Scripta manent - Il viaggio invisibile delle parole


Se vogliamo trovare i segreti dell'universo, 
dobbiamo pensare in termini di energia, frequenza, vibrazioni.
(Nikola Tesla)

Ho sempre avuto un rapporto molto stretto con l' invisibile. Non mi limito a dire di crederci, perché il crederci, quando si tratta di fenomeni non dimostrabili, presuppone un'applicazione mentale. E non voglio nemmeno parlare di fede. Nella mia relazione con il cosmo non c'è una dogmatica cecità, ma un sentire profondo che si nutre di esperienze reali. Quelli che noi chiamiamo miracoli, altro non sono che il manifestarsi di una volontà – la nostra – che ha lavorato sottobanco, a volte consciamente, a volte inconsciamente, per mesi o per anni. L'abbiamo nutrita con i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre emozioni. L'abbiamo bloccata con paure e timori. L'abbiamo a volte agevolata, a volte ostacolata, in un rapporto di scambio continuo.

Sebbene fin da quand'eravamo bambini ci dicessero che siamo tutti nelle mani del destino e della volontà divina, noi creiamo continuamente la nostra realtà. Ed essere consapevoli di ciò può cambiare radicalmente non solo la nostra vita quotidiana, ma anche la nostra scrittura.

Come ho già detto in passato, esiste una differenza abissale tra una performance e un processo.

La prima presuppone il raggiungimento di un risultato concreto, il cui valore dipende dal giudizio degli altri. Se siamo insicuri, quindi, avremo paura di fare brutta impressione e, per ottenere un riscontro positivo, taglieremo tutte le espressioni anticonvenzionali, o quelle che rischierebbero di essere fraintese. Le parole saranno impregnate di ansie e di aspettative. La voce uscirà a sprazzi, vittima di convinzioni limitanti, timori e fobie. E il testo che ne risulterà sarà zoppicante, sgonfio.

Il secondo, invece, non rappresenta qualcosa che “si fa”, ma qualcosa che semplicemente avviene e, nel suo manifestarsi, genera energia. Questo è, secondo me, il significato profondo della produzione artistica. Quando la tecnica è stata integrata, ci si può concentrare sulla creatività pura e lasciarsi andare, chiudere fuori ogni pensiero proprio come quando si è in meditazione.

Performance e processo possono coesistere. Si vede, per esempio, nelle rappresentazioni teatrali, ai concerti, negli spettacoli di danza. La produzione di un testo scritto però, non prevede la compresenza tra l'autore e il suo pubblico, quindi richiede un metodo differente.

Per quel che mi riguarda, preferisco pensare al risultato finale solo quando sono in fase di revisione e, mentre scrivo, concentrarmi esclusivamente sugli aspetti creativi. Per me, senza un'ispirazione forte, non può esistere un'opera valida. Quando la parola si stacca dalla mia mano per essere impressa sul foglio, accade qualcosa di magico: inizia a vivere un'esistenza autonoma. Io non so dove andrà a finire. Non posso controllarla. Le concedo la propria libertà, la lascio semplicemente esistere. Prima o poi raggiungerà qualcuno, e sarà questa persona a decidere cosa farne. Io mi affido alla sua imprevedibilità, e rispetto la sua scelta.

So che molti individui, abituati a calcolare anche il numero di maccheroni che metteranno nel piatto, vanno nel panico davanti all'impossibilità di determinare la reazione del lettore. Per questo motivo, scrivono con la testa, hanno paura di sbagliare. Ma io mi domando: cosa ci può essere di sbagliato nell'esprimere la verità della propria coscienza? Ogni pensiero partorito dalla mente umana ha il diritto di esistere. Se qualcuno non è in grado di coglierlo, il problema è solo suo.

Per riuscire ad aprirsi a una scrittura ispirata, occorre solo avere fiducia, non tanto nel lettore,quanto nel potere delle proprie parole: come dicevo all'inizio del post, esse continuano a scorrere in una dimensione invisibile anche quando ci dimentichiamo di averle scritte. Per lasciarle agire in pace, dobbiamo abbandonare l'aspettativa di un risultato concreto, dare tempo al tempo: se siamo stati onesti con il lettore e gli abbiamo portato rispetto, qualcosa accadrà. Non sarà quello ci attendevamo, perché non attendevamo nulla, e va benissimo così.

La pazienza, lo ammetto, non è mai stata una mia dote. Grazie alla scrittura, tuttavia, ho imparato a non aver paura. Quando affido la mia voce al vento, non so mai dove andrà a finire. Ma se, mentre la guardo volare, riesco a mantenere vive le mie emozioni, so che l'altro la accoglierà a cuore aperto. Magari non nell'immediato, ma lo farà. E senza alcuna forzatura.

La società di oggi ci ha abituati alla fretta: pubblichiamo uno status su Facebook e, se dopo dieci minuti non abbiamo ancora ricevuto tot likes, ci sentiamo dei falliti. Ma un detto buddhista recita: “L'erba cresce senza fretta”. Io ci credo profondamente. Due anni fa ho ricevuto la risposta a un'e-mail inviata nel 2009: ai tempi la persona non era abbastanza matura per comprendere le mie parole, ma sei anni dopo, dopo averle rilette, ha sentito il bisogno di dirmi che avevo ragione. I post sul Jolly hanno richiesto tempo per essere integrati nella mente dei lettori, e adesso sono citati un po' ovunque. Stesso discorso vale per alcuni termini specifici da me utilizzati: un autore pavido, avrebbe rinunciato a utilizzarli. Inoltre, alcuni articoli non ricevono commenti per giorni, poi ne arrivano cinque tutti insieme, perché i followers hanno bisogno di metabolizzarne il contenuto. Ho inviato la mia candidatura per collaborare con una rivista, e il direttore conosceva già il mio blog, anche se non si era mai fatto sentire... Insomma... non dannatevi l'anima per l'assenza di riscontri. Non abbiate paura di contattare un editore, o un altro autore: il suo silenzio non vi dice necessariamente che non siete state apprezzati, né che non lo sarete in futuro. Intanto, vi siete fatti conoscere. E soprattutto, ricordatevi che le parole producono un effetto energetico invisibile, che si manifesterà al momento del salto quantico.

Cosa sia il salto quantico, ve lo spiegherò prossimamente.

Il lancio della patata bollente
Cosa ne pensate della mia riflessione?
Vi vengono in mente vostri scritti che hanno sortito un effetto a lungo termine?

Rivelazione importante: ora posso comunicarvi il nome del blogger misterioso che è stato mio ospite giovedì scorso, per il post Paure e archetipi dell'era post-moderna: si tratta di Marco Lazzara, del blog Arcani.

Commenti

  1. Da non scrittore faccio fatica a dare un parere significativo,
    diciamo che però è vero che nella vita capita che le cose possano avere effetto a lungo termine. Allo stesso tempo però i ritmi frenetici della vita moderna ci impongono il tutto e subito, quindi non c'è tempo di aspettare che qualcosa germogli. Sul processo creativo è giustissimo ciò che dici, ma temo che nel mio caso incida sempre il mio interlocutore. Capita che nel blog scriva più a ruota libera, perché so che il pubblico che interagisce è interessato a ciò che sono, non a ciò che dovrei essere.

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    1. Il tempo c'è, se noi decidiamo di averlo. Il mito della frenesia è solo un'illusione creata ad hoc per separarci da noi stessi. E non è un caso che negli ultimi anni siano esplose discipline che elogiano la lentezza, come lo yoga e il pilates. Allo stesso modo non è un caso che la meditazione stia diventando una pratica sempre più diffusa e comune.

      Per quel che riguarda la performance, chiaro che il mio discorso si focalizza sulla narrativa, sulla scrittura creativa e su quella espressiva. Nei documenti di lavoro c'è pochissimo spazio per la creatività. :-)

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  2. Questo post è stato un bel processo e una bella performance :)
    A me è arrivata una grande energia

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    1. Ti ringrazio molto, anche se la performance è ridotta al minimo.
      Mi sono limitata a correggere i refusi. :-)

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  3. Bella riflessione, Chiara. Concordo sulla potenza delle parole, riguardo alla loro autonomia e all'efficacia che manifestano nel tempo. A me capita spesso di trovare riscontri impensabili su concetti espressi nel passato. E la cosa buffa è che qualche volta faccio fatica pure a ricordarli... :)

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    1. Grazie, sono felice che la riflessione ti sia piaciuta. So che è un argomento un po' difficile da masticare, specialmente in una società che ripiega sulla contingenza. :-)

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  4. Condivido molto di ciò che hai detto, e le tue convinzioni sono anche le mie. In particolare mi piace sentirti dire che il tuo rapporto con l'invisibile è "un sentire profondo che si basa su esperienze reali". Per me è stato fondamentale capire che non ho bisogno di vedere validato ciò che intuisco come vero dalla scienza o da chicchessia. Senza questa libertà interiore le esperienze di cui parli non possono essere percepite, perché vengono bloccate all'origine dai propri filtri ("propri" si fa per dire, perché sono in gran parte trasmessi dalla nostra cultura, oltre che dai propri limiti del momento).

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    1. Esatto. E la religione purtroppo crea i filtri più grossi. Esistono concetti che trascendono le confessioni e hanno valenza universali, fenomeni comprensibili solo con un pizzico di buon senso. Ti suggerisco (se non l'ho già fatto in passato) la lettura del libro "la fisica dell'anima" di Fabio Marchesi che, partendo dalla meccanica quantistica, arriva a parlare di reincarnazione, entanglement, telepatia ecc. Molti si dimenticano spesso e volentieri che la scrittura è un canale, un veicolo energetico, restano legati alla contingenza, e quindi sono creativi a metà. :)

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  5. Io amo l'invisibile, ne sono attratta in maniera sempre più forte. Mi piace soprattutto quando vivo questa realtà vivida fatta di particolari che i più sembrano non notare; mi piace che entri nella mia scrittura e mi permetta di esplorare le infinite possibilità che ci lascia quando ce ne lasciamo avvincere. Che dire poi dell'energia incredibile che regala, come al solito non potrei essere più in linea con il tuo pensiero.

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    1. Sono felice di vedere che tu, così come altri lettori, riuscite a cogliere le energie sottili che animano un testo scritto. L'eccesso di contingenza non fa il bene dell'arte.

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  6. Ciao Chiara, chi non muore si rivede si dice dalle mie parti. Scusa l'assenza, ma ora parliamo di questo tuo post. Già in passato abbiamo discusso -sempre civilmente- su questi temi che tanto a cuore ti stanno, ma anche a me.
    Io non mi curo della performance quando scrivo. Se inizio a scrivere significa che a lungo ho ruminato l'idea, l'ho spolpata e rimpolpata e ora ritengo di poter dare inizio ai lavori. Voglio dire che ho chiaro ciò che mi prefiggo di ottenere, anche a costo di scontentare qualcuno, o meglio molto più di qualcuno, visto che chi scrive per accontentare tutti NON è uno scrittore, ma un imbonitore.
    Tu quando scrivi esprimi il tuo mondo, lo metti in piazza, ti denudi, che tu lo voglia o meno, come puoi parlare di performance? La funzione dello scrittore, se una ce n'è, è di creare qualcosa di diverso e di nuovo, un linguaggio, una forma, dei contenuti espressi in modo differente -ci si prova che poi ci si riesca dipende da tantissimi fattori- è come dipingere un quadro -scusa se faccio riferimento alla mia seconda o prima arte, ma non ne posso prescindere- dove i colori sono tutti chiusi in tubi di plastica o in barattoli di polveri, ma sei tu che li mescoli e li mestichi, sei tu che li disponi sulla tela come tu vuoi, secondo quello che tu intendi creare. Ecci il verbo mi si è coniugato dentro da solo: creare. Scrivere è creare, come dipingere, perché lo scrittore e l'artista visivo questo hanno in comune. E a questo punto voglio osare e sbilanciarmi, senza falsi timori o riverenze: chi scrive educa e questa è una funzione delicatissima, estremamente impegnativa e di grande responsabilità. Non siamo al "...io sol combatterò/ procomberò sol io./ Dammi o ciel che sia foco/ negli italici petti il sangue mio", no non intendo questo, ma educare ad un diverso modo di affrontare argomenti, problemi e vita questo assolutamente sì. Una formazione culturale avanzata e il più moderna possibile, con una nota di futurabilità se necessario, ed in questo momento tu sai quanto sia necessario.
    So con chi parlo e so cosa scrivi e cosa pensi. Sono quelli come te, come noi, che debbono indicare la strada, non seguire le mode che vorrebbero la maggior parte degli editori.
    Lo so che è difficile, come è difficile resistere alla concupiscente offerta di un libro pagato da te per poterlo stampare, dove nessun editor ci possa mettere le mani. Preferisco non stampare più null piuttosto che pagare uno stanco centesimo per pubblicare.
    Con te riesco sempre a sfogarmi. Ti ho cercata forse inconsapevolmente per bisogno di dialettica costruttiva. A risentirci.
    Vincenzo.

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    1. Ciao Vincenzo, bentornato. :-)

      Il concetto di performance mi sta alquanto sulle palle. Io ne ho parlato, relativamente al mio post, perché ammetto che in fase di editing un minimo di focus sul risultato finale c'è, ma non mi ritengo certo al livello di paranoia di certi autori che riconducono la scrittura a un mestiere, non a un'arte, ponendo in secondo (ma anche terzo, quarto e quinto) piano la dinamica creativa, che invece dovrebbe essere al primo posto.

      Ne avevo parlato qui:
      http://appuntiamargine.blogspot.it/2017/03/il-talento-non-esiste-lalibi-di-chi-non.html
      Visto che hai perso il post, te lo segnalo. :-)

      Quindi, tu parli di dialettica, ma la dialettica non c'è, perché siamo d'accordo. Per me la scrittura è arte, e solo uscendo dagli schemi si può portare un'evoluzione, se non addirittura una rivoluzione. Ed è a questo, secondo me, che uno scrittore dovrebbe puntare.

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    2. Esattamente questo è quello che intendevo: parlavo infatti di dialettica costruttiva che di solito si attua su argomenti nei quali si è trovato un accordo.
      Sì, la scrittura è arte: arte del pensiero. lo scrivere ne consegue.

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