19 aprile 2016 - 19 aprile 2017 - Cento di questi Jolly


Tutto ciò che ho per difendermi è l’alfabeto;
è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.
(Philip Roth)

(Qui, tutti gli altri post dedicati al Jolly)

Dopo aver abbozzato due articoli poco convincenti e aver inveito per il mio eccesso di autocritica, le memories di Facebook mi hanno segnalato una ricorrenza che non può passare inosservata: martedì 19 aprile 2016 pubblicai il post La volontà di essere un Jolly. Fu così che un cambiamento profondo, già attivo da tempo a livello inconscio, si concretizzò sul blog per poi espandersi a macchia d’olio in ogni settore della mia vita.

C’è un detto zen che recita: quando l’allievo è pronto, il maestro arriva.

Come ogni regola, anche questa presenta delle eccezioni. Il maestro arrivò diciassette anni fa, mentre mi trovavo su un treno che da Milano mi riportava a Sanremo dopo la mia prima settimana di università. Arrivò, ma io non ero pronta. Quindi non lo riconobbi. Lo lasciai lì, tra le pagine del romanzo che stavo leggendo: “L’enigma del solitario” di Jostein Gaarder. Solo in mezzo ai nani, il Jolly mi guardava con l’espressione tipica di chi sa, di chi ha capito tutto. Giocherellava con le punte del suo cappello colorato. Parlava di unicità e di consapevolezza. Sorrideva beffardo. Prometteva un ritorno.

Infatti tornò. Tutte le volte che mi trovavo a spolverare la libreria, lui era lì. Ma io lo osservavo con distacco. Dovevo pensare agli esami dell’università, alle serate con gli amici, alle vacanze, alla tesi di Laurea, al posto fisso. A ciò che gli altri si aspettavano da me. Non avevo tempo per quella vocetta scomoda che mi ronzava nella testa: “davvero te ne frega qualcosa?” diceva. “Che fine ha fatto scrittura? La libertà? E la tua voce?”

“Taci!”, urlavo.

E giù, un litro di gassosa purpurea. Alla goccia.

I nani sono inconsapevoli, ma hanno un libero arbitrio che si innesca in automatico non appena il canto delle sirene li coccola un po’. Il Jolly lo sa, e li lascia fare. Aspetta che siano loro a cercarlo.
Così mi ha permesso di chiudere la porta della gabbia. Ha trascorso anni interi a osservarmi mentre maledicevo, in lacrime, tutti gli –ismo di questa società.  Ha aspettato in silenzio che io cercassi da sola il mio risveglio e che trovassi il coraggio per dire di no, per disobbedire a ciò che mi stava distruggendo.

Ricordo chiaramente il momento del salto quantico, il mio punto di non ritorno.

Era l’8 marzo del 2016. Mi trovavo dentro una specie di loculo dal pavimento in linoleum. Io seduta, due carcerieri strategicamente in piedi. All’inizio cercavo di recitare il ruolo che loro si aspettavano da me: testa bassa e voce rotta. Poi, una scintilla innescò l’incendio. Fu una sigaretta caduta per errore in mezzo alle foglie secche. Una mano sulla faccia, e la maschera tatuatami addosso dal sistema non c’era più. Fu doloroso strapparla via. La pelle si sfaldò, rimasi nuda davanti al volto perplesso di chi non mi aveva mai visto davvero. Ma che sollievo, non dover più fingere. Che sollievo rendersi conto che nessun inchiostro è indelebile. Che il nostro ruolo sociale non è scolpito nella pietra. Che ogni sovrastruttura si può eliminare. Eccome, se si può.

Quel giorno, forse nacque un mostro; forse un prodigio.

Oppure, rinacqui io. Sempre più consapevole di chi fossi. Sempre più consapevole di non essere in difetto. Di non essere UN difetto, come mi avevano sempre fatto credere.

Non saprei descrivere, adesso, cosa accadde ai miei chakra bloccati. Fu come togliere un tappo. Le parole accumulate dentro me in un’intera vita di connivenza passiva uscirono tutte insieme, e mi travolsero. Mi ricordai del Jolly. Mi ricordai dei suoi tentativi di risvegliare i nani. Mi trovai a pensare a lui con frequenza sempre maggiore fino a quel 19 aprile. Era martedì: io di solito aggiorno il blog al giovedì, ma non me ne fregava niente del calendario editoriale. Sentivo il bisogno di scrivere di getto e di condividere i miei pensieri con voi. Allo stesso modo, fu solo quando lasciai fluire la storia di Gaarder dalle mie mani che mi resi conto di essere alle prese con la prima puntata di una serie. Gli argomenti non c’erano ancora ma li avrei trovati, ne ero sicura. O forse loro avrebbero trovato me. Perché questa storia, la storia del Jolly, mi apparteneva e mi appartiene oggi. È anche la mia  storia. È la storia di tutti voi e dell’umanità intera.

Negli ultimi dodici mesi, il Jolly ha scavato tra le viscere della comunicazione scritta e orale. Si è occupato di disinformazione, di snobismo culturale, di parole utilizzate per creare discriminazioni e alimentare convinzioni erronee. Ha viaggiato sul blog di Silvia Algerino mostrandoci, con il suo racconto di Natale, che la disobbedienza spesso si accompagna alla genialità creativa. Ha parlato delle proprie caratteristiche. Ha dato voce a un artista che è stato capace di trasformare la propria passione in uno stile di vita, con buona pace di chi avrebbe voluto vederlo “sistemato”. E ora aspetta in silenzio. Si domanda cosa vi racconterà la prossima volta, ma senza affanno: in fondo sa di essere presente in tutti i post del blog, anche in quelli che non sono direttamente dedicati a lui. È consapevole del filo conduttore che attraversa i suoi discorsi e del proprio scopo: far luce sugli ingredienti della gassosa purpurea - l’oppio dei popoli con cui il sistema fa perdere ai nani la consapevolezza di sé – e scovare il demonio infame nascosto in tutto ciò che distrugge la nostra autostima e il nostro amor proprio

Io non sono (più) cattolica, quindi vi chiedo di interpretare questo concetto al di fuori dei dettami imposti dalle religioni istituzionalizzate. Per me si tratta soltanto di un simbolo. Il simbolo della sopraffazione e di tutto ciò che accettiamo per convenienza o per paura, anche se ci rende infelici.
Esistono dei diritti inalienabili che vengono quotidianamente oltraggiati. Talvolta la violenza è palese: nasi gonfi e occhi neri parlano da soli. Spesso, però, il male si sprigiona in modo subdolo, sottile. Si esprime con ricatti psicologici, critiche non costruttive, discriminazioni varie mobbing, stalking e l’ormai sempre più diffusa tecnica del gaslighting. C’è chi subisce restrizioni alla propria libertà di movimento, chi a quella di pensiero o di espressione. C’è chi si vede negare la possibilità di avere un lavoro soddisfacente, chi addirittura quella di essere se stesso. Eppure il nano sta zitto. Crede addirittura di meritare il proprio dolore perché, tra le convinzioni limitanti veicolate dalla gassosa purpurea, c’è quella che vede la sofferenza come parte integrante della vita, quasi fosse un’erbaccia inestirpabile. La felicità lo fa quasi sentire in colpa.  

È successo anche a me, sapete? Sì, lo sapete. Ne parlo da anni, quindi non vado oltre. Vi do solo un consiglio: non date mai ragione a chi cerca di farvi sentire sbagliati. Trovate la vostra strada. Ricordatevi che i pesci non potranno mai volare, e il salmone che si impone di farlo passerà la vita a sentirsi inadatto.

Viviamo in una società che ci vorrebbe tutti uguali, tutti perfettamente inseriti nel ruolo che la società ha scelto per noi, ma ogni persona è nata con uno scopo, ha delle qualità peculiari che la rendono unica ed è suo dovere esprimerle al meglio. Per riuscire a guardare noi stessi senza filtri, dobbiamo quindi mettere in discussione tutto ciò che ci è stato insegnato, non credere a nulla che sia contrario al nostro buonsenso e a ciò che ci fa sentire soddisfatti . Ma, soprattutto, dobbiamo alzare la testa e voltare le spalle al demonio.

Il Jolly ci è riuscito. Ha deciso di non lasciarsi annientare.

La cultura gli ha dato l’autonomia mentale; l’arte la capacità di trovare soluzioni nuove a problemi vecchi.

Ora, può trasmettere il proprio messaggio nel modo che ritiene più opportuno.

Credo che quello scelto da me sia chiaro ormai a tutti.

Non è un caso che l’aforisma utilizzato per aprire questo post, sia lo stesso che fa da sottotitolo al blog: per me la parola è l’arma bianca più potente che esista. È lo strumento che la vita mi ha messo a disposizione per aiutare le persone. Non sono migliore di nessuno, io. Però sono consapevole del fatto che l’unico modo per rendere utili tutte le esperienze terribili che ho vissuto è utilizzarle come spunto per fare del bene.  Non voglio che altri attraversino certi inferni. E chi c’è dentro, ha diritto di uscirne.

Il lancio della patata bollente (a raffica)

In quale modo, voi, volete e potete essere dei Jolly? A cosa avete detto no? Qual è stata e qual è la vostra gassosa purpurea? C’è qualche argomento di cui vi piacerebbe che il Jolly parlasse nei prossimi post?

(Postilla: da quando ho cambiato layout, non sono ancora riuscita a togliere la banda in alto, che chiede l'iscrizione disturbando la lettura. Portate pazienza: me ne occuperò il prima possibile, perché ho avuto delle difficoltà tecniche. Intanto, scusatemi,)

Commenti

  1. A me piace il tuo jolly e tutto quello che ti smuove quindi mi nasce spontaneo un grande Brava, meritato per coraggio e costanza. Un compleanno del genere si sposa benissimo con la nuova linea grafica del blog, che è proprio un bellissimo vestito.

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    1. I post del Jolly sono spontanei e imperfetti.
      Ma, quando li scrivo, mi sento davvero viva.
      Grazie di tutto, Nadia. :-)

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  2. Renata Maccheroni20 aprile 2017 19:30

    Ho detto no ad un tizio che va predicando: chi se ne va ha perso. A me mi (massì, per una volta) buttò fuori dal gruppo. Allora: quelli che vengono sbattuti fuori cosa fanno, pareggiano? #PerDire: meno frasi fatte e più cervello: i no arrivano perché è buono e giusto saper dire, e dire, di no.

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    1. Non ho capito nulla sulla prima parte del commento, ma va bene così. :-)

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    2. Porta pazienza, l'età c'è :) Grazie.

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    3. Renata Maccheroni21 aprile 2017 09:33

      C.V.D. :))

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  3. E' un post duro e anche anarchico, in senso buono, nella sua esaltazione della libertà. Libertà di uscire dagli schemi e da quelle convenzioni a non imposte che soffocano il nostro "io". Il post mi ha suscitato però un dubbio: siamo noi deboli, quando non riusciamo a imporre il nostro "io" alla società, o è davvero essa opprimente e soverchiante? Io temo sia più la prima. Ma ad ogni modo non posso certo ritenermi un Jolly: non ne ho la caratura per elevarmi. Il Jolly è un vincente, non solo per il suo atto di ribellione, ma perché possiede uno o più talenti. Io invece sono un mediocre. Mediocre per la società perché non rispetto quei parametri richiesti; mediocre comunque perché incapace di essere Jolly e di fare esplodere almeno un talento. Peraltro ho il sospetto che, se fossi in grado, mi accontenterei della vita "perfetta" offerta dal demonio, quella del lavoro-matrimonio-famiglia-uscite (il giusto, sia chiaro, compatibilmente con impegni lavorativi). Tuttavia, senza considerare le colpe della società attuale che non dà molte certezze lavorative a noi nati negli anni '80, ci sono anche le mie colpe: ad esempio il non trovare l'anima gemella significa non essere riuscito a farmi amare in un certo modo e non aver trovato il giusto compromesso. Ed ecco che probabilmente la volontà di affermare il mio "io" è una sorta di consolazione: meglio essere un fallito felice (che non si piega alle convenzioni perché sa che quelle convenzioni non può rispettarle), che uno sconfitto infelice (che si piega a convenzioni che non riesce a rispettare, o che riesce a rispettare in parte). In conclusione, non solo non sono un Jolly: in realtà sono un finto Jolly, che probabilmente è meglio del "nano" leone da tastiera. Il mio problema, comunque, è quello probabilmente di essere circondato in vita non da "nani", ma da Regine e Re, o meglio Assi. Per molti aspetti è una fortuna; per altre è una terribile sciagura.

    ps bello il nuovo layout del tuo blog :)

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    1. Ciao Riccardo, per rispondere al tuo dubbio, secondo me sono vere entrambe le situazioni. La società infatti è spesso opprimente e soverchiante (o meglio: ci sono situazioni che lo sono, perché la società in sé non è né buona e né cattiva), ma noi le permettiamo di esserlo subendo in silenzio.
      Tengo inoltre a ribadire che la "vita perfetta" non è un male in sé, ma lo diventa nel momento in cui viene accettata solo per convenienza sociale, e senza sentimento. Io ho un marito e ho anche lavoro. Il primo mi va bene, il secondo no. Cresciamo credendo che il posto fisso sia tutto, e se trovi qualcosa che ti piace fare averlo è una gran fortuna: ma se odi ciò che fai la vita si annienta. Quindi, chi è che te l'ha fatto fare? Il demone della paura, perché l'ostracismo sociale è qualcosa che ci terrorizza come il mostro nell'armadio, da bambini.
      Le Regine, i Re e gli Assi fanno sempre parte del mazzo di carte: anche loro hanno un ruolo, al quale sono morbosamente attaccati. Il Jolly, invece, è quello che ruba la corona e la regala ai poveri. Chissà quanti Re riescono a rimanere tali anche senza il simbolo del proprio potere... in tal caso, sono Jolly anche loro. :-)

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    2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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    3. In effetti bisognerebbe aprire un capitolo sul concetto di vita perfetta: distinguendo quella che è perfetta in quanto non soffoca il nostro io, e "perfetta" ciò corrispondente alle convinzioni sociali. Premessa: nel rapporto d'amore, salvo rarissime eccezioni, bisogna scendere a compromessi. Quanto pesano questi compromessi? Può accadere che siano tali da annullare l'io. Quindi la persona rinuncia alla propria essenza per la vita "perfetta", accontentandosi di un felicità che è tale per la società, ma non per se stesso. Bisogna mettere in una bilancia "io" e "compromesso": se il piatto di quest'ultimo scende troppo, è chiaro che siamo nella situazione che stavo descrivendo sopra.

      Poi chiaro, se un Jolly ha la fortuna di sposare un altro Jolly il compromesso ci sarà, ma non annullerà ne l'io del Jolly n.1, né quello del n.2.

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    4. Hai centrato il punto. C'è un libro molto bello che spiega proprio questo: "La coppia illuminata", di Fabio Marchesi. Secondo l'autore, l'amore non deve renderci felici, ma renderci "un po' più felici" rispetto a quanto riusciamo a essere anche da soli. In questo modo, la persona non annulla se stessa, perché non si lega all'altra per bisogno, per rispettare le convenzioni sociali o per il timore dell'abbandono, ma per un sentimento autentico. In questo modo, i compromessi saranno realizzati con gioia, e senza dover rinunciare a una parte di sé. La storia che soffoca l' io nasce dall'ego, impedisce la crescita serena di entrambi i partner (sia quello che schiaccia, sia quello schiacciato) quindi non è una relazione né sana né costruttiva.

      Ho eliminato, comunque, la parte relativa al demonio, sia perché mi sembrava posticcia rispetto al filo del discorso, sia perché poteva dar adito a fraintendimenti. Io, infatti, non sono una persona anarchica, e non sono contraria per partito preso a tutto ciò che è "ordinario": proprio perché ogni persona è unica, ha diritto di scegliere la propria vita e seguire la strada che la rende felice. Il fatto che il sistema accetti più certe cose rispetto ad altre è reale, purtroppo. E questa cosa diventa dannosa nel momento in cui crea timore e senso di inadeguatezza negli esser umani.

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    5. Secondo me non ti devi spaventare di fronte al mio rilievo su un tuo aspetto anarchico: l'anarchia ha diverse sfumature e solo quella "totale" prevede l'eliminazione di ogni regola :D. Si può essere anarchici nel pieno rispetto delle leggi. Anarchico è ad esempio chi, come me, è convinto che non esistano poteri buoni (cit.) e che ogni qualsiasi forma di governo sia inevitabilmente destinato a scontentare il popolo (nonché a fare gli interessi delle lobbies e dei poteri che, in cambio di ricchi vitalizi, mandano al "massacro" i politici, additati dal popolo come la rovina dell'Italia, quando invece sono semplici marionette: eliminate loro, ne vengono messe delle altre. E questo non vuole essere lode, di contraltare, a nessun movimento politico attuale, proprio perché resto nella convinzione che non esistano poteri buoni). Che poi, paradosso dei paradossi, sono la persona più programmatrice dell'universo, quindi questa mia caratteristica di fatto escluderebbe un'anarchia in senso puro.

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    6. Sì, su questo ti do ragione. Non avrei mai voluto, tuttavia, che passasse un messaggio sbagliato non tanto sul fatto di essere anarchica o meno, quanto piuttosto sulla mia posizione nei confronti del lavoro, del matrimonio e delle istituzioni. Vista da fuori la mia poteva sembrare una posizione netta. In realtà ritengo che ogni persona abbia la propria "vocazione" e che vada seguita. L'unico consiglio che do, è quello di non fare scelte "comode" perché di facile approvazione. :)

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  4. Buon compleanno, Jolly! 🎂
    Direi che non è mai troppo tardi per ritrovare le energie tenute a bada o costrette al silenzio per mille motivi. Tu le hai fatte esplodere al momento giusto e ora, alla faccia di nani e gassose purpuree, viaggiano a vele spiegate. Credo che, anche senza chiamare le cose come le hai ben identificate tu, in questi mesi, con i tuoi articoli, in molti si riconoscano in quello che dici e il pregio principale della tua presa di coscienza è indurre altri a fare altrettanto.
    Potere ai Jolly, dunque, e lunga vita al tuo! 😀

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    1. Sì, io vorrei proprio questo.
      Non mi piacerebbe scrivere dei post completamente autoreferenziali.
      Al contrario, vorrei che la mia esperienza fosse utile a chiunque ne abbia bisogno. :-)

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  5. Buon compleanno sì, gli auguri per il Jolly sono meritati. Resta il fatto che la lotta è impari. I nani sono di più e molto spesso travestiti, le gassose purpuree con etichette accattivanti e molto, molto invitanti. Quindi auguri al Jolly e a te. La serie di post dedicati è molto bella, mi auguro favorisca lo stimolo a rimanere fedeli a se stessi. Brava Chiara.

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    1. Mi piacerebbe davvero che questa serie aiutasse le persone a prendere possesso della propria vita. Non ho mai amato scrivermi addosso... :)

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    2. Ma sì, qualche effetto ci sarà, ci deve essere. Ad esempio ti ho citato stanotte nel mio post proprio a proposito di certe visioni di vita e di scrittura, significherà qualcosa no?

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    3. Andrò a leggerlo appena possibile. Grazie, Max! :)

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  6. Buon compleanno Jolly!
    Come ho già raccontato, io ho deciso di essere solo me stessa quando alle superiori ho cambiato istituto, preferendo lo scalcagnato liceo pubblico alla splendida ipocrisia di quello privato. Da allora non me ne sono mai pentita, anche se a volte non sono così autentica come vorrei (sopratutto quando ci sono i parenti paterni e da una parte mi sento sulla nuca il giudizio, dall'altro mi spiace dare un dispiacere a mio padre che a loro ci tiene e finisco in corto circuito).

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    1. A volte la mancanza di autenticità è una forma di autotutela. Ci sono contesti in cui dire tutto ciò che penso porterebbe problemi piuttosto gravi. Piuttosto che mentire, fingere o reprimere, però, preferisco rimanere in silenzio. In questo modo, riesco a dissentire senza offendere nessuno, ed evito di snaturarmi. :-)

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  7. Questo jolly ribelle, che poi viene a dirci semplicemente di essere noi stessi sempre, senza maschera e senza timori, e di esprimere le nostre idee con forza sapendo ascoltare gli altri ma non lasciandoci schiacciare da giudizi ipocriti e falsi, lo sento molto vicino al mio modo di vivere ed al mio sentire.

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    1. Ciao Daniele, benvenuto. :-)
      Sono contenta che ti rispecchi nelle mie parole. Penso che il Jolly sia affine al sentire di molti, ma non tutti sono consapevoli delle proprie risorse. Conosco molte persone che considerano l'ipocrisia come il simbolo dell'autocontrollo e del potere, ma questo le costringe a vivere a metà.

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  8. Essere se stessi a ogni costo è la più grande libertà che mi concedo, anni fa scelsi di farlo.
    Si paga sempre un prezzo però ma lo si paga volentieri.

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    1. Hai ragione, e questo dimostra quante pressioni abbiamo: in una società giusta, l'essere se stessi non avrebbe alcun prezzo.

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  9. Buon compleanno, Jolly! Non lo chiamo spesso in causa, perché mi sento abbastanza libera, ma so che c'è e gongola ogni volta che rispetto i miei valori, senza farmi inquinare da logiche non mie. :)

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  10. Tu mi hai sempre dato l'idea di una persona "risolta", che ha trovato la propria strada e la propria serenità. Una vera Jolly, quindi. 😊

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  11. Con il Jolly hai creato un archetipo (o meglio ne hai utilizzato uno pre-esistente e l'hai rimodernato).
    La Pearson sostiene che per ogni archetipo ci sia specularmente quella chiama "ombra", una specie di sua antitesi, in cui si incarnano le paure e i limiti della figura archetipica.
    Secondo te anche il tuo Jolly ha un'ombra? E se sì qual è?

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    1. Bella domanda, Marco! 😉 Il lato ombra del Jolly potrebbe essere (per quel che mi riguarda) ogni tanto una punta di saccenza, che mi porta ad assumere atteggiamenti da maestrina. In altri Jolly (nel mio caso sarebbe contrario al mio carattere) un eccesso di ego e di vanaglioria.
      P.s. ti suggerisco la lettura di "Shadow Effect", Chopra.

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  12. Silvana Amadeo25 aprile 2017 13:10

    La conquista più importante è senz'altro la libertà interiore quella che non si lascia scalfire da schemi
    e condizionamenti che non appartengono a noi né alla nostra natura, ma che tuttavia con diverse
    tonalità si ripetono nei secoli.
    E siamo costretti a non essere noi stessi , a rivestirci di normalità, a seguire quello che ci dice la nostra
    voce interiore quella dei genitori e della società: " ti devi adeguare ".
    E poi la vita diventa solo un accumulare beni, una posizione sociale da ostentare, una tremenda
    routine in cui solo un momento trascorso con se stessi diventa un abisso.
    Dov'è finita la creatività e l'unicità dell 'essere?
    Il rifiuto di tutto ciò deve proiettarsi anche nel mondo di chi scrive.
    Nessun risultato da inseguire a tutti i costi, ma solo la crescita di sé, la libera espressione di sé, da cui
    verranno solo come conseguenza eventuali riscontri.

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    1. Esatto. Purtroppo nella nostra società, la capacità di adattamento è considerata un pregio. Per me lo è solo nella misura in cui ci consente di essere educati. Per il resto credo che, se il compromesso si protrae troppo a lungo, possa arrivare a distruggere la nostra identità. Un abbraccio

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  13. :) inizio con un sorriso aperto e magari fosse anche sguaiato! Nel..."mazzo" della vita, il Jolly? Ma nemmeno guarda: in questo tuo scritto intimo ed arioso - il cui unico inciampo è mio, ossia ripetere qui che sia da me molto sentito, sino al vanto di proprietà - è troppo poco.

    Qui siamo al termine, per me, la Matta. Matta perchè l'anima si è manifestata: le intenzioni, gli...invisibili riferimenti della vita ante Jolly, che hanno di fatto concepito il Jolly, sono davanti a noi.

    Pensatoio e totale relax dei sensi umani ed universali, la cui unica bevanda potente e fonte della sensazione di Natura - parte di noi - è un...geyser indomito! La gassosa purpurea al pari di una camomilla...

    Libera e leggera "spessa" Chiara! Fabrizia C.

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    1. La gassosa purpurea è una droga artificiale che non può nulla contro l'energia vitale che noi matte, o jolly, o chiamaci come vuoi, ci portiamo dentro. Perché il nano, in fondo, è solo colui che non crede. Ed è da questo male che nascono i mugugni, e nasce tutto il resto, compresa la sensazione che lottare non serva più. A volte, un dito medio alzato è molto più liberatorio di quanto non sembri... ;)

      Un abbraccio grande grande.

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