Cos'è per me l'ispirazione.


Riempi il foglio con i respiri del tuo cuore.
(William Wordsworth)
 
Leggendo i commenti al post “L’ispirazione è” di Marina Guarneri, ho notato che molti aspiranti scrittori legano l’energia creativa ad attività di carattere pratico: post-it sparsi ovunque, quaderni pieni di appunti, distrazioni in ufficio, utilizzo compulsivo dello smart-phone, ecc.
La mia posizione al riguardo è un po’ diversa.  Per me l’ispirazione ha sempre rappresentato un impulso ad agire, non l’azione in sé, quindi le attività menzionate sopra sono solo la conseguenza di un messaggio che arriva da molto più lontano. Solo Cristina M. Cavaliere è riuscita a esprimere una visione in sintonia non solo con il mio pensiero, ma con quello che per gli antichi era il significato originario del termine.
A ciò che ha scritto la nostra amica però arriverò fra poco, prima guardiamo la Treccani:
Ispirazione - Intervento di uno spirito divino che, con azione soprannaturale, determina la volontà dell’uomo ad agire o pensare in un determinato modo, o rivela alla sua mente delle verità, spesso stimolandolo e guidandolo a esprimerle con la parola o con gli scritti.

E quindi:
ogni impulso o idea felice che sorga nell’animo quasi per suggerimento della divinità.

Solo in ultima analisi:
Stato di entusiasmo, di eccitazione fantastica in cui l’artista crea la sua opera, e il motivo stesso che eccita e feconda la sua fantasia.
 
Avete capito, ragazzi?
Il concetto di ispirazione in origine aveva una valenza fortemente spirituale, ma questa con il passare del tempo è andata affievolendosi. Parlare di una creatività che si esprime con una veemenza al limite della follia significa ancora una volta concentrarsi sull’effetto, non sulla causa. Per questo motivo mi è piaciuta molto la definizione proposta da Cristina: “L'ispirazione è qualcuno che ti sussurra all'orecchio. Chiunque sia.”  Una frase semplicissima, ma capace di attingere direttamente alla fonte.

DA DOVE ARRIVA L’ISPIRAZIONE?
Per il dizionario e non solo, essere ispirati significa conversare con Dio, o con qualcuno molto più sapiente di noi che, ronzando nel nostro cervello, ci fa scrivere sotto dettatura un intero romanzo.
Ma chi è Dio? Dov’è Dio?
Già immagino gli atei e gli scienziati che storcono  e impugnano la tastiera per rovesciarmi addosso qualche commento sarcastico… Aspettate un attimo, per favore! Ricordatevi che io non mi identifico con nessuna religione, ma sono vicina alle filosofie orientali e al buddhismo. La mia visione dell’ispirazione quindi potrebbe accontentare anche voi.
Sapete chi è il buddha, vero? Okay, l’uomo grasso, vestito di arancione, seduto a gambe incrociate.
Sbagliato: quello è UN buddha, ma non è il buddha. La traduzione originale del termine è “il risvegliato”, diventato poi per il senso comune “l’illuminato”. Ogni individuo può essere un buddha, se consente alla parte pura della sua anima di scacciare le ombre e avere la meglio sul mentale.
Come il Tao, siamo divisi in due. L’anima di luce si identifica con la nostra coscienza, tende per natura alla pace di armonia. È quella parte di noi non contaminata dagli inganni della mente, il luogo che dà origine alla creatività pura, all’ispirazione. È la voce che ci sussurra nell’orecchio quando scriviamo. Se fossimo sempre in grado di ascoltarla potremmo raggiungere la verità in un battibaleno ma l’ego, con le sue ombre, ci svia. Quando abbiamo paura, quando permettiamo all’ansia di schiacciarci, quando ci sentiamo incapaci e inadeguati, quando il rispetto per le regole ha la meglio sul nostro buonsenso, significa che l’ombra ha preso il sopravvento. Il nostro buddha è stato oscurato.
Io penso che l’ispirazione sia già dentro di noi. Penso che ci sia sempre, anche quando lavoriamo, mangiamo e dormiamo. Ma noi siamo sordi, non sappiamo riconoscerla, gettiamo un carico da un quintale sulla nostra autenticità, impedendole di emergere. Se poi qualcuno preferisce attribuire questa voce a un’entità altra, il concetto non cambia, c’è sempre un messaggio che cerca di raggiungerci. Cosa vogliamo farne? Gli diamo retta, oppure lo ignoriamo?

AZIONE MENTALE E AZIONE ISPIRATA
L’ispirazione dà vita al nostro progetto narrativo, ma solo l’azione può concretizzarlo. Prima di metterci all’opera però dobbiamo decidere da chi vogliamo farci guidare: dall’ego e dalle sue menzogne, oppure dalla nostra coscienza spirituale?  C’è una bella differenza, credetemi.
Chi è dominato dal mentale (che non c’entra nulla con la razionalità: consideratelo un sinonimo di ego) solitamente oscilla fra due estremi. Alcuni hanno paura del non-fare, nutrono il proprio obiettivo di aspettative e si convincono che solo sudando le proverbiali sette camicie potranno raggiungerlo. Lavorano come muli, eppure ogni azione sembra allungare la strada, costa una fatica enorme. A muovere questi individui è più il senso del dovere che non un sano entusiasmo e la reale convinzione di essere nel giusto.
Per contro, altri aspettano, ponderano, programmano e pianificano. Solo quando si sentono pronti, muovono il primo passo. È un atteggiamento razionale non criticabile, ma che rischia di privare l’azione della sua carica magica. Arrancando sotto il peso dei loro ideali socialmente indotti, si domandano: “sarò all’altezza del compito?” Aspettano troppo e l’entusiasmo si spegne.
Questo è ciò che può accadere quando nelle nostre scelte c’è troppo mentale e poca anima, ma con l’azione ispirata tutto può cambiare. Entrare in contatto con la parte illuminata di sé e poi attendere con fiducia un momento giusto che sarà riconosciuto all’istante è il modo migliore per stimolare le intuizioni. Ne avevo già parlato tempo fa nel post “La vitalità di un’idea”, ricordate? I lampi di genio arrivano all’improvviso, sono confermati da prove tangibili e non lasciano alcun dubbio sulla loro validità. Tutto ciò che dobbiamo fare, quindi, è seguirli senza riserve.
Un’idea ispirata ha già racchiusa in sé la carica che le consentirà di concretizzarsi. Non c’è fretta di agire né necessità di indugiare, perché tutto avverrà spontaneamente.

UN MITO DA SFATARE
Noto che spesso l’ispirazione è contrapposta alla tecnica, come se essere razionali volesse dire rinunciare alla propria creatività e viceversa. Io non molto d’accordo con questa visione dualista.
Uno scrittore non può fare a meno di studiare ed esercitarsi, è vero, ma solo quando siamo a stretto contatto con la nostra mente illuminata le competenze tecniche possono essere valorizzate.  L’ispirazione non esclude la razionalità, al contrario fa in modo che essa funzioni autonomamente e si sganci dalle paranoie, dalle insicurezze e da tutto ciò che ostacola la nostra crescita artistica.
L’obiettivo di ogni scrittore dovrebbe essere camminare sul terreno della  competenza inconsapevole di cui ho parlato nell’articolo “Le quattro fasi del cambiamento applicate alla scrittura”, però un individuo tecnicamente competente ma scollegato dalla propria ispirazione si muove con il pilota automatico, solo chi sa unire l’impulso creativo più folle alle competenze acquisite può raggiungere vette elevate.
 
Per concludere
Okay ragazzi, la teoria la so. Per la pratica, mi sto attrezzando. Non sono ancora riuscita a realizzare questa unione fra razionalità e ispirazione: o sono nella creatività pura, oppure mi lascio incatenare dal mentale, inteso nel senso negativo del termine, e oscillo fra i due estremi di cui sopra con una netta predominanza del secondo. Sto cercando però pian piano di rafforzare il legame con la mia anima di luce, perché sono convinta che la nostra voce interiore,  per quanto balbettante, meriti di essere ascoltata.

Il lancio della patata bollente.
Voi che rapporto avete con il sussurro che fischia nelle vostre orecchie?
Volete tutto e subito, o tendete a procrastinare?

Commenti

  1. parlo
    parlo sempre più del dovuto
    non fisso su carta nell'immediato
    dimentico
    mi sveglio la notte e scarabocchio qualcosa che mi tiene incollato fin quando non è ora di quotidianità
    vorrei essere una di quelle con la moleskine in mano,
    lo sguardo che vaga ma non vuoto... assorto piuttosto
    invece sono una che si beve latte e nesquik in tazze fighe,
    si mette al pc e cerca i mercatini dove comprare libri usati nel weekend

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    1. Una cosa non esclude l'altra. Io ho la moleskine e lo sguardo vuoto, compro libri per il kindle e scarpe con il tacco, le mie tazze sono tutte regalate, e tutte fighe perché parlano al cuore. :)

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  2. Ma che bella sorpresa, Chiara! Per caso mi sono collegata a FB e ho visto che mi avevi taggato, così mi sono incuriosita. Ti ringrazio tanto, mi hai quasi dedicato un post... insieme con l'ispirazione, naturalmente, che è la vera protagonista. :-)

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    1. La frase che hai scritto è molto in sintonia con il mio pensiero, che poi ho precisato su facebook. Sarebbe stato un peccato non menzionarla. Quindi grazie a te per lo spunto. :)

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  3. Sono proprio contenta che un articolo un po' così, senza pretese, abbia invece "ispirato" un post molto intenso come questo. Certo, qui l'ispirazione esce a testa altissima; le tue riflessioni, che attingono dalle filosofie orientali, sono affascinanti. Conversare con Dio per me è pregare, visto che sono cattolica e sono sicura che la preghiera sia un impulso molto lontano dal mentale e molto più vicino alla coscienza spirituale. Sono altresì convinta che tutte le volte in cui una vocina mi sussurra all'orecchio è perché Qualcuno mi sta suggerendo di utilizzare il dono che mi ha dato.

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    1. Per motivi che ti spiegherò in altra sede ho voluto rimanere circoscritta all'anima illuminata. Però penso che essa a sua volta sia connessa ad un'energia universale (altrimenti perché fare reiki?) e non solo... ma ne parleremo in privato, se vorrai. Penso che conoscere la mia posizione ti aiuterebbe a capire meglio uno dei miei personaggi. :)

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    2. Appena posso ti scrivo. :)
      Oggi è un delirio!

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  4. Io non sto a lambiccarmi il cervello per sapere cosa sia o non sia l'ispirazione. Fantastico su un'idea, ci costruisco su una storia, avvolgendola intorno a due massimo tre personaggi, che ruotano tutti in un'area ben precisa. Quando mi convinco che la storia abbia una sua valenza compero un quaderno a quadretti -solo a quadretti- di 100 pagine, prendo la mia penna stilografica e inizio a scrivere. Scrivo di solito dal primo capitolo in poi, una perola dopo l'altra e mi fermo solo a fine capitolo. Rileggo, non correggo e vado avanti. Finito l'ultimo capitolo ripongo il quaderno per almeno tre settimane senza più aprirlo. Quando lo riapro vedo rileggendolo che effetto che mi fa.
    È un po' la tecnica che uso per i miei quadri: li penso, li vedo, li dipingo, li abbandono e li riguardo dopo una quindicina di giorni. Se non mi piacciono li distruggo. Se mi piacciono è perché sono buoni. Io sono un critico feroce delle mie cose. Nessuno mi ha mai sentito esaltare un romanzo come un piccolo capolavoro, né un quadro come un'opera d'arte.
    So CHE QUESTO AL GIORNO D'OGGI È UN DIFETTO, ma io non sarò mai un capo di governicchio come matteo renzi.

    PS. il minuscolo non è un refuso.

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    1. Il termine "lambiccarsi il cervello" racchiude in sé una sfumatura negativa, come se pensare a certe cose fosse una perdita di tempo. Questo però è un blog che parla di scrittura. E le riflessioni personali servono (almeno a me) per comprendere appieno ciò che sto facendo.

      Il tuo metodo di scrittura mi piace e penso che mi aiuterebbe, anche se io scrivo al computer. Invece non capisco l'ultima parte del commento. Perché non autocelebrarsi dovrebbe essere un difetto? Nemmeno io lo faccio. E soprattutto cosa c'entra tutto questo con Renzi? :-)

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    2. Non leggi i giornali? Non guardi la TV? Soprattutto quelle di Stato ed i suoi telegiornali? Non si sente altro che: noi abbiamo fatto questo e quest'altro, io ho fatto questo, io ho fatto quest'altro, io FARÒ questo, eccetera. Io la chiamo autocelebrazione, e qui il maestro è il capo del governicchio matteo renzi.
      Ma c'è gente, anche in rete, che scrive un libercolo e ne celebra la qualità di primissimo ordine. Questo intendevo dire.
      "Lambiccarsi il cervello" è un modo di dire, non un allusione ad una perdita di tempo, perché c'è lambiccarsi e lambiccarsi, Chiara. Io quando penso e strapenso non predo mai il io tempo, come nemmeno te, credo.

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    3. Sono sincera: no, non guardo TV e leggo prevalentemente le ANSA perché sono le uniche notizie che non subiscono il filtro dell'ideologia. L'autocelebrazione è ovunque, al punto che non ci faccio più caso. "Lambiccarsi" è una parola che mi piace. :)

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  5. Più che di sussurri io vivo di idee che si accendono improvvisamente. Mi succede che l'idea più brillante (che poi diventa la struttura portante del racconto) si fa dominante e con il passare del tempo si aggiungono idee minori che si incastrano bene con l'idea iniziale. Di solito comincio ad arrivare a scrivere quando il grappolo di idee è pronto per essere colto.

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    1. Anche questa secondo me è una forma di ispirazione. Ci sono anche i buddha urlatori! :-D

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    2. ... Nel mio caso direi buddha illuminanti. Chi può illuminare meglio di un illuminato? :-D

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    3. Il Buddha non è separato da te. :)

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  6. Il post è molto bello.
    Io non so se sono molto in contatto o molto poco in contatto con "l'altrove", che chiamo "Paradiso delle storie possibili". È che mi sembra di essere sempre un po' qui e un po' lì. Come dice mio marito "stai in un mondo tuo che, assomiglia a questo, ma è slittato di 5 cm" (per spiegare perché inciampo sempre nelle cose). Nel senso che le folgorazioni improvvise, di cui pure ho esperienza, sono pochissime,ma c'è sempre una storia nella mia testa, spesso e volentieri più di una. Vivo un po' qua e un po' là, dentro la vita vera e dentro la narrazione e la cosa difficile è evitare che le due cose si sovrappongano troppo.
    La tecnica interviene dopo, quando decido che una storia deve uscire dalla mia testa e approdare su carta (non tutte fanno questo balzo). Allora l'effetto su carta deve essere all'altezza di quello nella mente e la tecnica serve a quello, a renderla fruibile per gli altri tanto quanto lo è per me.
    Ecco... Spero di non essere sembrata troppo oltre l'orlo della schizofrenia, ma tutto sommato io non sento di star male appollaiata sul muretto che separa due (spesso più di due) mondi a guardare ora di là ora di qua.

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    1. Ti ringrazio, mi fa piacere che il post ti sia piaciuto. :-)

      Anche io vivo sempre in una dimensione parallela, anche perché il mondo materiale è quello dell'ego, la fantasia si muove su un terreno intangibile (perdona l'ossimoro), e questa testa perennemente fra le nuvole non sempre è compresa. Io penso di vedere e sentire più di altre persone, però nel mondo post-moderno, proiettato verso il fare, queste qualità non sono gradite. Però che dire? Io nel mio mondo di obiettivi e ostacoli, di colori e parole, mi sento benissimo. E se mio padre mi ha sempre detto "sei fuori dal mondo" come fosse un insulto, io me ne sento fiera. La loro mentalità e le loro regole non mi sono mai appartenute. :)

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    2. Forse io sono fortunata, perché la mia vita al momento mi piace e non sento una contrapposizione tra il mio vissuto e i mondi delle storie. Semplicemente convivono. Mi sono a volte sentita in colpa per questa tendenza della mia mente a vagare e a sfuggire, soprattutto se mi trovo a fare lavori manuali e ripetitivi. Però io sono così. Guardo una cosa, penso a qualcos'altro, che spesso, però, mi fa apprezzare di più ciò che guardo. Devo fare lunghi percorsi mentali per tornare al qui ed ora. Però ho anche avuto la fortuna di avere sempre accanto persone, almeno nel nucleo famigliare, che magari hanno sbuffato per le mie stramberie, ma che comunque mi hanno sempre voluto bene per com'ero.

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    3. Io sto cercando di far convivere questi due mondi anche grazie ad aiuti esterni. Ho vissuto un periodo di crisi, come sai, proprio perché non riuscivo a far convivere il mio lavoro con il mio modo di essere. Ora sono molto più serena rispetto a qualche mese fa, forse perché riesco a considerarlo per ciò che è. Nessuno mi corrompe, se non lo voglio io.

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  7. Io, invece, sono un fatalista. Penso che la strada che stiamo percorrendo sia già stata scritta. Forse l’abbiamo percorsa già migliaia di volte in altrettanti universi paralleli, con risultati sempre uguali o sempre diversi: non saprei. In questo senso, l’ispirazione è la connessione con il nostro percorso: quando ce ne allontaniamo, non siamo particolarmente ispirati ma adombrati, come camminare al margine di una strada o addentrarsi in una selva a lato; quando invece la percorriamo al centro, dritti e convinti, ci sentiamo illuminati perché in sintonia con il nostro percorso. Naturalmente è sempre una questione di scelta, di libero arbitrio; nel senso che la strada tracciata per te puoi anche rifiutarti di percorrerla. Tuttavia, non starai mai bene con te stesso. Forse per questo, dopo un decennio passato a fare altro, ho sentito il forte impulso di tornare a scrivere.

    Sulla contrapposizione fra ispirazione e tecnica non concordo nemmeno io: le due cose non sono in contrapposizione, la tecnica è un mezzo per raggiungere un fine. Governarla ci permette di usare bene lo strumento che abbiamo scelto per il nostro fine.

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    1. Come forse già sai, perché ne abbiamo parlato tante volte, io credo nel karma, concetto al contempo simile e diverso. Da un lato è associato al destino perché comprende la "missione individuale", ovvero il motivo per cui siamo su questa terra, nonché il bagaglio energetico che ci portiamo dietro, Ciò che ci capita, è la conseguenza delle nostre azioni e dei nostri pensieri. Noi non subiamo niente. Diamo la colpa al destino, ma tutto è stato creato da noi.

      La tecnica si può usare in modo ispirato. L'importante è conoscerla! :)

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  8. Mica per niente i poemi iniziavano con l'ode alla musa ;)
    Comunque sono d'accordo, l'ispirazione è lìatto che smove, poi a muoversi ci vuole tutto il resto.
    Io ho imparato a ignorarla, troppo frustrante il momento in cui scopri che ciò che resta dell'ispirazione nei tuoi testi è un pallido riflesso.
    No, scherzo ;) ho imparato a razionalizzarla in realtà, a filtrarla, a trattenere solo ciò che resta e poi dargli forma.

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    1. Io faccio un lavoro pressoché opposto: la lascio uscire così com'è, e poi la "ripulisco" in seconda battuta degli elementi che non servono, o che fanno ... ehm... un po' cagare, narrativamente parlando! :-D

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  9. Una volta facevo anch'io così, solo che:
    1) per quanto tetassi di scrivere velocemente l'ispirazione correva più velocemente e se mi concentravo sullo scrivere l'ispirazione fuggiva, e alla fine mi ritrovavo con un "magro bottino"
    2) l'ispirazione il 99% delle volte mi coglie nelle situazioni più disparate ma nelle quali mi è impossibile scivere (sotto la doccia, in tram, mentre guido...)
    Per cui ho imparato a fissare a mente solo le cose "importanti" dell'ispirazione, le immagini che mi parevano più efficaci, le sensazioni che me l'avevano portata,una o due parole "richiamo" e poi, con calma, rielaborare quel che era rimasto e appuntarmelo da qualche parte, e solo dopo un po' di tempo metterlo davvero per iscritto. Com me funziona, però è un metodo molto personale. E comunque il 99% degli spunti finisce erso, mi piace pensare che si salvi solo la parte migliore ;)

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    1. Io parto già dal presupposto che se mi dimentico qualcosa non si trattava di reale ispirazione. Scrivo. E poi da un lato rafforzo l'ispirazione con nuove idee, dall'altro la ripulisco dalle scorie dell'ego e da dettagli inutili che volenti o nolenti vengono sempre fuori.
      P.s. ho avuto un'idea e vorrei farti una proposta per un guest-post. Come faccio a contattarti?

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  10. Più che un sussurro la mia storia urla al mio orecchio. A volte non mi lascia stare, così mi ritrovo a scrivere appunti su un pezzo di carta finché non ho il tempo di mettermi al computer per scriverne e svilupparla.
    Peccato passare le ore migliori del mio tempo a fare tutto fuorché scrivere, ultimamente questa sensazione non mi fa star bene neanche un po'.

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    1. Ti capisco Giulia, io a causa di questa sensazione sono stata male per mesi. Ora sto cercando di affrontare la situazione con più serenità. Faccio quello che posso senza sclerare, perché il malumore non giova alla scrittura... né a me! :)

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  11. L'ispirazione per me è ciò che si nasconde nella parola: qualcosa che ti suggerisce una storia. Può essere un'altra storia, un film, una scena, una parola letta, una situazione reale.
    Però non è detto che nasca una storia dall'ispirazione. Sabato ho avuto l'ispirazione per un romanzo, ma non ho voluto appuntarmi nulla, per vedere se sarebbe rimasta nella mia testa. Ora non so neanche a quale genere letterario apparteneva quella storia. Ricordo solo qualcosa, che non è però la parte importante.

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    1. Forse quella era solo un'idea, non un'idea ispirata.
      L'ispirazione secondo me ha già in sé il principio dell'efficacia.
      Ma forse dipende solo dal modo in cui la vivo io. :)

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  12. Che bel post, Chiara! Altro che rovesciarti qualcosa in testa, mi stampo l'articolo e lo tengo da parte. Sottoscrivo tutto (del resto in diversi passaggi potresti parlare di me e per me). Tradurre tutta questa verità nella vita non è affatto facile, richiede un resettaggio radicale di comportamenti e bisogni in parte indotti dalla nostra cultura, da cui è difficile liberarsi. Ma si può, e si deve! Il premio in palio è prezioso. :) Il mio rapporto con il sussurro (bellissima immagine, Cristina!) è... maltrattarlo, chiedergli scusa, coccolarlo e tornare a ignorarlo, ancora e ancora. Sto imparando, sai com'è.

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    1. Grazie di cuore! Ero sicura che il post ti sarebbe piaciuto, perché sei fra tutti i follower la persona più vicina alla mia filosofia di vita. E spero che tu, in questo periodo di pausa, abbia qualche folgorazione che ti riporti sulla tastiera: sarebbe una grande vittoria contro il mentale. Non smettere mai di creare, anche se non scrivi. E passa di qui ogni tanto! :)

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    2. Ehi, come sarebbe "ogni tanto"? Magari mi perdo un post o due, ma sono sempre qui in giro. :) (Sì, creare è una necessità.)

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  13. Mi viene in mente la teoria della lateralizzazione degli emisferi cerebrali, il sinistro definito quello della razionalità, il destro quello dell'emotività. Per esempio la fruizione della musica avviene nel destro, mentre l'elaborazione dell'armonia nel sinistro. I significati semantici e il linguaggio verbale sono propri del sinistro, la regolazione emozionale e il linguaggio non-verbale del destro. Quindi, quale dei due emisferi usare nella scrittura? Il bello è che i due si scambiano le informazioni attraverso un ponte, il corpo calloso, per cui direi che in una produzione artistica non si possa proprio scindere razionalità e creatività, l'improvvisazione dalla tecnica.
    Un neuroscienziato potrebbe dare come consiglio per la scrittura di provare a guardare il mondo con un occhio solo e scrivere le proprie impressioni, poi di fare lo stesso con l'altro occhio, infine coi due occhi assieme, e confrontare cosa si sia ottenuto.

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    1. Non è una teoria, secondo me: è una realtà! :-)
      Ho da mesi in bozza un post che parla di questo. La tesi di partenza è proprio quella che illustri tu: emisfero sinistro per la stesura ed emisfero destro per la revisione. Poi, uno sguardo generale.
      Il problema è che questo articolo richiede una documentazione approfondita per poter essere fatto bene. Quindi cresce pian piano! :)

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    2. Vuoi provare a mandarmelo per vedere se riesco a darti qualche suggerimento?

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    3. Volentieri grazie mille! Prima vorrei finire la stesura, poi te lo manderò con piacere. :)

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