Questione di stile



“La scrittura è un’esplorazione. Inizi dal nulla ed impari man mano che avanzi.” (E.L. Doctorow)
 
Scrittori si nasce o si diventa?
 
Questa è una delle domande da un milione di dollari che da anni impesta il mondo degli aspiranti narratori, diventando talvolta un pretesto per creare alibi e giustificazioni ai propri insuccessi, o per disegnare un alone di falsa modestia intorno ad un improvviso best-seller.
Personalmente, ho sempre ritenuto valido il detto latino “In medio stat virtus”.

È indubbio: per scrivere, occorre una propensione naturale. Senza una passione sincera, una fantasia galoppante ed una congenita facilità nell’espressione, l’idea di buttare giù una sola riga nemmeno ci sfiora. Sono qualità individuali delle quali non si può fare a meno, per portare avanti il progetto di un racconto, o di un romanzo. Ma, purtroppo, non bastano.

Solo dopo anni di allenamento, lo stile si erge sopra i cliché e diventa unico. Occorre studiare. Leggere moltissimo. Esercitarsi su brani di diverso genere. Apprendere una serie di regole e tecniche finalizzate ad offrire un aiuto importante nella costruzione di una storia e nella caratterizzazione dei personaggi. E anche questo potrebbe non essere sufficiente: più della teoria, occorre la pratica. Per diventare scrittori, bisogna scrivere. Da qui, proprio, non si può scappare. È grazie alla costanza che la nostra voce diventa sempre più chiara ed autorevole, riconoscibile fra tante. È questo il segreto dei grandi che hanno fatto la storia della letteratura.

Grazie all’allenamento, i muscoli si rinforzano. Insieme alla competenza, cresce anche quel mix di sicurezza e libertà che consente di  procedere sulla pagina con la determinazione di un carro armato. E quegli stratagemmi imparati sui libri sono selezionati in modo spontaneo. Diventano parte del nostro modo di essere. 

Per quel che riguarda me, so benissimo che la mia voce è ancora tenue. Riconosco però che ci sono alcuni principi che, nel tempo, sono diventati parte integrante della mia scrittura. Non saprei nemmeno dire, ora, se sono consigli trovati sui libri, oppure elementi che ho incorporato autonomamente nel mio stile. Facendo mente locale, ne potrei individuare almeno cinque. Ma, per oggi, ve ne segnalo soltanto due. Il post rischierebbe di diventare lunghissimo ed un po' pedante. In futuro, ci sarà sicuramente l'occasione per approfondire. 

1)  Descrivere gli stati d’animo con metafore riferite alla quotidianità.
Il personaggio è, nella maggior parte dei casi, l’elemento centrale della storia. Il realismo della vicenda si gioca anche sul piano emotivo. Il lettore ha bisogno di identificarsi ed il nostro obiettivo deve essere quello di arrivare al suo cuore.

Non possiamo farlo, se ci arrampichiamo su concetti di carattere generale e scartiamo le parole che ci sembrano sconvenienti, fastidiose, o di difficile comprensione. O, peggio ancora, se cadiamo in quei cliché ormai abusati, che tolgono dignità e personalità ai nostri protagonisti (es: diventò bianco come un cadavere).

La soluzione più facile può sembrare quella di allungare il brodo e focalizzarsi sul dialogo interiore, raccontando come il personaggio si sente. Ma io preferisco il principio dello “Show, don’t tell”.

Concentrarsi sulle azioni è sicuramente più efficace che non spendere fiumi di parole (i Jalisse hanno fatto il loro tempo). Far muovere il personaggio nella scena, lasciando che siano le sue parole ed i suoi gesti ad informarci sulle sue emozioni è sicuramente la scelta migliore. Spesso, però, inserisco delle piccole metafore, che prendono spunto dalla vita quotidiana, da oggetti di uso comune, che il lettore conosce bene. In questo modo, la comprensione è immediata e la panoramica della scena diventa più vivida e completa.

Suggerisco, a tal proposito, un piccolo esercizio: scegliete tre oggetti presenti nella stanza in cui vi trovate, ed usateli come spunti per descrivere una sensazione.

Lo faccio anche io, adesso, di getto, perché il tempo un po’ stringe.

Pur in quell’apparente stato di quiete, quell’unico pensiero era un post-it giallo, appiccicato su una scrivania sgombra, appena riordinata. Un inutile promemoria delle proprie mancanze. (à senso di colpa)

Si sentiva una sigaretta abbandonata nel posacenere da un fumatore che ha finito troppo presto la propria pausa. (à solitudine)

La sua mente è la borsa di Mary Poppins: stracolma di oggetti che non servono a nulla, e che sbucano fuori nei momenti più impensabili. (à confusione)

Questi piccoli esempi, hanno lo scopo di farvi comprendere meglio il concetto. Se ne possono trovare molti altri, giocherellando con le parole.

Soltanto un piccolo accorgimento: le metafore vanno utilizzate in stretta connessione con la scena che le ospita. Non devono piovere dal cielo e buttate a casaccio sulla pagina, ma essere contestualizzate e risultare comprensibili.

2)  Attenzione ai dettagli sensoriali e specificità nel linguaggio.

Sarà che la mia formazione, prima di essere letteraria, è cinematografica. Quando scrivo una scena, tendo sempre a visualizzarla e a definirla, nella mia mente, utilizzando i cinque sensi. La prima stesura di ogni paragrafo avviene solitamente di getto ma, salvo repentine illuminazioni, ruota intorno a ciò che ho precedentemente immaginato.

Come ho anticipato poco fa, presto molta attenzione a come i personaggi interagiscono fra di loro e con l'ambientazione. La stessa cura, cerco di dedicarla ai dettagli fisici. Espressioni del volto, abbigliamento, piccoli tic nervosi, abitudini strampalate. Il mio obiettivo, è quello di portare il lettore al centro della scena, far sì che assuma su di sè il punto di vista interno e raggiunga un livello massimo di empatia.

Nel definire un oggetto, raramente mi appoggio al termine più generale, a maggior ragione se una maggiore specificità aiuta ad accentuare la sensazione di verità che cerco di trasmettere.

Nel mio romanzo, quindi, un uomo non regalerà mai un mazzo di fiori  alla sua fidanzata. Le regalerà, piuttosto, un mazzo di rose, di margherite, di orchidee, comprate in un negozio, oppure dal cingalese. Sono differenze apparentemente piccole, ma importanti, perchè ci possono dire se il protagonista è un romantico, un passionale o un estroso.

Una ragazza seduta su una panchina fuori dall’università non leggerà semplicemente un libro: può essere la Divina Commedia, o un romanzo di Federico Moccia. Avere cento, o cinquecento pagine. Essere un tascabile che cadrà improvvisamente dalla sua borsa, o essere un tomo pesantissimo, da lanciare contro un potenziale aggressore.

Il rischio, quando si scende così nel particolare, è di diventare eccessivamente prolissi. Con il tempo, però, si impara a selezionare gli elementi che servono veramente ad inquadrare meglio la storia, ed a scartare il superfluo. Se necessario, anche in sede di revisione.

E voi, che mi dite al riguardo? Quali sono gli elementi che maggiormente caratterizzano il vostro modo di scrivere? Vi ritrovate nelle due modalità che ho appena illustrato?


Commenti

  1. Mi sento molto in sintonia con i due punti di cui hai parlato. Anche io cerco di creare una realtà intorno ai personaggi partendo dalla quotidianità, anche se poi le storie attingono a fatti tutt'altro che ordinari. E credo molto nei dettagli sensoriali, anche se il rischio di esagerare è sempre in agguato, almeno per me...

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    1. Sebbene le mie storie mantengano sempre un discreto realismo, anche io racconto fatti che esulano dall'ordinario, altrimenti non sarebbe un romanzo, ma un documentario sociologico. Gli agganci al quotidiano mi aiutano anche a rendere più verosimili le vicende, evitando l'"effetto beautiful" :)

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  2. Trovo che le metafore siano un fantastico veicolo di impressioni e immagini. Certo bisogna stare attenti a come le si usa: non devono essere troppo numerose, né ostentate, né banali, né involute. Usate bene, però, sono spezie preziose per il testo.

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    1. Concordo. La scrittura offre moltissimi elementi con cui giocare. Spetta a noi saperli dosare bene. Simili alle metafore, secondo me, sono le parolacce (alle quali dedicherò un post prossimamente): a volte aiutano a rendere più realistico il linguaggio di un personaggio, ma se sono troppe disturbano.
      Solo un piccolo dubbio: cosa intendi per "involute"? :)
      Buona serata

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    2. Con "metafore involute" intendevo per esempio quelle tanto attaccate l'una all'altra da disturbarsi a vicenda, come "il suo cuore era una pietra da gettare nel pozzo delle illusioni" (scusa l'esempio orrendo, ma naturalmente non me ne viene in mente nessuno decente in questo momento).

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    3. Ho ri-postato qui la risposta in caso fosse utile ai tuoi lettori. Immaginavo che non avessi bisogno del bis. ;)

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    4. Si, tranquilla, ho letto la tua risposta prima qui e poi sul tuo blog.. è che veramente non avevo capito bene cosa intendessi con "metafora involuta" :p
      P.S. Sto leggendo "per scrivere bisogna sporcarsi le mani" e appena riesco avrei una cosa da chiederti...

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