#imieiprimipensieri - Caos

Questo è il paesino di cui parlo nell'ultimo paragrafo del post

(Se volete saperne di più sull’iniziativa #imieiprimipensieri, cliccate qui)

(Nota inserita dopo la stesura: vi chiedo scusa per la lunghezza dell’articolo, ma scrivere un post più breve o mettere dei sottotitoli avrebbe significato interrompere il mio flusso di coscienza. Spero comunque che voi non vi facciate spaventare da questo ammasso di parole.)

Oggi volevo scrivere la terza parte del post sull’Autenticità, ma una volta sedutami davanti al computer mi sono accorta di non averne alcuna voglia. Il mio dialogo interiore sta seguendo altre strade. L’ispirazione mi chiede di raccontarvi un po’ com’è cambiata la mia vita negli ultimi mesi, non tanto perché voi siate messi al corrente di tutti i miei rimescolii emotivi, ma perché questo mi servirà a portare un po’ d’ordine dentro di me, a prendere coscienza di tutte le bolle di luce che il mio mentale quotidianamente soffoca. Ho bisogno di fare un punto della situazione, quindi. Di portare il mio blog nuovamente fuori tema. Vi siete accorti che negli ultimi mesi Appunti a Margine è diventato un caos e che non c’è più il calendario editoriale? Sicuramente sì. La cosa vi disturba? A me no. In fondo, ciò che scriviamo rispecchia le tappe esistenziali della nostra anima. E la mia non è mai stata così disordinata. Dopo anni di routine militaresche, trovo quest’anarchia incredibilmente piacevole, perché mi lascia la possibilità di disegnare la mia giornata attimo dopo attimo, senza affidarmi a tabelle di marcia che annientano la mia creatività.  A volte ho difficoltà ad accettare di non sapere cosa mi accadrà tra dieci minuti, perché sono ancora  troppo invischiata nella logica del cartellino, troppo abituata a una madre che, se l’appuntamento è alle 20:00, alle 19:58 mi chiama per sapere a che punto sono, troppo legata, sebbene non viva più lì dal 2012, alla mentalità milanese del corri, Forest, corri. Troppo occidentale. Ecco: è questo il problema. Ho l’anima giapponese, ma la testa europea. Ho un corpo che chiede di riposare, e un senso del dovere che mi frustra sulla schiena.

Lavoro part-time ormai da quattro mesi. Abbastanza per poter fare un punto della situazione. Inutile dire che la qualità della mia vita è profondamente cambiata. Credo che tutti se ne siano resi conto, sia dentro sia fuori l’ufficio. Come potete immaginare, le malelingue non si sprecano. C’è chi crede che sia stato il fancazzismo a ridarmi vigore. C’è chi dice che io mi posso permettere di lavorare mezza giornata perché ho un marito che lavora e due genitori che, in caso di difficoltà, non esiterebbero a darmi una mano. C’è chi pensa che abbia mollato tutto per pigrizia e trascorra i pomeriggi davanti alla televisione. C’è chi mi domanda se mi sia messa a fare la casalinga e mi immagina a ramazzare il pavimento, con i leggings infilati dentro i calzettoni e i guanti di gomma per proteggere le mani dalla candeggina. Nessuno però prende in considerazione la vera ragione per cui ho voluto portare questo cambio di rotta nella mia vita, ovvero per dedicarmi a un’attività free-lance che renda onore alle mie capacità e alle mie ambizioni. Per loro è da pazzi che a trentasei anni una persona molli la certezza dello stipendio per reinventarsi una professione da zero. Quando qualcuno mi domanda del mio nuovo lavoro, io non riesco a ignorare i suoi occhi che sorridono. Mi sembra quasi di sentire la sua voce interiore che sibila, crudele: “tanto tra un anno chiederai all’azienda di reintegrarti, perché non ce la farai”. E io, che sono sempre stata molto sensibile alle energie, tante volte mi sono lasciata indebolire da questi pensieri negativi, depotenzianti. Alcune notti fatico ad addormentarmi, perché il mio cervello è torturato da mille domande. E se avessero ragione? E se forse, data la mia età, è davvero troppo tardi per trovare la mia strada? E se non sono poi così brava come credo di essere? Nonostante questi momenti di fragilità, però, non demordo. Dentro di me sento di aver preso la decisione migliore per il mio futuro e la mia salute.

Noi esseri umani non siamo animali in balia del meccanismo stimolo e risposta. La medesima sensazione può scatenare nel cuore effetti diversi. Questo accade quando divento consapevole del fatto che sto reinventando la mia vita da zero. A volte mi demoralizzo, perché ho l’impressione di aver buttato gli ultimi cinque anni nel cesso e di essere rimasta ferma al palo. Mi sento come se, per tutto questo tempo, la mia esistenza fosse rimasta nel congelatore: ora che l’ho tirata fuori, è tutto uguale a prima. Prima del posto fisso, intendo. Sono di nuovo una free-lance intenta a disegnare un futuro che, se fossi rimasta al regime di carcere duro, sarebbe stato scritto fino alla pensione. Non ho ancora nulla di concreto in mano, solo un sito in via di definizione, un romanzo in stesura, diverse collaborazioni molto stimolanti ma ancora poco remunerative, una miriade di progetti meno stimolanti ma meglio remunerati. A volte mi sento come se stessi guidando un’auto con una decina di volanti, e di volta in volta dovessi decidere a quale fare affidamento. Mi sento un po’ spiazzata, lo ammetto. Ma anche entusiasta. Davanti a me c’è una pagina bianca, e sono io a decidere cosa scriverci. Questa libertà assoluta mi dà una grandissima forza. Mi spinge a fare del mio meglio affinché la mia nuova situazione professionale dia presto i suoi frutti. Lo devo a me stessa, dopo tutta la merda che ho ingoiato. E lo devo a chi sogna di vedermi strisciare con la coda tra le gambe davanti ai Grandi Capi, implorando perdono: non avranno mai questa soddisfazione!

Sono ancora in una fase di transizione. Ogni giorno mi allontano sempre di più dalla mia vecchia vita e mi avvicino a quella nuova. Ogni giorno lotto contro il mio grande limite caratteriale: la mancanza di autostima. Ogni giorno incappo in situazione che mi chiedono di credere in me stessa, e quando le affronto la mia fiducia si rafforza, avvicinandomi sempre di più alla vera Chiara. Succede quando mi trovo a dover difendere la mia decisione con qualcuno che non ci crede, magari un giovane disoccupato che mi dà dell’ingrata per aver voltato le spalle alla stabilità. Succede quando mi trovo davanti un potenziale cliente e devo convincerlo che un testo scritto da me ha un valore, che editerò il suo libro in modo impeccabile, che la mia naturale empatia agevolerà il lavoro da ghost-writer. In quei momenti, la vocina nella testa mi ricorda che in ufficio il dirigente mi proibisce di mandare e-mail senza il suo visto, che una volta mi ha detto “lei non è pagata per pensare”, che da anni il mio titolo di studio vale come un rotolo di carta igienica caduto sul pavimento di un bagno pubblico, perché in certi ambienti le donne sono solo segretarie. Allora,  tutti i miei passati fallimenti tornano a galla. Vedo porte che sbattono contro la mia faccia, umiliazioni, gaslighting. Sento le voci di coloro che in passato hanno messo in discussione le mie facoltà mentali per mettermi all’angolo. Mi ricordo che nell’universo competitivo del lavoro dipendente io non ero niente, se non l’ingranaggio di una macchina. Sono sostituibile. Intercambiabile. Una mano priva di neuroni. Adesso invece sono qualcuno. Sono me stessa, e questo comporta un’enorme responsabilità, perché non posso più nascondermi dietro un dito. Non ho un’azienda che mi paga anche se sbaglio, ora. Ho solo le mie capacità.

Il medico che un anno fa aveva diagnosticato la mia depressione era convinto che la causa non fosse organica ma contestuale: per guarire sarebbe stato sufficiente allontanarmi dalla fonte del mio disagio, ovvero un lavoro che quotidianamente mi portava a tradire la mia identità. E così è stato. Pur senza ricorrere ai farmaci, da tempo non ho più attacchi di panico. Tuttavia devo tener conto delle macerie che la mia guerra interiore ha lasciato dietro di sé. Cinque anni come quelli che ho passato non si cancellano in un battito di ciglia. Mi sento in una fase post-traumatica: a volte basta un nonnulla per risvegliare il mostro. In quei momenti devo fare appello a tutta la mia forza d’animo, tenere a bada le paure e concentrarmi su ciò che c’è di bello nella mia vita. Ho imparato a gioire delle piccole cose, e questo è fantastico. Poter pranzare a casa mia invece che in squallidi bar, per esempio. Trascorrere finalmente più tempo con il mio compagno che con il mio capo, come è giusto che sia. Poter decidere di andare a dormire un po’ più tardi la sera, sapendo che avrò poi modo di recuperare le ore di sonno perse. Riuscire a organizzare le mie giornate così da lasciar spazio ai piaceri: lo yoga, un caffè con un’amica, una passeggiata sul lungo mare, un giro per negozi. Insomma: è tutto più libero, più umano. E questo eleva il mio livello di energia, dandomi il coraggio per concedermi dei fuori-programma che un tempo la mia mente non avrebbe mai concepito.

La settimana prossima avrò cinque giorni di ponte per i Santi, dal 1° novembre al 6 novembre. Siccome Beppe lavora e io vorrei andarmene da Sanremo, mi è venuto il pallino di partire mercoledì mattina e rifugiarmi, da sola, nella mia casa in Piemonte, per dare la botta finale alla prima stesura del romanzo che devo presentare al concorso di EWWA entro il 31 dicembre. Mi mancano una trentina di pagine: dieci al giorno, e voilà! Beppe mi raggiungerebbe venerdì sera, per trascorrere il weekend insieme. L’idea mi alletta e spaventa. In quel paesino non c’è nulla. Ho un’amica e i suoi genitori (che sono come degli zii per me) ma sarei sola per la maggior parte del tempo. La casa è molto grande. Non c’è il wi-fi. Sarei contatto con me stessa ventiquattro ore su ventiquattro. Con i miei pensieri, con le mie paure. Solo chi non ha niente da nascondere a se stesso può relazionarsi con il silenzio senza esserne travolto. Solo chi ha guarito la propria ferita d’abbandono può accettare una solitudine totalizzante, anche se per un periodo così breve. Eppure non mi è richiesto di spostare le montagne: devo solo accendere il pc e scrivere come una forsennata, dalla mattina alla sera. È una bella sfida. Una passeggiata al di fuori della mia zona comfort che può farmi un gran bene o un gran male, dipende dal punto di vista. Tutto ciò che ora devo fare è cercare dentro me il coraggio per prendere una decisione. Oppure la decisione già c’è, e io la sto nascondendo a me stessa? Chissà...

Il lancio della patata bollente
A liberi pensieri corrispondono libere considerazioni. Fate vobis.

Gli altri post della serie #imieiprimipensieri

Commenti

  1. Mi fa piacere leggere che il tuo subbuglio interiore è pieno di germogli che stai innaffiando ogni giorno! Continua così, lascia i pensieri intrusivi dove li trovi, come inevitabili erbacce sulla via che stai percorrendo. Il romanzo quindi è praticamente finito? Mi sembra un'ottima idea quella di isolarti per dargli la "mazzata" finale. Le ore voleranno quando sarai in compagnia dei tuoi personaggi.

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    1. A dire il vero questo è un altro romanzo. :)
      Avendo visto un concorso il cui tema era coerente con un'idea che coltivavo da tempo, ho deciso di mettere in stand-by il romanzone e scriverne uno più breve, in sei mesi. Quando avrò finito, riprenderò l'altro.

      Qualche giorno fa ho letto il post in cui annunciavi la nascita della tua bimba. Siccome commentare dopo sei mesi mi sembrava ridicolo,volevo mandarti una mail per chiacchierare un po'. Lo farò, ma intanto congratulazioni. :)

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  2. Credo, cara Chiara, che la frase centrale sia che sei in un momento di transizione per cui dei ancora darti tempo e pazienza. Hai fatto la scelta giusta, le malelingue sono serpi insoddisfatte e invidiose che farebbero meglio a pensare a loro stesse. I lavori free lance aumenteranno e diventeranno più remunerati, è fisiologico, sei ancora in rodaggio. Goditi Beppe, la scrittura, il tempo per te. Gli attacchi di panico sono una brutta bestia e io li conosco, non rimpiangere il tempo speso in ufficio, il passato è passato, il futuro che hai davanti a te è di sicuro migliore, e sei sulla strada giusta. Un bacio enorme.

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    1. Anch'io credo che i lavori free-lance rappresentino il futuro, anche se il Sistema fa di tutto per scoraggiarli. Quanto alle malelingue, come diceva Fabrizio De André: "Si sa che la gente dà buoni consigli, sentendosi come Gesù nel tempio; si sa che la gente dà buoni consiglio, se non può più dare cattivo esempio". E questo è tutto. ;) Un bacio a te <3

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  3. A volte mi stupisco di quanto sia telepatico :D. Nel post precedente ti avevo fatto una domanda...hai risposto con questo post. Mi piacciono molto due immagini: quella di te con testa europea e anima giapponese, nonché quella dell'automobile con dieci volanti (io ho fatto fatica a imparare ad usarne uno XD).

    Cio detto, veniamo al punto.

    Prima di tutto devo essere sincero: forse avrei storto il naso anche io, dall'esterno, sapendo del tuo disagio a fronte della tua attività lavorativa che comunque ti ha offerto un'entrata fissa buona e sicuro; perché il denaro non compra la felicità, però aiuta a darti un presente e un futuro. Lo stesso disagio, avrei manifestato, di fronte alla decisione di troncarti orario lavorativo e stipendio. Ovviamente avrei fatto questa valutazione non conoscendoti e non conoscendo la tua abilità nello scrivere, la tua passione; la tua volontà di seguire la tua vera inclinazione, che non è stare in ufficio a fare lavoro d'ufficio.

    Ma io ti ho conosciuto e oggi hai aggiunto questo post in cui 'scavi' ancora di più sulla questione. Non a caso, mi ha colpito più di tutto la parte finale. Quando racconti il tuo 'ritorno alla vita': hai più tempo da dedicare a te stessa e alla tua famiglia, puoi finalmente passare più tempo con il tuo compagno che con il tuo capo. E' una cosa bellissima, ma allo stesso tempo fa riflettere su quanto sia terribile la società in cui viviamo. Mi ricorda quella terribile vignetta in cui c'è disegnato lo stesso individuo, da quando è bambino fino alla vecchiaia. Per ogni periodo della sua vita c'è una vignetta con il suo pensiero: si parte da "Toys toys toys" fino ad arrivare, all'età centrale della vita a "work work work". Io fortunatamente lavoro vicino a casa, ho un orario di 6 ore, ma...alla fine ci sono le cose 'extra' che per gestirli devi dedicarci altro tempo, poi c'è il lavoro del weekend...Oggi purtroppo il lavoro non è una gratificazione per le proprie capacità, un ricevere un compenso per il lavoro speso, quanto una sorta di premio...hai il lavoro? Allora non puoi lamentarti e anzi devi fare più di quello che ti viene richiesto: per difendere il posto, perché se è vero che c'è gente che, avendo garanzie contrattuali di un certo tipo, galleggia senza impegno, ci sono delle altre persone che devono difendere quel posto con le unghie e con i denti. La crisi ti costringe a rinunciare ad aumenti di salari e ad aumento delle ore di lavoro, perché senno' il padrone deve chiudere i battenti e ti trovi senza lavoro. E' giusto? Credo di no.

    Io faccio un lavoro che amo, però in questi ultimi tempi mi sto accorgendo che mi sta togliendo troppo. Ho sacrificato molte relazioni per il lavoro, ma ora vorrei una persona con cui condividere tempo ed esperienze, il problema è...come faccio a riprendermi delle domeniche perdute, sacrificate al lavoro?

    Ma lasciamo le mie considerazioni personali e torniamo a quelle generali...Come non è giusto che la società ci imponga di soffocarci di lavoro, allo stesso tempo non è giusto che una persona non possa seguire le proprie inclinazioni, il proprio talento e il proprio estro. La società dovrebbe dare spazio e modo alle persone talentuose di potersi esprimere, senza dover ripiegare su un lavoro che soffochi questo estro. Quindi comprendo il tuo desiderio di rinunciare a parte dell'orario di lavoro per poterti dedicare alle tue passioni. E aggiungo che apprezzo molto il fatto di aver fatto la scelta controcorrente, che ti sarà costata tante critiche anche in famiglia..ma in fondo si vive una volta sola.

    In conclusione, in bocca al lupo per il romanzo!

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    1. Avevo risposto alla tua domanda anche nei commenti: ora ho approfondito. :-)

      Comunque, Riccardo, io non avrei mai lasciato questo lavoro se non si fosse creato un problema di salute. è molto riduttivo dire (come molti fanno) che il lavoro "non mi piaceva": io per colpa di quest'attività, della distanza da casa, dello stile di vita malsano a cui mi costringeva e del modo in cui venivo trattata ho rischiato di ammalarmi, e questo non è giusto, è un insulto alla mia persona. A trentacinque anni avevo bisogno di provare a costruire un futuro adatto a me, ma prima di prendere la decisione di chiedere il part-time ho riflettuto a lungo, valutando i pro e i contro. Ero pronta a fare dei sacrifici nell'attesa che il nuovo lavoro ingranasse, però con mia grande sorpresa non è stato necessario perché la mia situazione economica non ha subito grandi scossoni, anche se con mia grande sorpresa. Con il part-time lo stipendio non è proprio dimezzato: si guadagna circa il 65% rispetto a prima perché ci sono meno tasse. Inoltre, ho un risparmio di circa 200 euro al mese, che prima spendevo pranzando fuori casa ogni giorno e nell'abbonamento al parcheggio. Se ci pensi, è davvero ridicolo che una persona spenda così tanti soldi per andare a lavorare, ma è così.

      Per quel che riguarda la seconda parte del tuo commento, io penso che la società negli ultimi decenni abbia portato avanti una campagna di promozione del lavoro dipendente, (tant'è che i giovani sono scoraggiati a intraprendere una libera professione) convincendoli che sia l'unico modo per ottenere una stabilità. Non è così. Io penso che il Sistema prima ci abbia costruito dei bisogni ad hoc e poi ci abbia offerto uno strumento per assecondarli. In realtà, abbiamo bisogno di molto meno. Un esempio banale: sabato ho fatto il cambio dell'armadio e ho trovato almeno tre capi d'abbigliamento che avevano ancora l'etichetta attaccata (pur avendoli comprati almeno un paio d'anni fa). Certo: avevo il lavoro, potevo permettermelo. Ma mi servivano? No. Posso benissimo vivere in part-time, ma con tanti oggetti inutili in meno.

      Infine, il lavoro dipendente così come è concepito qui dove lavoro io, non stimola né agevola lo sviluppo delle capacità e competenze individuali. Siamo tutti perfettamente sostituibili. Ed era questa consapevolezza che, più delle altre situazioni spiacevoli createsi in ufficio, mi mandava in crisi. Mi sentivo inutile e avevo l'impressione di non mettere nulla di mio in ciò che facevo, con conseguente spreco delle mie potenzialità. Mi dispiace, ma io non potevo più accettare una cosa del genere. :)

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    2. Infatti lo sconcerto nasce proprio da questo fattore, che emerge dalla tua esperienza: il lavoro serve a vivere, poi scopriamo che toglie troppe risorse mentali e talvolta anche risorse economiche, perché come dici tu, tra benzina, parcheggi e pasti fuori...si finisce per spendere delle cifre importanti.

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    3. Questa esperienza negativa mi è servita innanzi tutto a farmi decidere di portare avanti un'inchiesta sociologica contro il mobbing, e in secondo luogo ad avviare un progetto che aiuti chiunque desideri avviare una professione freelance. Le brutte esperienze, in fondo, devono servire per evolvere. Se non impariamo nulla, averle vissute è stato inutile. :)

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  4. Vai in collina, passa del tempo con te stessa. In varie fasi della mia vita mi sono trovata, a volte volontariamente, a volte per caso, completamente sola. Credo sia stato fondamentale per me, sia per una questione di autostima (sopratutto quando si è trattato di viaggi), sia per imparare a conoscermi. E poi sai quante storie sono nate?

    Solo una cosa mi ha fatto sorridere. Imparare a godere delle piccole cose... Sono stata molto fortunata a riuscire a mandare la pupattola al nido a due passi dalla scuola dove insegno e, dato che dovrei comunque tornare a recuperarla alla 16.30 il mio orario prevede quasi sempre i pomeriggi di lezione, quindi pranzo al bar (quando va bene, sorveglianza mensa quando va male). E il mio godere delle piccole cose è "non devo sparecchiare!"

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    1. Anch'io mi sono trovata sola tante volte, e mi è sempre piaciuto. Ho viaggiato molto e vissuto sola per diversi anni. A volte però porto ancora con me il residuo di alcuni momenti in cui questa solitudine non è stata una scelta ma un'imposizione. Quindi, mi rendo conto che c'è un po' di fragilità, di timore. Ciò nonostante, è una cosa che sento di dover fare. Infatti ho detto a mia mamma di farmi accendere il riscaldamento.

      Per quanto riguarda la "pausa pranzo", per me mangiare al bar tutti i giorni era diventato un incubo. Sai cosa vuol dire che non ne potevo più? Guardavo il patto e provavo una sensazione di fastidio che non immagini. Per me il problema era essenzialmente la qualità del cibo. A Imperia non c'è una via di mezzo. O vai al ristorante (cosa impossibile, visto che è molto oneroso) o in qualche barettino. Poiché anche riempirsi di panini non è molto salutare, ti trovi tra insalata in busta, verdure surgelate, mozzarelle ingiallite e altri cibi che spero di evitare per i prossimi dieci anni. :)

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  5. Come sai condivido la tua scelta e ancora di più il prenderti il tempo necessario per completare il lavoro che ti sta a cuore. Quindi mi auguro che presto sarai soddisfatta del tuo percorso e possa archiviare il passato come tale, anzi ne sono certa. Donna coraggiosa.

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    1. Rispondo con leggero ritardo perché sono in Piemonte con la connessione un po'ballerina. Sì, non vedo l'ora di archiviare il mio passato. È un percorso lento e laborioso, ma ne sono fiera. 😊

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  6. Vedo che ti sei salvata la vita. Per fare una cosa del genere ci vuole coraggio, perché bisogna riconoscere la propria condizione e volerla cambiare, accettando ogni rischio. Penso a te nella tua casina piemontese (la mia terra) e alla tua fortuna di fare esattamente ciò che desideri : scrivere. Buon lavoro Chiara

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    1. Sì. Ho impiegato molto tempo a prendere questa decisione perché mi sembrava di andare a tradire determinate aspettative sociali. Ma tu sai bene, visto che lavori nell'ambiente dei sindacati, che la realtà aziendale è spesso intollerabile. Io non ne potevo più. Nemmeno ora mi piace, ma almeno, lavorando in ufficio solo mezza giornata, ha smesso di risucchiare la mia vita.

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  7. Io per esperienza so che quanto hai raccontato è più o meno una versione edulcorata, perché diventa complesso anche solo provare a descrivere tutto l'insieme di sensazioni negative che la situazione comporta e i malesseri e le emozioni negative che ti assalgono.
    Quello che hai passato io e altri colleghi lo stiamo sperimentando fortemente in questo periodo. Più o meno la filosofia è diventata "noi decidiamo, voi eseguite e vi state anche zitti".

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    1. Se avessi scritto "i miei primi pensieri" sul lavoro qualche mese fa, probabilmente avrei scoperchiato le porte dell'inferno, ammorbando me stessa, mandando negatività a voi e rischiando una querela, alla quale avrei risposto con una contro-denuncia affiancata dal referto dello psichiatra. Ora riesco ad avere un certo distacco emotivo,che mi consente di parlarne senza scoppiare a piangere e senza incazzarmi. Un giorno racconterò ciò che mi è successo nel dettaglio, ma in forma diversa rispetto a quella del blog. Se vuoi intanto posso anticipare le cose via e-mail...

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    2. Solo se ti senti.
      Comunque credo sia una mossa strategicamente intelligente non esporsi troppo nel raccontare pubblicamente i dettagli sul blog, perché si finirebbe esattamente come dicevi sopra. Questo peraltro è più o meno uno dei problemi che stanno vivendo i miei colleghi.

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    3. Infatti. Io ho già subito sulla mia pelle le vendette del Sistema, almeno tre volte, e in modo pessimo. Appena tornerò a Sanremo, ti scriverò. Intanto se vuoi leggi su Kultural, rubrica SocioKultura, cos'è successo al "mio amico". Troverai l'articolo giusto al primo colpo.

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    4. Letto. La questione che poni può essere risolta in questo modo: mobbing è un comportamento, gaslighting una tecnica. Eventualmente questa tecnica può venire utilizzata nel mobbing.

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  8. Sarò telegrafico: vai e scrivi, tuoni e fulmini ;)

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    1. I tuoni e i fulmini stanno arrivando, basta guardare il cielo. La scrittura già c'è' :)

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  9. Lascia stare le malelingue e pensa solo a quello che vuoi tu, la vita è tua e se, grazie al part time, vivi meglio e puoi finalmente dedicarti alla scrittura e a quello che più ti appassiona allora vuol dire che hai fatto la scelta giusta. Scrivi il tuo romanzo, goditi anche i momenti di ozio e ogni piccolo attimo prezioso che la vita ti regala fuori da un lavoro soffocante.

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  10. Ti auguro di andare molto presto dai grandi capi a dirgli che te ne vai del tutto!

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    1. Secondo me, a questo punto, non vedono l'ora. Ormai ho perso completamente l'allineamento. :)

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  11. Credo non sia facile riprendersi in mano il timone, ma puoi continuare, e stare bene, senza provarci? No, è chiaro. Allora fai bene a vivere fino in fondo i tuoi dubbi e i tuoi timori, che sono nello stesso pacchetto delle gioie e delle energie ritrovate. Un prezzo di fatica c'è sempre, ma la stasi è peggio, secondo me.

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    1. Sono perfettamente d'accordo. Ogni lavoro di ristrutturazione prevede anche una fase di demolizione. Questo lascia spiazzati, ma è necessario per crescere. :)

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  12. Non è mai facile stare su un ponte. Ti allontani dalla vecchia vita ma ancora non hai raggiunto la nuova. Al di là dei dubbi e della paura dell'ignoto, però questo post trasuda una grande serenità, si vede che hai preso la decisione giusta.
    Spero che i giorni dedicati alla scrittura siano stati produttivi. Aspetto il tuo nuovo romanzo! Un abbraccio :)

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    1. Sì, direi che sono serviti, sia al romanzo sia a me, per la consapevolezza che mi hanno regalato. Oggi ne parlerò in un post.
      Tra l'altro, mi scuso se non ho ancora avuto modo di rispondere alla tua e-mail. Sono state giornate di fuoco. Intanto ti ringrazio per il file. Ci sentiamo presto. :)

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  13. Ti leggo spesso e i tuoi posti mi sono stati spesso d'ispirazione per portare dei cambiamenti nel mio quotidiano. Complimenti per le tue scelte coraggiose, vengono sempre premiate nella vita, non preoccuparti. Lo so per esperienza e non per retorica, affidati e il tuo percorso si srotolerá sempre piú davanti ai tuoi occhi...come un arcobaleno magico.
    Stai bene,
    Nika

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