Il Jolly e la Gassosa Purpurea - il conformismo


Il conformismo è il carcere della libertà e il nemico della crescita.
(John Fitzgerald Kennedy)

 
Il secondo (anzi, terzo) appuntamento con la Gassosa Purpurea avrebbe dovuto riguardare il Senso di Colpa, ed essere pubblicato prima di Natale. Io però in questo periodo ho bisogno di assecondare la mia creatività e non fermare il flusso delle idee. Quindi, eccomi qui, a parlare di un altro pseudo-valore di cui il Sistema si serve per rafforzare sudditanza psicologica dei Nani: il conformismo.

L’idea di affrontare questo argomento è nata quando ho scoperto che Papa Francesco ha proposto di cambiare un verso del Padre Nostro, poiché ritiene che contenga un errore di traduzione. Dio, infatti, non induce in tentazione: quello lo fa il demonio. Dio, piuttosto, evita che gli umani cadano nel peccato, li salva.

Sapete perché l’episodio mi ha così colpita?

Rimugino sul significato di questo verso da anni. Io, che come avete già visto ho un rapporto conflittuale con la Chiesa, durante le funzioni non sono mai riuscita a ripeterlo e lo saltavo a pié pari. Sensibile come sono all’energia delle parole, percepivo una nota stridente. La stessa che ha evidenziato il Papa. E che hanno notato anche i Francesi: già da qualche mese, il testo recitato oltralpe è stato revisionato.  

Perché da noi, in Italia, c'è tutta questa ostilità al cambiamento? 
E quanti Papi sono passati, prima di Bergoglio
Nessuno si è mai accorto di una svista che travisa completamente il significato della preghiera, e addirittura lo annulla

Magari sì, ma hanno taciuto. E, come loro, tanti fedeli.

Negli altri settori, la situazione non è molto diversa. Anzi: diciamo pure che in Italia funziona così un po' dappertutto. Se un’azione viene ripetuta sempre uguale per anni, si dà per scontato che sia corretta. Chi riconosce un errore o un’incongruenza in prassi ormai consolidate, spesso ha paura di parlare, perché da un lato teme di essere lui a sbagliare e dall’altro non vuole essere messo alla berlina. Anche se nessuno viene più bruciato sul rogo e costretto ad abiurare, pochi accettano un uomo che ha la pretesa di rivoluzionare la mentalità dominante. Dare ascolto alla sua voce implicherebbe infatti che le persone inizino a riflettere. E a porsi delle domande. E a notare tutti gli ingranaggi inceppati, tutte le magagne di un Sistema che si mantiene in equilibrio solo se lo status quo è mantenuto, ma che potrebbe funzionare molto meglio di così.  Quando si verifica un cambiamento significativo, la piramide sociale traballa e rischia di crollare. Non si sa chi sopravvivrà e chi invece rimarrà schiacciato dalle macerie: nel dubbio, meglio che tutto resti così com’è.

Questo è per me il conformismo: non solo, come riporta la definizione tradizionale, un atteggiamento o tendenza ad adeguarsi a opinioni, usi e comportamenti pre-definiti e politicamente o socialmente prevalenti (cit: Wikipedia) ma anche il conservatorismo ottuso di chi, difendendo a spada tratta posizioni obsolete, impedisce alla società di evolvere.
 
I Kapò, grazie al conformismo dei Nani, tengono calda la propria poltrona. Quindi, spacciano l’obbedienza come un valore e premiano il rispetto passivo delle regole: eccola, qui, la Gassosa Purpurea di Gaarder!

I Nani, per contro, si adeguano alle norme di senso comune dominanti nel contesto in cui vivono, anche quando queste violano esplicitamente i loro diritti. Se percepiscono un'ingiustizia, invece di metterci la faccia, con il rischio di inimicarsi i grandi capi, preferiscono soffrire in silenzio. Si sfogano su Facebook, si lamentano con i colleghi, cedono alle proprie nevrosi, a volte si ammalato, ma continuano a chinare la testa. Il riferimento al passato è una costante, nei loro discorsi. Perché i  Nani sono schiavi del si è sempre fatto cosìNon credono che il cambiamento sia possibile (se anche fosse, ci penserà qualcun altro) e, qualunque sia il loro compito, cercano un modello da cui prendere spunto:  “Cosa abbiamo scritto l’anno scorso nella documento Tal dei Tali? Se tutto va bene, possiamo limitarci a cambiare le date...”, dicono.  Agire in questo modo non richiede alcuno sforzo creativo e tiene a bada il rischio di un errore: comodo, no? 

Sì, lo è. 
Soprattutto per chi ha bisogno di un gregge e non di teste pensanti. 
Per chi vuole raggiungere il massimo risultato con il minimo impegno. 
Per chi desidera che il Nano lavori per lui e non per se stesso.

Del resto lui, il Nano non è considerato un essere umano, ma un numero. Per i Kapò, è solo l’ingranaggio – perfettamente sostituibile – di una macchina che funziona solo se la gente lavora senza porsi troppe domande: la gratifica natalizia, credetemi, è un ottimo deterrente. Non appena arriva sul conto in banca, ogni focolaio di protesta è sedato.

Come si pone il Jolly nei confronti di una realtà sociale così stagnante?

Ho scritto mille volte che la principale differenza tra il Jolly e i Nani è la consapevolezza di sé: poiché percepisce se stesso prima come individuo e solo in seconda battuta come membro di un gruppo, il nostro amico con il cappello tenderà a essere la classica voce fuori dal coro. Attenzione, però: il Jolly non un alienato o un asociale. Lui porta rispetto ai Nani e alle persone con cui interagisce. Non è volgare o rissoso. Però non si svende. Mai. E, piuttosto di fingersi diverso da ciò che è, preferisce rimanere solo. 

Io, per esempio, nonostante i rimasugli di nanismo che ho ancora appiccicati addosso, sono sempre stata così. Quasi tre anni fa, nell’articolo Lo scrittore è un Ousider, scrivevo queste parole:

Fin da bambina ho sempre avuto difficoltà a integrarmi nei gruppi, in particolare quelli che tendono a reprimere l’individualità di coloro che ne fanno parte. Avete presente le orde di quindicenni vestiti tutti uguali? Ecco. Io me ne sono sempre dissociata. E da adulta sono rimasta fedele a me stessa e alla mia capacità di ragionare in autonomia. Sono una persona poco malleabile. Amo il dialogo costruttivo e non la ripetizione passiva di concetti assimilati per osmosi, quindi tendenzialmente preferisco relazionarmi più con le singole persone che non con la collettività. Inoltre detesto il fanatismo, per me sinonimo di ignoranza, che ho riscontrato ovunque, persino in alcuni gruppi buddhisti: è un paradosso, considerando che le filosofie orientali proclamano il non-attaccamento…

A oggi, la mia situazione non è cambiata. Continuo ad avere ottimi rapporti con il 99% delle persone che conosco, il mio telefono non smette mai di squillare, mi piace condividere i miei interessi e le mie passioni con altri, ma rifiuto a piè pari l’idea di “massa”. Mi irrita profondamente, ve lo giuro.

Molto spesso mi capita di parlare con qualcuno e di pensare: ma tu chi cazzo sei?

Ho un sesto senso che mi aiuta a capire se la persona che ho davanti è reale, oppure se indossa una maschera. E purtroppo comprendo anche cosa c’è, dietro questa maschera. Spesso, la vuota proiezione di un'ideologia dominante. Ma altre volte, vedo delle potenzialità che restano inespresse, perché la paura imprigiona e blocca qualunque iniziativa individuale. Poche persone sanno davvero cosa vogliono dalla vita. Tutte le altre, si lasciano esistere, convinte di aver scelto, e convinte di non poter avere di meglio.


È un vero peccato, non trovate?

Tantissimo. Ciascuno di noi nasce con una missione, ma molti individui trascorrono anni a girare in tondo, senza mai scoprirla. Non escono dal cerchio che la società ha disegnato intorno a loro, perché la paura dell'ignoto blocca ogni istanza di libertà.

Quanti di voi si trovano o si sono trovati in questa situazione
Quanti di voi si accontentano di ciò che hanno perché non riescono a cambiare?


È una domanda indiscreta, lo so. E non dovete vergognarvi della risposta. Io sono stata nel limbo per anni, lo sapete. Per questo motivo, vi suggerisco un esercizio che in passato mi è stato utile. Tracciate una bella riga su un foglio bianco e scrivete da un lato i vostri obiettivi e dall’altro le qualità che possono consentirvi di realizzarli. Quelle qualità sono solo vostre. Non ve le ha regalate qualche Kapò, ma fanno parte del vostro bagaglio karmico (o genetico, come preferite). Ci saranno anche dei limiti, probabilmente. E delle zone d’ombra che chiedono di essere illuminate. Prenderne coscienza farà un male cane. Sarà necessario demolire tutte le vostre sovrastrutture più rigide, quelle che vi portate addosso fin da bambini. Senza di loro vi sentirete nudi e vulnerabili. Ma anche incredibilmente liberi, perché la soddisfazione che si prova nell’essere autenticamente se stessi non ha prezzo, vale il sacrificio, vale la sofferenza, vale il taglio di quei rami secchi che, ormai, vi facevano solo del male. Provare, per credere!

Commenti

  1. Non ho la presunzione di dire "Non sono un conformista". Perché su certe cose mi sono 'conformato' anche io. Però sono contento di essere rimasto me stesso. Sul lavoro invece sono fortunato: è vero, cose che mi fanno arrabbiare ci sono, però rientrano - nel mio caso - nella normalità della condivisione di un'attività lavorativa con altre persone. Non posso dire niente :).

    Poi se consideriamo il discorso del conformarsi a una situazione e accontentarsi, senza cercare di cambiare e migliorare, ebbene qui sono colpevolissimo :). Però quel cerchio non me lo ha fatto la società, è stata una mia scelta.

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    1. In un paragrafo del post che ho tagliato perché allungava il brodo e diceva cose scontate evidenziavo come in molti casi il conformismo si leghi al processo di socializzazione, senza il quale saremmo estranei alla nostra cultura. Anche l'educazione, se ci pensi, è una forma di conformismo, ma nessuno di noi metterebbe mai in discussione, per esempio, che quando ti presentano qualcuno gli stringi la mano e che non si rutta al ristorante.

      Per il secondo punto, la scelta conformista va bene, se la persona non ne soffre. Purtroppo però ho notato che in molti casi si stringono i denti, senza alcuna soddisfazione. Penso che ciascuno di noi debba individuare la propria soglia di tolleranza e comprendere dove si trovi il suo limite di adeguamento al contesto. Il mio ultimamente è molto basso. In passato no, e non stavo male. Solo quando ho iniziato a soffrirne ho sentito l'esigenza di cambiare. :)

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  2. Tu dici che spesso chi non fa notare un'incongruenza che potrebbe migliorare le cose è per paura di sbagliare. Potrei dirti che molto più spesso non li si fa per stanchezza, perché lo si è detto già mille volte e il Sistema è troppo resiliente e refrattario; oppure perché a un certo punto si capisce che è sostanzialmente inutile, perché le cose non cambiano se non c'è la volontà vera di volerle cambiare.

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    1. Quella che tu descrivi è già una fase 2. Non appartiene a un nano, ma a un Jolly che si è arreso. Conosco una persona in questa situazione. Qualche anno fa era pronta a battagliare e combattere. Oggi, si è spenta. Cioè, non fisicamente, ma mentalmente, non reagisce più. Anche io conosco bene questa situazione e credo che ne scriverò presto.

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  3. L'ottuso conservatorismo è pani quotidiano a scuola (sapessi quanti documenti si fanno cambiando la data...). Poi, per carità, l'uomo è animale abitudinario, per cui c'è un po' di conformismo in ognuno di noi, perché comunque rifare ciò che ha funzionato in passato ci rassicura.

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    1. Sì, concordo. Il problema è che quanto ha funzionato in passato non sempre funziona oggi. E che se le cose si possono sempre fare un pochettino meglio. A volte il riferimento dovrebbe essere un punto di partenza, ma diventa un diktat dal quale non si scappa.

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  4. Che situazione orribile e quotidiana! La morte lenta sulle scrivanie di un ufficio dove hai anche tempo di renderti conto e di capire quello che succede.
    Forse bisogna anche trovarsi al posto giusto al momento giusto o per lo meno con un capo onesto che in qualche maniera riconosca..
    Nella mistura di Jolly e nani mi sembra di essere infelicemente un nano, ma non perché non rigetti
    profondamente la mentalità mediocre e arrivista che impera. Non puoi proporre, non puoi esprimerti con autenticità perché andresti fuori dagli schemi che difendono questa facciata dorata.
    Come dire basta? Onestamente non saprei al momento. Si può vivere da soli senza mischiarsi ai gruppi che sparano corbellerie e sono un palliativo per chi avverte il senso di solitudine, ma non si può vivere senza una sicurezza economica , in un mondo come questo in cui l'indifferenza è di casa.

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    1. Ho l'abitudine a scrivere di getto, quindi un po' mi rincresce di esser rimasta focalizzata sull'esempio dell'ufficio senza analizzare gli altri contesti in cui si cede al conformismo. Qualunque sia il gruppo di cui si fa parte, le persone tendono ad adeguarsi.
      Spesso ciò avviene anche nelle compagnie di amici, che si ritrovano il sabato sera per fare qualcosa insieme, e se ci pensi questo è tristissimo.
      Se il lavoro spesso è mosso da necessità economiche, tutto il resto è una scelta. E lì, secondo me, non esistono attenuanti. :)
      Un abbraccio

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  5. Il conformismo è ormai è così radicato che si fa una fatica enorme a cambiare le cose, spesso non obietto anch'io per stanchezza, perché mi è capitato troppo spesso di sgolarmi inutilmente, praticamente di parlare al vento e di far solo la figura della rompicoglioni. Per fortuna ogni tanto le cose si sono "sistemate" da sole, per dirla alla Ligabue "niente paura, ci pensa la vita"...

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  6. Conformarsi non è sempre un male, se le abitudini non stancano, non diminuiscono un valore o non privano di qualcosa. Io, per esempio, ho tante volte ceduto a istanze opposte alle mie esigenze, ma non ho perpetrato nel tempo l’insoddisfazione. Alla fine anche l’”adeguamento” mi ha garantito spazi di autogestione che non rinnego perché hanno portato altri frutti. Sono serena, ho raggiunto un equilibrio e se recito il Padre Nostro (per dire) con la vecchia formula senza sconvolgermi non è perché mi sono assuefatta passivamente, ma perché penso che sia una preghiera tradotta, che ha un significato ovvio al di là del verbo utilizzato (e, in ogni caso, non sono contraria a che si riveda quell’espressione tanto discussa, solo che non la riporto nell’ambito di un bieco conformismo.)

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    1. In un paragrafo del post che avevo tagliato perché a mio avviso diceva un'ovvietà, evidenziavo come in fondo siamo tutti conformisti, altrimenti non potremmo vivere all'interno di una società (v. risposta commento a Riccardo Giannini), ma le regole che abbiamo introiettato devono essere adottate consapevolmente, altrimenti diventiamo dei robot, non siamo più teste pensanti.

      Paradossalmente, pur non essendo praticante, do più valore io alla traduzione della preghiera. :) Io non salto il verso per non fare l'alternativa, sia chiaro, ma perché non credo nel concetto espresso. La preghiera non è solo un insieme di parole, ma un messaggio dotato di energia propria. Se quest'energia non fosse percepita nel proprio cuore, sarebbe solo una recita vuota.

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  7. Ti stai godendo le vacanze sig.ra Solerio :P?

    Scherzo! Ti auguro un Natale frizzante, ricco di belle emozioni e serenità.

    Un abbraccio

    Riky

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    1. A dire il vero non tanto: sto lavorando molto. :)

      In questi giorni però voglio scrivere qualcosa qui. :p

      Tanti auguri Rick!

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  8. Ciao Chiara, auguri tardivi!
    Aspetto con ansia la seconda parte che poi è diventata terza!

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    1. Oh cavolo! Mi è venuto in mente ora che non sono ancora venuta a vedere il Liebster. Perdonami, stellina, ma quando ho letto la mail ero nel caos, e mi sono scordata. Verrò presto. Nel frattempo, tanti cari auguri! :)

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    2. Ma non ti preoccupare! Scrivi il nuovo post! :D

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