Le primavere di Praga - Riccardo Burgazzi





La presente recensione è stata scritta circa tre mesi fa, con l'intento di pubblicarla sul nuovo blog, ormai in costruzione perenne. Poiché i tempi si stanno dilatando oltremisura, ho deciso di farla intanto comparire su Appunti a Margine per poi, appena possibile, trasferirla sul nuovo sito. I contrattempi, purtroppo, sono stati moltissimi, così come le ragioni del ritardo (che coinvolgono anche la mia salute). Pertanto, non voglio ufficializzare una data di pubblicazione. L'ultima volta che l' ho fatto, è successo di tutto: ora, taccio per scaramanzia! Ciò nonostante, ho deciso di non toccare l'introduzione, per ricordarmi l'intento iniziale di questa recensione, renderlo noto anche a voi, e recuperarlo non appena i tempi saranno più favorevoli. La mia strada, ormai è ben nota. Questi non sono stop, ma solo deviazioni.

Su questo sito ho deciso di recensire solo romanzi che si muovano al di fuori dal circuito produttivo delle major e che abbiano un valore artistico innegabile. La motivazione alla base della mia scelta è che diffondere cultura mi interessa  più che aumentare le visite strizzando l’occhio ai motori di ricerca: piuttosto che favorire i soliti noti dell’editoria commerciale, preferisco dare spazio a voci nuove. E la voce di Riccardo Burgazzi, merita questo spazio. Senza ombra di dubbio.

Il suo romanzo Le primavere di Praga, edito a febbraio 2018, è un prezioso gioiellino dell’editoria indipendente. Ecco la trama in pillole, così come presentata sulla quarta di copertina:

Ludovica, già studiosa di letteratura e politica in pensione, torna nella capitale ceca dopo una quarantina d’anni da quando ci aveva abitato in gioventù, alla ricerca di un vecchio amico. I suoi ricordi, le sue impressioni e soprattutto le sue riflessioni fanno di questo romanzo (ambientato in un “non tempo”, ma in un luogo molto preciso) uno specchio analitico sulla nuova migrazione giovanile, oltre che una guida storica e aneddotica della città.

Da questo aperitivo avrete già capito che il romanzo ha due protagoniste.

La prima è Ludovica, una signora di settant’anni che in passato ha ricoperto incarichi politici importanti e ora, invece di godersi la terza età sul divano di casa propria, decide di portare a termine una missione, necessaria per fare pace con il proprio passato. La seconda è la città di Praga, non semplice ambientazione, ma soggetto vivo e autonomo, che interagisce con i personaggi e ne condiziona le scelte.

Nella prima parte del romanzo, le descrizioni e i pensieri di Ludovica (in questa prima fase anche funzionali a far sì che il lettore comprenda l’obiettivo narrativo e la cornice socio-culturale) hanno un ruolo centrale. Man mano che ci si addentra nella trama, invece, le interazioni tra i personaggi acquisiscono sempre maggior dignità, finendo in parte per emanciparsi dal contesto. Ciò nonostante, Praga è sempre lì, viva e vibrante, con tutte le proprie contraddizioni.  Le immagini che Burgazzi mette a nostra disposizione non sono fotogrammi isolati, ma panoramiche ad ampio raggio che consentono al lettore di vivere appieno l’ambientazione, respirando la stessa aria di chi, nella città maledetta (cit.) vive e/o vegeta da anni. Tale minuziosità favorisce l’immedesimazione. Chi è dall’altra parte della pagina, involontariamente comprende le dinamiche interiori dei personaggi e le accetta, anche quando scaturiscono in dolceamare considerazioni sulla natura umana: non vorresti vedere la verità, ma non ne puoi fare a meno, perché Ludovica ti afferra per la collottola e ti chi schiaccia il naso sopra. Praga, pure.

La decisione dell’autore di descrivere un luogo che conosce molto bene si è rivelata vincente.  Molto spesso ci troviamo per le mani romanzi ambientati in qualche paesino americano che il sedicente scrittore ha visitato solo con Google Maps, e le cui caratteristiche somigliano in modo allarmante a quelle della provincia Italiana. Invece, ne Le primavere di Praga, Praga è Praga, non una Cinisello Balsamo in versione Europa dell’Est. E questo, il lettore, lo capisce subito. Perché Burgazzi non si limita a descrivere i luoghi, ma offre dettagli che sfuggirebbero a qualunque turista di passaggio. Lui infatti, che a Praga ha vissuto per diversi anni, può sapere qual è il principale alimento dei cechi (aglio), cos’è una cajovna (un luogo in cui si beve tè: lì ce ne sono tantissime) e che un pivo, una birra, costa un euro. Io, invece, non lo sapevo. E adesso lo so. La letteratura serve anche a questo. A farti viaggiare prima con la mente, poi anche fisicamente. A estraniarti dal tuo luogo e dal tuo tempo, per entrare in una dimensione universale.

La lettura di questo romanzo può essere quindi gratificante per chi ha un’anima viaggiatrice e un corpo costretto a rimanere inchiodato alla propria miserabile realtà. Per chi pensa che un romanzo non debba solo intrattenere ma farci aprire gli occhi sulla pochezza dell’epoca in cui viviamo. Per chi ama i personaggi a tutto tondo e non ha paura di essere contagiato da un eccesso di introspezione psicologica. Ma, soprattutto, può essere gratificante per chi ha voglia di guardare oltre il muro delle proprie convinzioni limitanti; per chi ha voglia di entrare in relazione con soggetti controversi e anticonformismi senza giudicarli: un ingegnere ottantenne bravissimo nella rollatura a bandiera, una ragazza madre laureata che vende la propria anima per non morire di fame, un’anziana docente universitaria chiamata a decidere se essere fedele a se stessa, oppure tradire un’amica… e poi lei. Ludovica Valdesi. La vera anima della storia.  

Ho trovato l’adozione di un punto di vista interno in prima persona un vero e proprio atto di coraggio, una scelta di nuovo in controtendenza rispetto alle mode del momento. La letteratura, come lo stesso autore aveva evidenziato qualche mese in un’intervista con la sottoscritta, ultimamente punta molto all’autobiografismo. Per Burgazzi questo (cit) potrebbe essere un segno dei tempi: una sorta di specchio letterario di un periodo caratterizzato dall’uso quotidiano di un social che domanda “cos’hai fatto oggi” e “cosa pensi”. Ma lui, che nel romanzo ha più volte, per voce di Ludovica, mantenuto un atteggiamento critico nei confronti della perenne interconnessione che caratterizza il nostro secolo, ha optato per una protagonista dalle caratteristiche sociali e anagrafiche completamente diverse dalle proprie. È una donna, innanzi tutto. È anziana. Ha amato per anni un uomo bugiardo, ma verso il quale si sente ancora in debito. Però, anche lei ha vissuto all’estero. Questo è il trait d’union che consente all’autore un’efficace immedesimazione. Mai una volta in tutto il romanzo (e lo dico da editor!) ho percepito sbavature nel punto di vista o improprie incursioni dell’autore. L’immedesimazione è a trecentosessanta gradi. E il lettore non si sente escluso da questa comunione d’intenti, ma viene integrato a pieno titolo dentro questa squadra di sognatori, con i quali si trova a lottare, sperare e cooperare per rendere il mondo un posto migliore.

È proprio l’universalità dei concetti espressi a rendere questo romanzo facilmente fruibile nonostante la ricercatezza del linguaggio, che in altre circostanze chiuderebbe la porta in faccia a chi cerca un’opera di pura evasione. Le verità filosofiche veicolate nel romanzo non appartengono soltanto a Ludovica, o a Riccardo Burgazzi, ma a tutti noi. Esistono e vivono a prescindere dalla voce che decide di trasmetterle. Trovano a Praga la loro massima espressione, e forse non valgono in ogni luogo, ma sicuramente in ogni epoca. È per questo motivo che l’autore, pur avendo dato alla propria opera un’ambientazione geografica ben definita, ha deciso di rinunciare a ogni connotazione temporale. Il lettore non sa in quale epoca si svolga la storia, o quando Ludovica abbia vissuto a Praga: forse venti, trenta o quartant’anni fa. Alcuni dettagli (la presenza dei social e dei cellulari, un riferimento a Ligabue e a Gramellini, lo stile di vita delle persone) fanno pensare al mondo contemporaneo, o a un futuro prossimo, ma di questa contestualizzazione non saremo mai sicuri. Del resto, non ci interessa avere per le mani una data. Ciò che è valido oggi, lo era anche ieri e lo sarà domani. Perché, nonostante il mondo cambi in continuazione, la realtà interiore dell’essere umano rimane immutabile, perennemente in balia del caos. Proprio come Praga. Proprio come la selva dell’Orlando Furioso di Arioso, l’eroe epico che, per tutta la durata della storia, prende per mano Ludovica e la guida lungo il suo bisogno di comprensione. Un bisogno che è anche nostro.

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