scorretto. Di chi non inizia le frasi con una congiunzione perché a scuola gli hanno insegnato che non si fa. Di chi quando scrive non piange. E di chi quando legge non sogna.

Sapete che vi dico? Ci meritiamo Fabio Volo!

Il lancio della patata bollente: le domande sono tutte nel testo: cercatele. :) 


Anticipazioni: il prossimo appuntamento con i sette pilastri sarà dedicato all’esercizio. Prima di Natale, inizierò a parlare del secondo pilastro. Ho scelto la semplicità: vi gusta? 

Commenti

  1. Il mondo della letteratura è dunque come quello della musica. Bisogna seguire le regole che dettano i discografici, per cui musicalmente in Italia abbiamo cantanti che sono uno la fotocopia dell'altro (e lo sviluppo del rap non ha fatto altro che riprodurre questo fenomeno, all'interno di una 'scatola' più piccola).

    Sia per la letturatura che per la musica, le regole sono dettate per avere un prodotto conforme a ciò che vuole la maggioranza del pubblico, ma siamo sicuri che sia così? Secondo me, nella musica, il gusto del pubblico mainstream viene spostato nei binari scelti da chi detta la regole a cantanti e scrittori. Penso che questo valga anche per la letteratura.

    In sostanza chi detta le regole è anche chi decide la moda.

    Secondo me a questo punto si può parlare anche di autenticità del lettore, non solo dello scrittore: a noi sta cercare di entrare in simbiosi con l'autenticità dello scrittore, capire la sua voce 'unica'.

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    1. E ovviamente cercare di andare oltre alla 'moda' che ci viene proposta. Imparare ad avere un gusto nostro, che rifletta ciò che effettivamente siamo.

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    2. Bella domanda, Riccardo. :)

      E sì, hai ragione: anche il lettore è socialmente costruito dai cosiddetti educatori del gusto, e non tutti hanno la voglia di indagare, di cercare.

      Musicalmente parlando io ascolto tanti cantautori, oltre al rock melodico. Di contemporanei, sulla scena contemporanea, ne apprezzo solo due: Ermal Meta e Brunori Sas. Il resto mi sembra clone del clone del clone. E i dischi di quelli usciti dai talent spesso ricordano le biografie dei calciatori: prodotti costruiti ad hoc senza che il diretto interessato metta niente di proprio.

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  2. Tu parli di scrittura, ma l'omologazione è più in generale un male dei tempi post-moderni, in ogni ambito, perché si tende a guardare più il contenitore del contenuto, si vuole credere che le apparenze possano cambiare la società in meglio. Per esempio l'imporre l'uso di termini come ministra e sindaca come esempi di rispetto e uguaglianza sociale, quando sono invece fuffa (anzi, imposti dall'altro con sufficienza per addestrare le masse di selvaggi buzzurri), perchè invece è molto più difficile fare qualcosa di davvero concreto, come legiferare per equiparare stipendi, possibilità di carriera, diritti e doveri...
    Comunque petaloso è nella mia top five delle parole che trovo più irritanti. E poi basta col povero Fabio Volo: d'accordo, è pessimo, ma prova D'Avenia e lo rivaluterai tipo premio Nobel. :D

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    1. Certo, l'omologazione è un problema generale, ma io qui ho voluto focalizzarmi sulla scrittura. Agli altri ambiti pensano già i post del Jolly. :)

      Termini come "ministra" e "sindaca" sono agghiaccianti e mi domando come faccia una donna a volerli utilizzare. Hanno scatenato un putiferio per nulla. Ho letto di un professionista che sulla targa ha scritto "dentisto"... ma stiamo scherzando? Queste storpiature linguistiche non solo sono un inutile formalismo, ma alle mie orecchie suonano addirittura come una presa in giro. Pensiamo a cambiare la società, che poi la lingua si evolverà spontaneamente, senza forzature.

      Ho letto D'Avenia. Secondo me è adatto al suo target, un pochino meglio di Volo. ;)

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  3. Grazie di cuore prima di tutto per la lusinghiera citazione. Tutto quello che dici, che condivido in pieno, si può purtroppo attribuire a molti altri settori, come ha già detto Marco. Essere autentici significa molto spesso rinunciare a quella che hai chiamato la legittimazione del Sistema e di conseguenza anche rinunciare a emergere dalla massa. D'altra parte come si può emergere se si è tutti uguali? Il fatto è secondo me che in entrambi i casi paghi un grosso prezzo. Sulla scrittura, chi accetta pubblicazioni importanti lo fa a spese della storia, con tagli, cambiamenti radicali nello stile (come hai detto) ma anche nella trama, perché gli editori per vendere devono andare incontro al lettore medio che non vuole romanzi lunghi, ecc. Ma un prezzo salato lo paga anche chi rinuncia a questa legittimazione e cerca di essere indipendente, perché ovviamente la diversità e l'indipendenza fanno paura.
    Per quanto riguarda me stessa, mi sono resa conto con stupore di aver subito un'evoluzione in questo senso. E l'ho capito rimettendo mano al primo romanzo (che voglio riscrivere): anni fa mi facevo tantissimi scrupoli a essere autentica nella scrittura. Avevo una serie di freni che mi auto imponevo, anche senza esserne del tutto cosciente. Freni a livello di emozioni che avrei potuto tirar fuori o di informazioni che non volevo approfondire per non urtare un certo tipo di lettore, e via dicendo. Oggi è diverso, ma so bene che il processo è ancora in corso. Non escludo che riprenderò il discorso in un post apposito, prima o poi.

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    1. Tu sai che il tema dell'autenticità e dell'essere se stessi mi sta molto a cuore. Come ho scritto anche a Marco, è un argomento che ho affrontato anche nei post sul Jolly. Qui ho voluto restringere il campo e focalizzarmi nello specifico sulla scrittura, perché è un problema che tocca tutti. Io stessa mi sono trovata a esser quasi rincuorata dai ritardi per la partecipazione al concorso (non so proprio se riuscirò a revisionare entro il 31 dicembre, ma se dovessi slittare non mi sentirei preoccupata) perché questo mi consentirà maggiore libertà: il limite di parole mi sembrava un vestito troppo stretto, e anche se l'aderenza al tema ci sarà avrò comunque la possibilità di spaziare.

      Sto riflettendo molto sull'argomento dell'indipendenza intellettuale e del confronto con il Sistema. Non possiamo escluderci ma nemmeno esserne succubi. Da Bilancina, cerco l'equilibrio. Ma dov'è? Boh. Spero di scoprirlo presto. ;)

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  4. Penso sia molto difficile scrivere in modo onesto, esprimendo il proprio stile e le proprie idee, quando ci si lascia trainare sul binario morto della "credibilità". Per risultare credibili ci iscriviamo a Linkedin con la foto da mezzobusto e un profilo uguale a quello di milioni di altri utenti, scegliamo con attenzione quali parole evidenziare coi grassetti perché siam disposti a prostituirci pur di accaparrarci un attimo in più della fugace attenzione di un lettore. Per una questione di credibilità speculiamo sempre su quei 4-5 eterni drammi umani (e, all'occorrenza, su qualche momentanea new entry) e rinneghiamo la parte più sbarazzina del nostro essere, quella probabilmente più interessante.

    Quello degli "autori autorevoli" è un mondo fatto di gente traumatizzata dall'olocausto pur non essendo mai stata deportata, dai disagi giovanili senza averne mai sofferto, dalla droga senza aver mai fumato una canna. Non abbiamo più niente da dire e non ci piace osare, perché non vogliamo che la gente scopra davvero qualcosa di noi.

    Da autore di testi autopubblicati posso solo consigliare di scrivere qualcosa - fosse pure sotto pseudonimo - che liberi davvero quello che avete dentro, senza esser schiavi di questa stramaledetta dittatura del finto buonsenso. Da lettore posso dire che il self-publishing non dev'essere un ripiego ma lo diventa troppo spesso, e se devo dedicare ore della mia vita alla lettura di un testo, preferisco leggere qualcosa di palesemente orrendo rispetto a un qualche romanzetto paraculo da radical-chic.

    L'autenticità è figlia di una liberazione, di un'apertura vera verso quel mondo che ci illudiamo di conoscere pur avendo sostituito il contatto umano con il suo asettico surrogato digitale. Nel web possiamo definirci scrittori, impartire lezioni anche se siamo ignoranti, celare i nostri difetti e simulare professionalità. Ma scrivere qualcosa che abbia un'anima presuppone il riconoscimento dei propri limiti. Il talento è innato: c'è o non c'è. Se ci illudiamo di averlo, finiremo per esprimerci come degli idioti e realizzeremo storie senz'anima, rigidi e sbiaditi "vorrei ma non posso".

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    1. Dicevano che i social network avessero sdoganato l'autenticità, perché le persone lì sono libere di esprimersi senza filtri, ma io penso che sia accaduto esattamente il contrario, perché metterci in vetrina ha aumentato il nostro livello di paranoia sociale trasformandoci tutti in dei cliché, in un'immagine racchiusa dentro un quadratino, nell'angolo dello schermo. Nella vita quotidiana (come spiegato anche nei post dedicati al Jolly) aderiamo a una serie di regole, norme comportamentali e precetti che, quando travalicano il limite dell'educazione, finiscono per ingabbiarci. Mai come in questo periodo sono diventata allergica all'eccesso di formalità, alle regole, al "si deve", sia nella scrittura sia nella vita, specialmente dopo essermi resa conto che quando tiro fuori ciò che sono veramente il lettore è più coinvolto, che quando sono me stessa sono più simpatica, che la mia vera natura è molto più piacevole della maschera imposta dal senso comune, sia per me sia per gli altri. Ci insegnano infatti che "essere ciò che si è" è peccato, ma non si rendono conto che imponendoci dei dogmi ci peggiorano e rubano l'essenza.

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  5. Se c’è una cosa che mi mette a posto con la coscienza è proprio la volontà di non dare giudizi a priori: lo faccio quando leggo, quando conosco le persone, quando mi parlano di qualcuno o di qualcosa. Io devo verificare, se no mi sento superficiale e anche arrogante nel dare un giudizio campato sul detto altrui.
    La voce autoriale è sacrosanta, ma non deve prescindere da cura e attenzione soprattutto in vista di una pubblicazione (anche in self), altrimenti rimane materiale grezzo. Voglio dire che il fatto di sentirsi liberi di esprimersi nel modo in cui si desidera non deve essere l’alibi per dire “posso fare ciò che voglio perché sono autentico.” L’autenticità non sempre premia, questo è l’unico punto sul quale dissento, perché il lettore vuole la storia che emozioni, ma scritta bene; se si emoziona ma legge un lavoro pieno di errori, gli rimarrà una brutta impressione dello scrittore. Qualche anno fa lessi un libro di un emergente che aveva il suo perché, dove si percepiva una ispirazione autentica, come dici tu, ma rasentava l’illeggibilità e a me è rimasto quel ricordo.
    Concordo, invece, su tutto il resto del discorso: è vero che sempre più spesso è il sistema che legittima, purtroppo in molti settori della vita, anche se continuo a ritenere che non sia questo il problema per il nuovo autore che cerca una chance. Sono d’accordo anche che ormai i nuovi scrittori abbiano un modo indistinguibile di scrivere (ne parlai pure in un post qualche tempo fa) e tu citi due frasi fatte che sono alla base della considerazione che pubblicherò domani. Le case editrici hanno le loro pecche, devono difendere interessi, farsi i conti in tasca, alla fine io dico che è la coerenza quella che ci consente di non tradire l’autenticità: se io con coerenza critico il selfpublishing e non mi autopubblico, se io con coerenza scrivo in un certo modo e non mi metto dietro alle mode per ottenere consensi, se io faccio il bohemien della scrittura, ma non pretendo di piacere a tutti. Ecco, lì mi sento di non tradire la mia autenticità.


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    1. Io penso che se una persona nutre una passione o un interesse sia giusto che lo coltivi, però lo deve fare con cognizione di causa. I "dilettanti allo sbaraglio" ci sono in ogni settore e agiscono in un contesto circoscritto. Se mi piace disegnare, regalo i miei quadretti a parenti e amici, ma non pretendo di fare una mostra. Se mi piace cantare, vado al Karaoke. Se sono un musicista discreto posso pensare di auto-produrmi, e magari qualche casa discografica mi nota (gli artisti emersi negli ultimi anni hanno cominciato tutti così). Ma se sono uno scrittore? Ecco. La scrittura è diversa, perché tutti si illudono di essere capaci: dopo tutto, ce l'hanno insegnato a scuola. Quindi porta le persone a volersi "buttare" senza alcuna consapevolezza del proprio valore. Rispetto all'auto-produzione di un disco, quella di un libro costa relativamente poco. Quindi, via libera al far-west di romanzetti senza capo né coda. Romanzetti che a me non darebbero alcun fastidio (come non mi danno fastidio quelli che cantano al Karaoke) se non innescassero una serie di conseguenze deleterie per chi lavora bene:

      1) per ogni opera auto-pubblicata senza cognizione di causa compaiono una serie di recensioni fuorvianti scritte da parenti e amici, che illudono il potenziale lettore di avere per le mani un capolavoro;

      2) il lettore (come me e te) compra il romanzo e resta deluso;

      3) il self-publishing diventa, per il senso comune, il ripiego di chi non è tenuto in considerazione dalle case editrici;

      4) gli autori che si autoproducono seriamente, magari con l'assistenza di un editor, rischiano di finire in ombra.

      Forse è utopia, ma secondo me i romanzi pubblicati per "gioco" e senza alcuna pretesa professionale dovrebbero avere una sorta di "etichetta", come una lettera di avvertenze: "opera scritta da un amatore", o qualcosa del genere. Se così fosse la loro presenza non sarebbe alcun problema, perché il lettore già saprebbe cosa si trova tra le mani se fa click con il ditino, e può decidere di divertirsi senza eccesso d'aspettativa.

      Io sono a favore dell'autenticità e credo che debba essere garantita. Ribadisco quanto scritto nel mio post: spesso è più autentico un autore self di un autore pubblicato. Però sono a favore anche della serietà professionale: magari non scriveremo mai dei capolavori, ma puntare a qualcosa di dignitoso è un dovere verso se stessi e verso il lettore. Quindi avere dei parametri che consentano di distinguere un'opera dall'altra aiuterebbero tutti quanti. :)

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  6. Ti ringrazio per la citazione, ma a prescindere da questo, trovo il post bellissimo, una poesia dell'animo, quasi un manifesto.
    Io posso raccontarti la mia esperienza. Essere uno scrittore indipendente è difficile, molto. Bisogna acquisire tante di quelle competenze che con la scrittura c'entrano poco. Io vorrei solo scrivere, ma purtroppo so che scrivere soltanto non basta.
    Eppure quel che a me sconcerta di più è non avere l'apertura mentale sufficiente per comprendere che il nostro tempo è cambiato. Oggi qualsiasi ragazzo ha per le mani uno strumento di immane potenza. Uno smartphone è l'intero sapere dell’umanità racchiuso in pochi grammi: libri, musica, traduttore, contatti con qualsiasi amico nel mondo, informazione, e stupidità varie. Ma per chi lo sa usare è uno strumento dirompente. Io mi ricordo i miei tempi di ragazzo, quando studiavo, dove l'unica risorsa era al massimo l'enciclopedia Universo sullo scaffale. E se una informazione la trovavo, bene, altrimenti, niente, non c’era modo di saperla.
    E' cambiata l'editoria, è cambiato il modo di leggere, è cambiato anche lo scrittore.
    L'altro giorno, a una editor importante del mondo editoriale, dicevo proprio questo. Io sto provando ad essere uno scrittore 2.0. Lo scrittore moderno non può essere più l'immagine romantica dello scrivano col lume a petrolio. Facciamo parte del nostro tempo, siamo il tempo presente. Noi siamo qui, su di un blog, persone diverse e distanti fra loro. Non concepiamo più il circolo degli scrittori chiusi dentro a un caffè letterario. Immagine romantica senza dubbio, eppure anche a distanza, molti di noi hanno sviluppato amicizie che in qualunque altro tempo non sarebbero mai nate per impossibilità tecnica.
    E l'essere scrittore del nostro tempo, a mio giudizio, non significa soffermarci sul come si pubblica, quasi che fossimo ancora negli anni '90, ma sul cosa si pubblica.
    Di recente sono stato ricercato e ho avuto contatti col mondo dell'editoria. E la cosa che mi ha sorpreso, è stata l'editoria, che rapportandosi a me, scrittore indipendente, mi ha fatto i complimenti. Complimenti non perché abbia scritto letteratura, figuriamoci, è un giallo, ma perché ho fatto scelte diverse da quel l’editoria si aspetta. Ho capito, dalle loro parole, perché molti nostri amici che cercano e sperano l'editore, vengono scartati. L'editoria oggi è in crisi, non vuole novità, ma libri sicuri. Uno scrittore che si inventa una storia originale, non serve all’editoria attuale. L’editore o l’agente, vuole una storia alla maniera di ragazze sul treno, di sfumature di grigio, di Hunger Games e via discorrendo. L'editore cerca modelli che al momento funzionano con i loro lettori. Se tu scrittore presenti una storia che non ricalca le loro aspettative, può essere un capolavoro, ma ti scartano. I nostri amici che non trovano l’editore, per essere pubblicati, paradossalmente dovrebbero fare l’opposto. Non scrivere ciò che la propria urgenza narrativa li spinge a scrivere, ma scrivere ciò che l’editore vuole pubblicare. E' chiaro, non tutta l'editoria è così, ma i grossi editori, in buona parte sì.
    E quindi io credo che in questo momento lo scrittore indipendente, tramite il self publishing, possa anche essere un nuovo testimone dell’autenticità.
    Poi è chiaro che la grande maggioranza del self publishing non è all’altezza. Ma il self publishing è uno strumento, non una categoria. Ciascun autore non ha vincoli per ricercare una propria autenticità.

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    1. Grazie a te, Marco. Sono contenta che tu abbia gradito il post.

      Sto leggendo il tuo libro, mi mancano una manciata di pagine, e penso sinceramente che non abbia nulla da invidiare a un giallo pubblicato da casa editrice tradizionale. Si vede che è gestito con cura, ed è così che deve essere. Non amo le generalizzazioni. E non amo chi dice che il self è tutta fuffa e l'editoria tutta buona, perché sappiamo benissimo che non è così. Purtroppo vige quello che io chiamo "principio dell'economia mentale": il luogo comune consente di risparmiare tanta energia. Ma io credo che il self possa rivoluzionare il sistema, se impariamo a usarlo come si deve. :)

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    2. Grazie Chiara, sono molto felice del tuo giudizio sul libro. Io ho parlato tanto, prima di pubblicare, di self publishing. Però adesso che ho cominciato, ho un'esperienza più matura. Ad esempio ti posso fornire un dato che per me è strabiliante. Nella mia pagina ho ricevuto fra tutti i post e i messaggi privati, più di mille commenti di lettori. Sai qual è il dato più sorprendente? Fra oltre mille commenti soltanto due persone mi hanno chiesto chi fosse l'editore. I lettori si sono fatti i selfie con il libro tra le mani e praticamente nessuno ha notato l'assenza del marchietto.
      E' un dato che dovrebbe far riflettere. E la cosa più incredibile è che a quei due lettori, ho spiegato che ho pubblicato da scrittore indipendente, e sostanzialmente non hanno capito cosa intendessi. Per loro un libro è un libro. Siamo noi blogger, gli addetti ai lavori dell'editoria a parlare di self publishing. Ma i lettori comuni, nella maggior parte dei casi, non sanno cosa sia. Per questo quando dico: chi pensa che il self publishing è una categoria sbaglia. Ogni libro pubblicato è un libro. Nella maniera tradizionale c'è l'editore, in quella indipendente no. Ma entrambi libri posseggono una cosa in comune: lo scrittore.
      Se l'editore c'è, potrebbe essere meglio. Ma se non c'è, e il libro è fatto bene, il lettore nemmeno se ne accorge, lo ama e chiede il seguito, ovvero un altro libro in self publishing e per lui non è un problema.

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  7. self publishing è uno strumento, non una categoria. Applausometro Marco, e tutto il resto non m'importa, non dopo aver visto un editore che ha scartato La mia formica perché già vista (te credo, è Esopo rivisitato) pubblicare un libro che è talmente simile a Harry Potter che meriterebbe una denuncia per plagio.

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  8. La lettura è personale, Chiara. Questo per dire che non sono quasi per niente d'accordo con l'ultima parte del post.

    Io non leggo solo autori che conosco, ma spesso sì, perché mi piacciono e per andare sul sicuro, anche se poi non resto sempre soddisfatto.

    Evoluzione della lingua? Oggi non la vedo, ne vedo solo la distruzione a causa dell'eccessivo inglese che si usa.

    Il bambino del “petaloso” ha sbagliato, ma di più l'insegnante che non l'ha spinto a trovare una giusta parola.

    Snobbo la contemporaneità, perché non mi piace. Ho letto autori del passato e del presente e preferisco quelli del presente. Se è questo che intendevi.

    Riguardo al post-moderno, confesso che in termini spiccioli non ho ancora capito cosa sia :)
    Non so leggere fra le righe e non mi piace chi lo fa. Quindi non ci provo nemmeno.

    Alla parola ispirazione possiamo dare il significato che vogliamo e alla fine combaciano tutti.
    Sto dalla parte della tecnica. Ma la tecnica c'è sempre, se ci pensi, anche quando non la usi. Non usarla è una tecnica, in fondo.

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    1. Ma infatti, Daniele, questo è un blog personale, e anche le opinioni sono personali. La lista va un po'interpretata, perché io nella scrittura vedo questo (ecco perché ho messo l'accento sul leggere tra le righe...).

      In generale la mia lista sintetizza argomenti trattati più approfonditamente in altri post. Tu hai perso un po'di articoli, quindi giustamente ti sei soffermato sul significato immediato. L'unico modo per farmi capire sarebbe contestualizzare tutto. Se sei interessato appena posso ti mando i link.

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  9. Uhm... non seguo (più) il calcio dall'epoca dello scandalo Moggi, soprattutto non esiste solo il calcio; non guardo la televisione ma film e serie tv in streaming (quindi guardo "l'oggetto" televisione, ma non la televisione "parlata"); preferisco comprare libri che scarpe perché acquistare scarpe per me è una faticaccia, o ci stanno i miei plantari su misura, o devo essere sicura che non mi facciano male. Coi libri, niente plantari. Questo per dire che a volte i cliché sono proprio una brutta bestia e caderci dentro è un attimo.
    Su Amazon c'è tanta spazzatura, dicono. A volte però quella spazzatura sta lì per stessa ammissione dell'autore che è spazzatura, potrebbe sistemarla, senza nemmeno spendere grandi cifre in editing. Si preferisce lasciarla lì, sempre in vendita che non ci intascherà nemmeno un caffè al mese, ma fa tanto "certificazione" poter scrivere nel proprio blogghetto di avere un qualcosa in vendita su Amazon. Con ottime recensioni ovviamente, che se non sono acquistate nel mercato delle recensioni, arrivano di interscambio da altri colleghi, un po' come dicevi tempo fa sull'interscambio dei commenti. Io commento te, tu commenti me, io recensisco te, tu recensisci me. E su Amazon continua ad esserci spazzatura, dicono...
    Un curriculum è un elenco, che poi viene verificato al colloquio dal selezionatore. Ho visto bellissimi curriculum, ma poi il candidato è scivolato clamorosamente alla prova pratica. Le faremo sapere.

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    1. Tempo fa avevo scritto un post dal titolo "l'intellettuale borioso", che analizzava una serie di frasi fatte ostentate da chi vuole esser ricondotto a tale stereotipo. Sinceramente la trovo una cosa ridicola perché ogni persona ha una personalità a se stante, e non esistono delle linee guida. Io per esempio non guardo la tv (come te la uso solo collegata al pc per vedere film) perché mi "bradipizzo", mi si abbassa il livello di energia, ma amo le scarpe. Amo comprare cose, in generale. Libri, vestiti, oggetti per la casa...adoro pure fare la spesa. Il frigo pieno mi dà una sensazione di abbondanza. Come la mettiamo? Sono meno intelligente per questo? Non credo. :-D

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  10. La ricerca di approvazione può portare molte storture e, soprattutto, limita fortemente l'autenticità in ogni campo, non solo nella scrittura. Quando cerchiamo l'approvazione a tutti i costi possiamo farci solo del male, il self publishing permette strade che alcuni non avrebbero mai potuto percorrere (molti autori sono partiti da lì) e quindi ben venga anche se tra questi c'è quello che ci fa arricciare il naso.

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  11. Sono convinta che non tutto l'indie sia di scarsa qualità - farò anche meglio a esserlo, visto che sto per uscire da indie anch'io! - ma è pure vero che la percentuale di testi scarsi al punto da essere fastidiosi è più alta di quanto accade con i libri pubblicati dalle major dell'editoria, per via dell'assenza di filtri. A parte questo, non ho mai pensato che i grandi editori abbiano il monopolio della vera letteratura, quanto piuttosto quello della vera promozione... ;)

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